CASAGIOVE(Ce)- (Claudio Lombardi) «Voi, che appartenete al clan di Cristo, andate in pace». Nel saluto conclusivo di don Stefano Giaquinto (nella foto) è racchiuso il significato più intimo della messa che il prete «rivoluzionario» del rione di Coccagna, a Casagiove, ha voluto dedicare alle vittime del racket e della camorra. Tra le navate della piccola chiesa di Santa Maria della Vittoria, stipata come non mai, ieri mattina, è sembrato riecheggiare il monito di don Tonino Bello: «Uno che vede, ascolta e poi tace appartiene a una cosca mafiosa, non ai testimoni». E don Stefano, in barba a quanti vorrebbero «sequestrare» la parola, chiuderla nei cenacoli, ha esortato tutti a parlare: «Chi denuncia annuncia il Vangelo», ha ribadito dal pulpito. Al suo fianco, a suggellare un legame spirituale e personale, vi era Raffaele Nogaro, vescovo emerito della Diocesi di Caserta, spesso osteggiato da una certa gerarchia ecclesiastica per la sua difesa dei deboli e, in particolare, dei migranti. Parlando di don Stefano e rivolgendosi ai parrocchiani, ha detto: «È un vero profeta, ma proteggetelo, perché si espone troppo». Nella sua omelia, Nogaro si è intrattenuto a lungo sul concetto di compassione. «E non mi riferisco – ha spiegato – all’accezione negativa del termine, ma alla partecipazione al dolore altrui, al patire insieme. Un’attitudine, una vocazione, che non riscontro nella Chiesa, nella politica, nelle amministrazioni pubbliche. Cristo – ha aggiunto – è nato e vissuto povero ed è morto in croce. La Chiesa dovrebbe difendere la vita e non giudicare. Dovrebbe combattere la guerra, la produzione di armi, il razzismo e non lo fa. La camorra è immorale; lo sono, però, anche la disoccupazione, la disuguaglianza, il disprezzo della diversità». Gli ha fatto eco don Stefano che, a proposito di immigrazione, ha ricordato l’attività meritoria che sta svolgendo a Castelvolturno l’arcivescovo di Capua, Bruno Schettino, amico di Nogaro. Ad ascoltare i due sacerdoti, sugli scranni della chiesa, dietro all’altare, siederanno imprenditori, commercianti, artigiani che «hanno avuto il coraggio di prendere carta e penna» e per questo, ha ricordato Giaquinto, hanno pagato un prezzo altissimo: Angelantonio Iodice, Roberto Battaglia, Rocco Iodice e altri che hanno preferito rimanere nell’anonimato. «Sono stato un industriale dei trasporti», ha raccontato, al termine della messa, Giovanni Sandomenico, 64 anni, napoletano di origine. «A Caserta avevo cinque stabilimenti e circa cinquecento dipendenti. I clan mi hanno tolto tutto: tra soldi e immobili ho perso 80 milioni di euro. Le persone pensano che sia l’estorsione a ucciderti; no, un’azienda come la mia riusciva a sopportare il pizzo. È la camorra in doppiopetto, quella finanziaria, quella che ha studiato, che non ti dà scampo. Non le basta essere il socio occulto, vuole annientarti e prendere il tuo posto». Se Sandomenico tornasse indietro, assicura, rifarebbe tutto. «Oggi – ha rivelato – vorrei, però, riprendere a lavorare, ma con questo sistema bancario è impossibile». (Articolo a cura di Claudio Lombardi- Il Mattino)
Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

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