Secondo le testimonianze, il fumo si è levato per giorni dalle ciminiere di Rangoon «Birmania, cremate le vittime delle stragi» I dissidenti denunciano: «Almeno duecento cadaveri bruciati in segreto» BANGKOK (THAILANDIA) – La speranza della pacifica rivoluzione zafferano si è perduta, prima, nella violenza e nella crudeltà della repressione. E, ora, nell’orrore inimmaginabile dell’ultima rivelazione uscita dalla Birmania grazie al coraggio dei dissidenti. I militari starebbero utilizzando il crematorio pubblico che si trova a nordest di Rangoon per far sparire i corpi delle vittime della repressione, così da impedire ogni futura «conta del male».«Ho visto personalmente bruciare 71 cadaveri », ha rivelato un testimone oculare alle fonti del Corriere. La notizia è stata confermata, dall’ex capitale birmana, anche da un giornalista del Sunday Times, anonimo per evidenti ragioni di sicurezza, dato che la giunta militare è pronta ad arrestare qualunque reporter che sia entrato nel Paese con l’unico stratagemma possibile: un visto turistico. La descrizione di quanto avvenuto è raggelante ma non consente di stimare un bilancio, neppure approssimativo, di quante siano effettivamente le vittime della repressione. La giunta è ferma a dieci uccisi «ufficiali». Mentre per l’opposizione democratica i morti sarebbero «almeno duecento ». Secondo il settimanale britannico, fonti differenti hanno riferito a diplomatici e volontari di organizzazioni internazionali come, sin dalla notte del 28 settembre, ovvero a 24 ore dall’inizio delle violenze nei monasteri e della sparatorie nelle città, camion militari coperti da teloni verdi
siano stati osservati mentre si dirigevano nell’area del crematorio pubblico. Le strade che portavano verso l’edificio erano guardate a vista da soldati in assetto di guerra, pronti a minacciare di morte chiunque si fosse solamente affacciato alle finestre di casa. «Non c’è stato alcun tentativo di identificare i corpi – ha spiegato al reporter del Sunday Times un diplomatico occidentale -. Nessuno si è preoccupato di restituire i resti alle famiglie o semplicemente garantire un minimo rito funebre secondo la tradizione buddista». Sandar Win, una dissidente esule a Mae Sot, lungo la frontiera birmano-thailandese, pochi giorni fa aveva confermato al Corriere: «Mio marito era rimasto in Birmania, era uno dei leader della rivolta. È stato prelevato dalla polizia politica per essere “interrogato”. Pochi giorni più tardi i miei figli mi hanno telefonato per informarmi della sua morte, “accidentale” secondo le autorità. Abbiamo chiesto il corpo indietro: non abbiamo nemmeno
avuto una risposta». La pratica di bruciare i cadaveri per impedire un bilancio ufficiale della repressione non è nuova, in Asia.Anche l’esercito cinese fece sparire nello stesso modo i resti di molti degli uccisi a piazza Tienanmen, nel giugno 1989. Allora i camini del crematorio di Babaoshan, il «cimitero degli eroi» a Pechino, emisero un lugubre fumo grigio per giorni: adesso lo stesso agghiacciante spettacolo è visibile nell’ex capitale birmana. A Rangoon, oltre a queste notizie, autentiche secondo la locale comunità diplomatica perché confermate da fonti diverse, si sono diffuse voci – anche queste credibili, purtroppo – che negli ospedali si registrano ancora decessi nonostante la calma apparente nelle strade ormai perduri da giorni. La ragione? «Ai medici – ha fatto sapere un volontario straniero – non è stato consentito di curare i feriti: ordini precisi dei militari. Senza alcun tipo di trattamento, è inevitabile che molti tra coloro che hanno subito ferite possano essere morti nel giro di pochi giorni». C’è da aggiungere che continuano gli arresti di civili e monaci, con continui raid nei monasteri. Le autorità affermano che sarebbero state sequestrate «armi e munizioni». E i media di regime ammoniscono: «I monaci devono aderire alle leggi di Dio e del governo, se violano tali leggi commettono reati».
Paolo Salom
08 ottobre 2007

