IN ITALIA SI VIVE DI PIU’ : A NAPOLI DI MENO! E’ UFFICIALE: ORA DOMANDATEVI : PERCHE’ ?
A) GENI DEI NAPOLETANI PIU’ “MARCI” DEGLI ALTRI?
B) INCIDENTI E STILI DI VITA INDIVIDUALI SBAGLIATI PIU’ DEGLI ALTRI ? SI FUMA COME “NAPOLETANI” E NON COME “TURCHI”?
C) O FORSE UN VERGOGNOSO QUANTO NEGATO GRAVISSIMO DEGRADO AMBIENTALE?
IN CINA PER 6000 BAMBINI DANNEGGIATI HANNO GIA’ FUCILATO 2 PERSONE: PER ALMENO 6 MILIONI DI CAMPANI SI DOVREBBERO QUINDI FUCILARE ALMENO 2000 PERSONE? INVECE NEANCHE UNA DIMISSIONE, ALMENO 2000 PROMOZIONI A PRIMARI E DIRETTORI PER I “NEGAZIONISTI A PRESCINDERE” E DANNO ALLA SALUTE E ALLA CARRIERA DI CHI DENUNCIA! A VOI LETTORI LE CONCLUSIONI! Del dott. ANTONIO MARFELLA, TOSSICOLOGO ONCOLOGO
(di MARCO ESPOSITO )- La vita degli italiani si allunga. E non di poco. L’Istat ha aggiornato le tavole della speranza di vita e ciascuno può conoscere in base all’età, al sesso e al posto dove è nato quanto gli resta da vivere secondo i maghi delle statistiche. I dati più recenti, appena pubblicati sul sito dell’Istat (http://demo.istat.it), assegnano quattro mesi di vita in più rispetto alla precedente rilevazione e per l’esattezza 117 giorni in più alle donne e 128 agli uomini. I quali quindi, anche se rispetto alle signore continuano a vivere meno (in media cinque anni e mezzo), in dodici mesi hanno recuperato undici giorni. Grazie all’aumento generalizzato della speranza di vita, le donne italiane hanno toccato gli 84 anni di vita media alla nascita e gli uomini sono a quota 78,4. Un anno fa le donne erano a 83,7 anni e gli uomini a 78,1. Nel 1974 (l’anno più lontano al quale risalgono le statistiche dell’Istat pubblicate sul sito internet) le donne si dovevano accontentare di 75,9 anni e gli uomini di 69,6. Quindi in poco più di trent’anni (le tavole Istat sono state aggiornate ai dati di mortalità del 2006) le donne italiane hanno guadagnato oltre otto anni e gli uomini quasi nove. La differenza di sesso rimane molto importante ai fini della speranza di vita, però anche quelle territoriali non sono secondarie. Una volta tanto, non c’è un marcato divario tra Nord e Sud. Per esempio i calabresi, dal punto di vista della durata della vita, hanno miglior sorte dei piemontesi. Inoltre la regione che guida la classifica della longevità non è una delle locomotive dell’economia. È nelle tranquille Marche che le donne vantano alla nascita una speranza di vita di 85 anni e gli uomini arrivano a sfiorare gli 80. La differenza tra i sessi è massima in Sardegna (6,5 anni) dove è vantaggioso nascere e vivere per le donne (quinte) ma non per gli uomini (diciassettesimi). Al contrario in Sicilia le donne sono penultime mentre gli uomini conquistano la metà della classifica, con una differenza tra i sessi di quasi due anni minore rispetto all’altra isola.Purtroppo però la classifica ha un messaggio univoco: vede per entrambi i sessi ultima con ampio distacco proprio la Campania, con soli 82,5 anni per le donne e 76,9 per gli uomini. La differenza rispetto alla media italiana è per entrambi i sessi di 1,5 anni. Anche la Campania non è tutta uguale, con tre province (Benevento, Salerno e Avellino) non troppo lontane dalla media nazionale e due (Caserta e Napoli) in posizione arretrata. In particolare il maschio napoletano tocca il record negativo