S. Pietro Infine(Ce)- (di Giampiero Casoni) La terza battaglia di Magdeburg passò alla storia… perché io non vi partecipai. Già, Sbornia era al tappeto, dopo la seconda tenzone che lo aveva visto quasi soccombere. In quel caso, va scritto, i buoni consigli di Aloysius, che era pur sempre un giurante ad Ippocrate e uomo non completamente immarcescito dalla promiscuità col germano demente, si rivelarono preziosi: niente altri medicamenta, molto cibo nutriente e riposo. Di quest’ultimo parere approfittai in maniera invereconda, anche perché una Frinilda a metà fra l’orante e l’isterico mi aveva fatto giurare che, per quell’occasione, avrei rinfoderato spatha, calamo e l’elmo unghererese col quale di solito mi accompagnavo in battaglia, tanto più che di contratto non se ne parlava ormai da giorni e di conii ancor meno, mentre si sommavano le carte con cui varie autorità ci ingiungevano pagamenti-capestro. Il guaio è che, proprio per quel cimento, ci si aspettava un attacco forte esattamente ai due punti deboli della Falange: lo squadrone di cavalleria pesante (pony e asinelli sardi) di Von Kakkien, accusato di voler far della guerra occasione dinastica e il settore salmerie, dove la mia indecisa prova della notte prima avevano appalesato possibili vie di varco, per un condottiero che fosse stato accorto nell’intuire la portata degli accadimenta precedenti. Così fu: mentre udivo, dal graticciato del mio talamo, gli echi di una delle battaglie più dure della trentennale guerra in selva, non potei fare a meno, col cuore ghiacciato per la vergogna, di constatare dai movimenti delle truppe sguinciati dal mio nido di pavida debolezza, che proprio verso il mio settore gli attacchi erano più duri. Duri come il ferro ma condotti con ars bellica peritissima e non scevra dalle antiche regole della Cavalleria proclamate da Urbano II a suo tempo. Tuttavia, la sublimata eco di quei fendenti, di quel grugnire affannato quando le lame calavano dall’alto dei potenti cavalloni da carica, del raspare delle lunghe picche sulle ossa scavate dalla carne squarciata da punte inclementi, fu nulla a paragone di quanto, in quelle ore, parallelamente accadde e portò vestigia financo ai momenti successivi. Accadde infatti, giusto dopo il tacere degli ultimi lamenti dei feriti, che mi facessero visita non meno di quattro messaggeri provenienti dal piccolo colle Cellu (il che li qualificava per messaggeri del giovane Von Kakkien) che raggiunsero colle Lare, dove io risiedevo con parole misteriose quanto per me schoccanti: “Non mi aspetto un posto in prima fila ma non di certo defilato”, oppure “750 volte grazie” o ancora alcuni specifici riferimenti ad alcuni potentati che avrebbero a suo tempo steso la loro mano sul mio capo per intercessione (diceva lui, ma poi si rivelò una della sua più riuscite stronzate) del giovane margravio. Insomma, fragmenta sparsi che parevano un invito-ordine a scendere in campo di nuovo come cronachista e guerriero dopo la batosta della terza battaglia. Io stesso, ancora febbricitante, raggiunsi Von Kakkien sul mastio, dove lo trovai in presenza di un suo fido generale alleato, il venturiero ungherese Kazjnsky. Non l’avevo mai vista così, la bertuccia: curvo e sudaticcio sull’elenco dei combattenti, a spuntare con aria febbricitante e con l’aria mezza orba che connotava ogni suo occhieggiare talputo elenchi o scripta, fra gli abili all’arruolamento, i coartabili al mestiere delle armi e i certi assoldabili dai nemici dello Shloss. Con aria infervorata, linguaggio chioccio ed occhio di persico morto sei sere prima per mancanza d’aria, Von Kakkien, offesissimo per l’assalto di un generale avversario che egli diceva suo amico, un tempo, mi chiese conto di quei messaggi, me li fece leggere in presenza del suo langravio occasionale, nonché socio in non so quale bovina faccenda, per poi… negare a spada tratta che fosse stato lui l’autore. Sbigottito come una triglia collodiana, il nano iniziò ad incalzare: “E secondo te chi è qui il politico-duce che traina la baracca da più tempo?”, come a sottolineare che il mio parere, umilmente supponente che quei fossero suoi messaggi lanciati in un momento di sconforto, fosse inevitabilmente subordinato ai merita che quello scaracchio si auto impuntava sul bitorzoluto petto a barilotto, come se il cardinal Richelieu di Franza gli facesse un pippa, a lui, novello Traiano. Perplesso come una foca, feci appena in tempo ad accorgermi di due cose: la prima, che Von Kakkien era pazzo come sanno esserlo solo i dementi di lunghissimo corso, pazzo come un medico direbbe di uno che si lava la faccia con i propri escrementa, pazzo come alcun savio negherebbe in accademica seduta; la seconda, che dopo la batosta della terza battaglia di Magdeburg era giunta per la Falange di Arras l’ora di assoldare mercenari che facessero una differenza stavolta invocata come risultato e non spiattellata con becero orgoglio come se fosse certezza, per la vittoria finale. Poco male: io mi sentivo già sconfitto e stavolta Von Kakkien c’entrava poco…(Articolo a cura del giornalista Giampiero Casoni)
Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”