Italia- (Di Giampiero Casoni) La “gobba” dell’ Inpgi, l‘Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani, preoccupa e non poco: le previsioni emerse dal bilancio 2010 recentemente pubblicato dal team presieduto da Andrea Camporese parlano di una rivoluzione contributiva maturata nel 2006 ma che farà sentire i suoi effetti positivi non prima del ventennio… 2024/2046. Questo scriviamo oggi, primo luglio del 2011 e non possiamo fare a meno di pensare a quello che una volta, per i più avanti con l’età, si chiamava “effetto Falqui”. Ai giornalisti italiani infatti, siano essi aspiranti necrologisti, avventizi da foto alla sagra del carciofo a Sezze, free lance, pubblicisti, praticanti o professionisti in odor di Pulitzer viene una zampogna nello stomaco a vedere certificata la propria “morte professionale”, magari col maquillage di un documento contabile, magari con l’endorsement su questa cacchio di crisi mondiale, magari con la segreta speranza che siano balle per riempire ottima carta patinata (purtroppo non è così, all’Inpgi ci lavorano colleghi arcigni e scafati come i nostromi della vecchia Marina Britannica); fatto sta che, conti alla mano, le cose vanno male. Un po’ di cifre da fonte primaria, la rivista ufficiale dell’Istituto. Sono 68 i milioni di euro in avanzo spuntati in Bilancio 2010, che rappresentano un rendimento pari ad un più 9%. Dice, ma allora tutto bene, tiriamo fuori la sciampagna e aspettiamo che il redattore in cura dal Cat, quello col fiato al napalm che in ogni redazione non manca mai, vada al cesso. Nada, i conti un po’ meno della serva dicono che “per ogni 100 euro incassati per contributi nel corso dell’ultimo anno ne abbiamo spesi – parole di Camporese – 101 per prestazioni”. Cioè? Cassa integrazione, prepensionamenti, malattie, contenziosi e compagnia cantando. Internet che ha soppiantato la carta stampata da un’era glaciale ormai e un giornalismo dove, per stare “sul pezzo”, devi concorrere con l’ultimo dei coglioni a cui mammà ha comprato l’I-Phone, cioè devi cambiare metodo. Tutto questo mentre sul versante degli ammortizzatori sociali la spesa “cresce di oltre il 20% in un solo anno”. Ricapitoliamo sennò, da giornalisti, diventiamo burovendoli, cioè quelli che per piazzarti una trota pescata con Scilipoti tesserato Idv te la decantano col piglio di Piero Angela come tanto fresca che ancora chiama la mamma nel Ticino: l’Inpgi è in attivo ma è destinata, secondo un primo trend mondiale e generale (la crisi) e in virtù di un secondo trend settoriale a non poter investire uno sgheo di quei quattrini se non per tamponare falle che dureranno fino al 2024; poi da allora e fino al 2046, quando cioè il 70% di chi sta leggendo ora sarà diventato compost in vendita ad Acerra, le “previsioni” dicono che si raccoglierà la messe. La strategia sul presente o quanto meno sul futuro prossimo, quello che interessa noi già dotati di cinto erniario (ma anche un fresco professionista di 28/30 anni non è che debba godere eh? – nda) è comunque stata articolata dal Cda in tre punti-fasi, vediamo quali: aumento delle aliquote a carico degli editori di 3 punti percentuali, questo spalmato in cinque anni e con Tremonti in bilico fra Palazzo Chigi e la Caienna; in questo modo si colmerebbe il gap di quei famosi 7 punti di costo previdenziale ridotto che sostengono le aziende. Secondo coniglio che zompa dal cilindro. Aumento del’età pensionabile delle donne e riforma che per dieci anni si inerpicherebbe asmaticamente su cinque scalini. Chi, delle nipotine di Eva, volesse mollare a 60 anni potrà farlo, ma “con una piccola penalizzazione”, a questo punto invocata come la pioggia dal Cavallo Pazzo meravigliosamente raccontato da Zucconi. Terzo uovo di Colombo, anzi, di piccione torraiolo bravo solo a cagare su qualunque cosa gli stia a picco sotto il didietro: sgravi contributivi pluriennali “per chi assume a tempo indeterminato”, cioè il 12% degli editori. Già, perché in Italia non c’è solo la corazzata di via Solferino, tanto per citare uno dei gioielli della corona, il “Cullinam” di questa strana compagnia di mattacchioni và; in Italia ci sono migliaia di testate piccine picciò che è vero che in alcuni casi si lappano i contributi statali previsti con la spudoratezza di una mignotta di 68 anni, ma che, in molti altri casi, fanno più scandalo per come utilizzano quei balocchi, tenendo magari un povero cristo a cocopro per dieci, dodici anni e magari ritrovarselo poi suicida e portare anche la croce di essere quelli che a certe cose, devono dare un perché. Un editore mannaro chiama il direttore che chiama in caporedattore che chiama il caposervizi che manda il cronista dove il collega ha fatto il salto col cappio suo gozzo? E’ un po’, ci si passi il paragone forte – che usa una triste new come paradigma ma non punta il dito su nessuno dei “coinvolti” -come quando il beccamorto deve giocoforza seppellire un collega. Terra in faccia amigo, oggi è toccata a te… io ed altri diecimila abbiamo ben pensato al prepensionamento e tanti saluti alla cassaforte dell’Inpgi, intiendes? (Articolo a cura del giornalista Giampiero CASONI)
Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”