con appena 76,2 anni di speranza di vita alla nascita contro i 78,4 nazionali e i 78,1 della vicina Benevento. Vivere a Napoli, insomma, toglie letteralmente due anni di vita. La Campania non sembra peggiorata in modo marcato negli ultimi anni. Guardando al lungo periodo, anzi, si è assistito a un andamento diverso a seconda del sesso. Nel 1974 le donne campane avevano una speranza di vita di 73,9 anni ovvero esattamente due anni sotto la media nazionale e in un trentennio hanno recuperato qualcosa, visto che il divario si è ridotto a 1,5 anni. Gli uomini invece nel 1974 si fermavano a 68,9 anni, non molto lontani dai 69,6 della media italiana. Oggi il divario è pari a quello delle donne, appunto a quota 1,5 anni. Tuttavia può meritare un supplemento d’indagine il peggioramento relativo del maschio napoletano che in cinque anni (dal 2001 al 2006) ha visto aumentare il divario dalla media nazionale di altri tre mesi. La lettura delle tabelle dell’Istat può fornire informazioni più attendibili dell’oroscopo e tali da soddisfare qualche curiosità personale. I dati di dettaglio permettono di scoprire, in un certo senso, il proprio destino. Non bisogna confondere però la speranza di vita alla nascita con la vita residua a una determinata età. Per esempio un neonato maschio di Napoli deve accontentarsi come si è detto di una speranza di vita di 76,2 anni, la più bassa d’Italia! Ma se tale maschietto arriva davvero a 76 anni, non gli restano solo 0,2 anni (pari a 73 giorni) bensì altri 9,3. A 80 anni un napoletano ha ancora 7,4 anni davanti sé. A 90 può contare su 4,6 anni e persino a 100 anni può ragionevolmente sperare di viverne altri 3,3. Non è ben chiaro se cambiare residenza in tarda età allunghi la vita, comunque l’ottantenne napoletano con 7,4 anni di speranza di vita si confronta con un barese che ha un tempo residuo di 8,4 anni. Un anno tondo in più.
Articolo 2 correlato all’argomento:
NAPOLI PATRIMONIO MONDIALE UNESCO : LA TUTELA DELL’AMBIENTE COME TUTELA DELLA SALUTE
Carissimi,
nel diffondere per dovuta riflessione la ottima lettera del Presidente Raimondi (Presidente del Comitato Centro Storico nonchè del Collegio dei difensori civici della Assise di Palazzo Marigliano) pubblicata stamattina su REPUBBLICA, colgo l’occasione per completarla con dati di carattere sanitario, per quanto di mia competenza nella qualità di Difensore Civico.
All’interno del Centro Storico di Napoli, grande come importantissimo Museo all’aperto risalente sino al nono secolo avanti Cristo (quindi fino a tre secoli prima della fondazione di Roma) ma infinitamente piccolo come metropoli urbanizzata senza regole, vivono (malissimo) circa un milione di abitanti in soli 720 ettari. Questi cittadini sono “sommersi” da circa 600.000 autovetture private (il 40% euro zero), da oltre 150.000 autoveicoli a due ruote (anche qui con oltre il 40% di inquinantissime euro zero), circa 300.000 autovetture private in ingresso ogni giorno, con un movimento TIR legato al porto non inferiore a 10 milioni di passaggi TIR/Anno, posto un traffico merci portuale di circa 20 milioni di tonnellate/anno che si effettua in pieno centro storico, cui deve aggiungersi il carico di “crocieristi” per circa 8 milioni di passeggeri/anno sbarcati in centro storico da maxinavi con motori a