MONDRAGONE (Ce)-(di Nunzio De Pinto) Una delle opere di ingegneria più ammirate nell’ottocento, il ponte borbonico “Real Ferdinando”  (nella foto), lo storico sito alla foce del fiume Garigliano, punto di confine tra il Lazio e la Campania, è stato finalmente consegnato alla Soprintendenza dei Monumenti e sarà presto aperto alla fruizione pubblica. Il 14 luglio del 1998 veniva ultimata la ricostruzione del primo ponte italiano in ferro, e ciò dopo la sua distruzione avvenuta nel 1943 per opera di aereo-siluranti inglesi. Ma le traversie di questa singolare struttura non erano cessate. È infatti solo di questi giorni la notizia che, a ben 10 anni dalla sua “rimessa in posa”, finalmente l’ente costruttore, l’ANAS, ha consegnato il Ponte ricostruito all’ente proprietario, il Demanio dello Stato che, a sua volta, il 1 febbraio 2008 l’ha dato in gestione alla Sopraintendenza dei Monumenti di Minturno. Dopo anni di tormentate vicende, questo elegante gioiello dell’alta ingegneria meridionale viene aperto ai visitatori. Naturalmente i meriti vanno al “Comitato per il Ponte” capeggiato dall’inesauribile e determinato Avv. Damiano Pontecorvo, ma un riconoscimento va anche a chi ha lavorato dietro le quinte per evitare che questa “favola dei nostri tempi” non avesse un epilogo negativo. Ferdinando I di Borbone il 13 febbraio del 1828 incaricò personalmente Luigi Giura, ingegnere di stato, di procedere alla fase di rilevazione e progetto. Il 20 maggio 1828 le ditte fornitrici ed appaltatrici iniziarono i lavori. Quel ponte, ultimato, era più bello di come appariva nei progetti: slanciato, leggero, resistente, stabile, sicuro e soprattutto utilissimo. Il 10 maggio 1832 Ferdinando II si presenta davanti alle torri del ponte, armato con due squadroni di lancieri a cavallo e 16 carri pesanti di artiglieria colmi all’inverosimile di materiali e munizioni, per inaugurare e collaudare la struttura. Dalle due rive del fiume Garigliano gli fanno ala ambasciatori, militari, decurioni, ministri, delegati e popolo, tanto popolo, una folla trabocchevole proveniente da Gaeta, Mola e Castellone, Itri, Castelforte, Minturno, Sessa, Capua e Napoli. Quando il sovrano si piazzò al centro del ponte a cavallo del suo destriero con la sciabola alzata si fece un gran silenzio. Con voce sicura comandò agli uomini di passare il ponte più volte in ambo le direzioni, prima al trotto e poi al galoppo. Infine alla carica. Sempre dalla sua posizione ordinò il passaggio dei carri e, una volta transitati questi, il passaggio a piedi delle truppe. Transitati i militari il vescovo di Gaeta si avvicinò affiancandosi al Re per la benedizione del ponte seguito a breve distanza dal popolo come in una processione. Appena dopo, la festa fu grande: danze, canti, grida, gioia, colori, fuochi d’artificio. In mezzo a quel trambusto inverosimile la struttura non si mosse. Il Regno delle Due Sicilie con questa realizzazione, rigorosamente fatta in casa, aveva dato l’ennesima sonora lezione ai grandi del tempo. Il ponte, ben progettato e perfettamente costruito, continuò fiero a svolgere il suo servizio fino al 1943 quando, appena dopo che i tedeschi avevano fatto transitare il 60% della propria armata in ritirata (compresi carri e panzer), gli inglesi lo distrussero a colpi di siluri. Nel dopoguerra si preferì realizzarne uno nuovo lato monte ed il glorioso, antico ponte restò cosa morta. Ma l’amore per la storia ha la testa dura ed un incontro fortuito di “uomini illuminati” fece fiorire il desiderio di ricostruire quel ponte, quale simbolo concreto di un progresso tecnologico e sociale soffocato nel più duro colonialismo militare. (Articolo a cura del giornalista Nunzio De Pinto)
Pubblicato da red. prov. Alto Casertano-Matesino & d