gasolio accesi e senza filtri la cui stazza supera ormai e di molto le centinaia di milioni di tonnellate/anno. Il solo peso che quindi grava sulle antichissime strade del centro storico (per soli automezzi privati) raggiunge e supera i due milioni di tonnellate al giorno in parcheggio (che diventerebbero tre milioni aggiornando con gli incentivi il parco auto privato da euro zero a euro 4) cui vanno ad aggiungersi non meno di 50mila tonnellate/die di merci in transito su TIR (mai meno quindi di 2.500 TIR/die in transito): viviamo ormai da tempo tra pericolosissime ed irrecuperabili “buche” al manto stradale! Quale ovvia conseguenza di tale selvaggio massacro di uno dei centri storici più belli al mondo (cui manca ancora la devastante azione di non meno di tremila tonnellate al giorno di “munnezza indifferenziata” che dovrebbe essere bruciata ovviamente nel centro storico o nelle sue adiacenze da megainceneritori a Napoli est ed Acerra) ne deriva che quella popolazione di circa un milione di persone si trova esposta, senza difese efficaci e certe, ad uno dei più massicci carichi di inquinamento urbano registrabili al mondo (non meno di 5 tonnellate al giorno di solo benzene con gravissimi “effetti canyon” nelle strade adiacenti alle poche vie chiuse al traffico veicolare), ricordando che la densità abitativa di zone pur da evacuare (zone rosse del Vesuvio) come S. Giovanni e Portici supera da tempo quella di zone a massima urbanizzazione come Calcutta e Singapore. Alla ovvia e ineluttabile considerazione che su 365 giorni dichiariamo ormai per non meno dell’80% dei giorni dell’anno “sforamenti” di “polveri sottili” che pure andrebbero sanzionati penalmente, registriamo quindi, specie tra i cittadini di Napoli e provincia, il massimo dei picchi di incidenza/anno di tutte le patologie cronico-degenerative benigne e maligne: malformazioni neonatali, autismo e disturbi della crescita, tumori infantili con picchi per linfomi e leucemie, obesità infantile e diabete giovanile, disturbi endocrini e sterilità tra i giovani in età fertile, 10mila infarti/anno in età adulta, ed in città si aggiunge una autentica epidemia da alcool e comportamenti deviati da abuso di droghe di tutti i tipi conosciuti al mondo grazie al porto. Siamo altresì ai vertici nazionali di incidenza dei tumori più maligni e meno curabili (fegato, pancreas, 9 nuovi casi di solo tumore maligno al polmone ogni giorno) legati in buona parte a pessime abitudini individuali come il fumo di sigaretta ma anche al mancato rispetto delle leggi vigenti sul fumo passivo e all’inquinamento con indici di sopravvivenza che non superano il 5% – 20% a 5 anni dalla diagnosi. Assistiamo a incrementi percentuali a doppio zero delle patologie cronico degenerative dell’anziano per patologie devastanti sul piano dell’assistenza domiciliare come l’Alzheimer: è ormai ben chiaro che l’inquinamento e non la genetica ne costituisce il maggior fattore etiopatogenetico. E dobbiamo pure dire che “per fortuna” tante patologie croniche devastanti sono poco curabili, visto che il carico dei costi di questi ammalati grava sempre più direttamente e pesantemente sulle nostre famiglie e, se tutti questi pazienti superassero il 50% di sopravvivenza a 5 anni, avremmo un “caso Englaro” ogni 10 famiglie napoletane.
Di particolare rilevanza i dati sul mesotelioma (tumore tra i più incurabili ma del tutto prevenibile) che stanno cominciando a circolare e che ci pongono ai vertici nazionali insieme al Piemonte . Il Piemonte paga la presenza nel suo territorio di miniere di amianto, noi paghiamo la incuria e la assenza di controllo del nostro territorio che ha creato autentiche miniere di amianto “a cielo aperto”: basta ricordare le migliaia di tonnellate che giacevano da anni abbandonate in pieno centro storico nel porto di fronte all’edificio del quotidiano “IL ROMA”, per non parlare del sito di Chiaiano che va opportunamente “tombato” con munnezza urbana al più presto forse per occultare altri tremendi misfatti . Il carico di inquinanti e di interferenti endocrini che ha ormai “concimato” le nostre terre coltivabili (leggete le dichiarazioni del pentito Vassallo su diossine e PCB) ci ha portato altresì a registrare un picco terrificante di oltre il 300% di incremento di incidenza sul dato nazionale degli incurabili tumori al fegato, contribuendo in modo sinergico alla devastante azione dei virus della epatite C e B (sino al 30% dei tumori al fegato sono pure virus C negativi!). Grazie a tale efficace “concimazione” delle nostre terre, il tumore del colon retto, che ha registrato un incremento dei costi di cura di oltre il 5000% negli ultimi 5 anni, è oggi diventato il primo tumore maligno per incidenza annua anche in Campania. Dulcis in fundo, pensavamo che, lasciando il centro storico devastato e andando a vivere in periferia ma con un poco di verde in più, avremmo recuperato qualità di vita e salute. I dati appena confermati dell’Istituto Superiore di Sanità nel 2008 ci rassicurano che, con paradosso epidemiologico imbarazzante, nei comuni a ridosso della cinta urbana, si registrano più casi di malformazioni e tumori che nei comuni più densamente urbanizzati: ALMENO NEL CENTRO STORICO NON SONO STATI SVERSATI CENTINAIA DI MIGLIAIA DI TONNELLATE DI RIFIUTI TOSSICI COME NELLE CAMPAGNE CIRCOSTANTI L’ASSE MEDIANO! “Fujtivenne” finchè potete ? NO! Io non lo farò! Siamo la città più bella del mondo che fa parte della Regione più bella del mondo: non più per noi, ma almeno per i nostri figli, IMPARIAMO ad essere CITTADINI responsabili e civili e non sudditi e ad esercitare e a pretendere un corretto governo del nostro ancora meraviglioso territorio! Io non consentirò senza combattere di farci tutti “gasare” e “avvelenare” come ad Auschwitz e di permettere a qualche “vescovo” negazionista lefebrviano, come l’assessore Velardi, di dire che “disinfettarci” ma in silenzio fa bene al turismo!
Napoli li 17 febbraio 2009,Antonio Marfella, tossicologo oncologo, Difensore Civico Assise di Palazzo Marigliano
Articolo 3 correlato all’argomento:
BUCHE STRADALI A NAPOLI: PREVENIRE E’ SEMPRE MEGLIO CHE RIPARARE!
IL MATTINO DEL
20/02/2009(di Antonio Marfella) I recenti disastri per la viabilità delle strade di Napoli, provocati dalla pioggia, impongono considerazioni che, pur ovvie, nessuno sinora ha ancora formulato. È dato ufficiale che a Napoli circolino non meno di 600.000 autovetture private, cui vanno ad aggiungersi tutti i numerosi veicoli commerciali e i mezzi a due ruote, diventati ormai strumento indispensabili per chi deve muoversi per lavoro in città, ma strumento di morte per le pericolosissime buche. A questa cifra vanno ad aggiungersi circa 300.000 autovetture private in ingresso ogni giorno, e di queste circa il 40% è ecologicamente euro zero e dovrebbero essere rinnovate. Ebbene, nessuno vuole considerare con semplice logica e buon senso, che l’obbligato rinnovamento del parco autovetture e del parco veicoli commerciali, senza vincoli urbanistici ed ecologici e regole precise di indirizzo negli acquisti, comporta, con semplice calcolo matematico, che ai due milioni di tonnellate circa che ogni giorno già «pesano» sulle nostre piccole e antichissime strade si andrebbero ad aggiungere, (se i napoletani potessero improvvisamente rinnovare il 40% del vetusto parco autovetture), non meno di un altro milione di tonnellate. Le nuove auto, a parità di categoria, pesano circa un terzo in più della corrispondente autovettura sostituita. Ma a nessuno viene in mente che, per evitare buche mortali su strade antichissime, occorre innanzitutto prevenire il peso eccessivo sulle carreggiate, e solo dopo affidarsi a ditte serie in «global service» (vedi capitolo Romeo). Non possiamo più permetterci di vedere liberamente circolare (e parcheggiare) megamostri di pesantissimi Suv nei nostri piccoli e antichissimi vicoli. È giunta l’ora di predisporre rigide disposizioni di chiusura completa del centro storico alla circolazione delle auto, controllo e autorizzazione all’acquisto di nuove auto solo ai residenti in grado di dimostrare la possibilità di parcheggio al di fuori delle carreggiate stradali e chiari indirizzi e obblighi (magari incentivati a livello locale) per comprare auto che rispettino rigidamente i limiti di emissione. Poi, pagamento di tickets di ingresso, proporzionati a peso e/o emissioni per tutte le auto e mezzi commerciali in entrata. Non dimentichiamo che nei soli primi 8 giorni del mese di gennaio 2009 abbiamo «sforato» ben sette volte in termini di polveri sottili. Da tempo i napoletani stanno pagando in termini di molti anni di vita e di salute persi e siamo ai vertici nazionali per tutte le patologie cronico- degenerative legate all’inquinamento (tumori al polmone, infarti, ictus, complicazioni da diabete, ecc) e ormai contiamo morti in aumento tra i motociclisti per buche ed avvallamenti. Tutelare e incentivare il turismo si deve e si può, chiudere gli occhi e fare gli struzzi sula degrado ambientale a Napoli che provoca migliaia di morti in più per inquinamento e buche alle strade è criminale, folle e profondamente stupido. Fare di Napoli una città sobria, semplicemente normale, e a misura d’uomo (e non di maxi auto, di maxi navi e di maxi inceneritori) è l’unico e migliore modo per incentivare turismo, economia, creare posti di lavoro, avvantaggiando gli stessi commercianti (a cominciare dalla loro salute) che potranno finalmente operare in un meraviglioso e tutelato Museo a cielo aperto. Continuare a non intervenire con chiari dispositivi di legge finalizzati alla tutela della salute pubblica e delle antichissime strade della città, lasciando alla libertà individuale assoluta la scelta di quale maxi Suv acquistare per circolare nelle ormai disastrate strade di Napoli, significa solo comportarsi come uno stupido cane che si morde la coda.
Antonio Marfella, tossicologo oncologo – NAPOLI SCRITTO IN DATA 9 GENNAIO 2009
Articolo 4 correlato all’argomento:
MARTEDÌ, 17 FEBBRAIO 2009 Pagina X – Napoli
NAPOLI RISCHIA DI PERDERE IL RICONOSCIMENTO UNESCO
Nel 1995 il centro storico fu riconosciuto patrimonio dell´umanità Una condizione che potrebbe cessare a causa dell´incuria Se ne discuterà a giugno a Siviglia
di RAFFAELE RAIMONDI
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N el 1995 il centro storico di Napoli è stato riconosciuto patrimonio mondiale dell´umanità. Di recente, una commissione internazionale Unesco ha effettuato, su invito di quattro associazioni, un´ispezione per rendersi conto delle condizioni di degrado dell´area. Durante un incontro svoltosi in prefettura, le associazioni hanno ribadito le loro doglianze: il degrado del centro storico negli ultimi anni è giunto al punto tale che i palazzi stanno venendo giù a pezzi. Quale è stato l´effetto della visita degli ispettori? Il rinvio a giudizio del nostro paese alla prossima assise degli stati membri dell´Unesco, che si terrà a Siviglia nel mese di giugno. Fra gli accordi internazionali che interessano il nostro paese c´è la convenzione Unesco di Parigi del 1972, che lo impegna verso le Nazioni unite. E, attraverso di esse, verso la sua agenzia per la cultura. Sarà dunque una perdita di prestigio per il governo italiano se, a Siviglia, vedrà messo in discussione il riconoscimento di patrimonio mondiale dell´umanità ottenuto quattordici anni fa dal centro storico di Napoli. Il nostro governo, come attesteranno gli ispettori Unesco, non ha finora tenuto fede all´impegno della riqualificazione dell´area, che già nel �95 versava in cattivo stato di conservazione. Da allora è stato un susseguirsi di crolli e minacce di crolli, della cui gravità erano tutti a conoscenza. Fino al crollo di un intero stabile di quattro piani avvenuto ai Quartieri spagnoli nel luglio scorso.
Il governo italiano aveva preso sotto gamba l´obbligo di assicurare la conservazione e valorizzazione del centro storico di Napoli, di cui pure aveva a suo tempo chiesto e ottenuto il riconoscimento. Gli altri centri storici riconosciuti dall´Unesco non avevano infatti dato adito a problemi. Perchè più piccoli, di datazione medievale e inoltre ben conservati. Come San Gimignano, Vicenza o la piazza dei Miracoli di Pisa, che avevano ottenuto l´ambìto riconoscimento in quegli stessi anni. Per un errore di sottovalutazione, il governo aveva considerato il centro storico di Napoli alla stessa stregua delle predette aree, senza mettere in conto che esso, invece, se ne distingue nettamente. Primo, perché è assai più ampio: 720 ettari, che ne fanno uno dei centri storici più grandi di Europa. Secondo, perché più antico: l´area greco-romana dei Decumani rimonta al quarto secolo avanti Cristo e le sue vestigia, sul monte Echia, addirittura al nono secolo avanti Cristo. E dunque più antico di Roma e di Pompei. Terzo, perché, all´epoca del riconoscimento Unesco, nel ´95, il centro storico di Napoli già versava in cattivo stato di conservazione. Anche a livello locale, il riconoscimento era stato sottostimato nella sua portata: era stato infatti inteso come una sorta di marchio doc da sbandierare nelle guide turistiche. Si era dunque frainteso un po´ tutto, supponendo che l´Unesco prima o poi sarebbe intervenuto con le proprie risorse. Laddove l´onere dell´intervento di conservazione incombeva allo stato richiedente. In particolare il comune di Napoli ha dimostrato di ignorare la convenzione Unesco di Parigi del 1972, ratificata dal nostro paese e riguardante la conservazione di un patrimonio, definito mondiale, e come tale non del singolo o del comune. Convenzione che lo stato italiano, nell´ottenerne il riconoscimento, s´era impegnato a salvaguardare. Di conseguenza un´amministrazione comunale consapevole e autorevole avrebbe dovuto incalzare e al limite diffidare il governo perché adottasse le misure imposte dalla convenzione Unesco ai fini della riqualificazione e valorizzazione dell´area. Motivo per cui ora il governo, non sollecitato con forza, di punto in bianco si trova esposto a livello internazionale per il mancato rispetto degli obblighi che aveva assunto nel richiedere e ottenere il prestigioso riconoscimento. Di qui la necessità e anzi l´urgenza di correre ai ripari. Accade però che il risanamento del centro storico sia, specie nell´attuale momento storico, al di sopra delle disponibilità finanziarie del governo. Dunque non c´è altro strumento che quello di fare appello ai privati, incentivando l´impiego delle loro maggiori risorse mediante una fiscalità di sviluppo che attivi adeguati sgravi fiscali e contributivi. Il pregio di tale fiscalità, al pari di quella già esistente per qualsivoglia edilizia da sottoporre a manutenzione e per quella così detta ecologica (36 e 55 per cento di detrazione Irpef) è anche quello di operare fuori da qualsiasi condizionamento politico-burocratico (bandi, istruttorie, eccetera) e dunque con estrema immediatezza. Con grande vantaggio per il fisco, in quanto i beneficiari degli sgravi sono costretti ad osservare la normativa fiscale. Ma anche con grande vantaggio per l´occupazione trattandosi di interventi a elevatissimo indice occupazionale. Nell´imminenza dell´assise di Siviglia, c´è solo da sperare che il governo attivi di corsa una tale defiscalizzazione. Questa rientra peraltro nel novero delle misure sollecitate anche dal Trattato dell´Unione europea, che all´articolo 151 impone agli stati membri la salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea. Quello stesso articolo del trattato che ha indotto il ministro dell´Economia a dare parere favorevole all´ordine del giorno Di Caterina ed altri, approvato dalla Camera il 23 luglio 2008, che impegna appunto il governo ad “adottare iniziative dirette a dare impulso ai lavori di riqualificazione del centro storico di Napoli patrimonio mondiale dell´Umanità.”
L´autore è presidente del comitato centro storico Unesco Raffaele Raimondi
Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”