Aziende di regime Carla Ronga , 04 ottobre 2007

Reso noto da Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl, l’elenco completo delle aziende italiane che hanno relazioni commerciali con l’ex Birmania con un import pari a circa 60 milioni di euro ed un export di poco più di 59 milioni. Pubblichiamo l’elenco completo

Le sanzioni economiche non servono a nulla se non prevedono il blocco totale degli investimenti stranieri nel Paese, blocco che finora non c’è stato. Francia, Gran Bretagna, India, Russia, Cina, ma anche l’Italia continuano a fare affari con la giunta del generale Than Shwe. Un embargo totale sui prodotti birmani da parte della comunità internazionale è l’unico modo per rendere efficaci le sanzioni a carico del regime del Myanmar, e per prepararsi alla lunga guerra di posizione contro la giunta al potere nell’ex Birmania: è la richiesta che arriva forte dalla Lega Nazionale per la Democrazia, la principale forza di opposizione facente capo ad Aung San Suu Kyi. E’ la richiesta ribadita dal segretario generale della Cisl, Bonanni che ha lanciato un appello alle imprese italiane che intrattengono relazioni economiche con la Birmania chiedendo loro di rompere i rapporti con il regime militare “per non macchiarsi le mani di sangue”. Bonanni ha proseguito sottolineando la necessità di mettere da parte la convenienza economica poiché, ha osservato, “io dico di stare attenti perché non guadagnarsi meriti particolari rispetto alla futura democrazia birmana, significa a quel punto uscire fuori da quell’economia”. Sono oltre un centinaio le aziende italiane che hanno relazioni commerciali con l’ex Birmania con un import pari a circa 60 milioni di euro ed un export di poco più di 59 milioni. Tra i principali importatori troviamo le aziende del legno (teak), dell’abbigliamento e delle pietre preziose. Tra queste spiccano i nomi della Bellotti (legnami); della Van Cleef & Arpels e Bulgari (pietre preziose); Oviesse e Gariglio confezioni e Italia srl (pavimenti).
Per l’export, in cima alla classifica c’è la Danieli officine meccaniche spa (56.160.700,43 Euro). Seguono a distanza l’Avio difesa spazio (1.373.804,79) e la Safe srl (1.002.348,27). Ma anche ditte più note al grande pubblico come Luxottica o la Electosys (prodotti televisivi sistemi analogici). Per i lettori pazienti alleghiamo l’elenco completo delle aziende made in Italy con i relativi flussi finanziari. Nel rendere pubblico i nomi delle ditte italiane, la Cisl ha presentato un documento con il quale chiede al governo italiano e all’Unione Europea (Ue) di adottare una serie di iniziative economiche e politiche per rafforzare le pressioni sul regime birmano e favorire il dialogo tra la giunta militare al potere dal 1962 e gli attivisti dell’opposizione democratica, vittime della violenta repressione. In una nota, il sindacato suggerisce inoltre alcune misure concrete da adottare immediatamente. Fra queste, il dare piena attuazione alla Risoluzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) del giugno del 2000, che chiede a governi, imprenditori, sindacati e ad altre organizzazioni internazionali di valutare i rispettivi rapporti con la Birmania e di cessare ogni rapporto che possa comportare un effetto diretto o indiretto di aiuto e di favoreggiamento del lavoro forzato; rafforzare la pressione politica, diplomatica ed economica e di prevedere sanzioni economiche efficaci contro il regime birmano, con l’obiettivo di costringere la giunta militare a un negoziato in tempi certi con l’opposizione democratica, la leader della Lega nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari, e i gruppi etnici. E ancora, prevedere l’embargo delle armi e un controllo sulla triangolazione delle esportazioni di armi; rafforzare la posizione Comune dell’Ue, tra l’altro completando l’elenco dei settori commerciali e delle imprese birmane, relativamente ai quali sia in vigore un divieto di scambi, aggiungendovi quelli che ancora non siano stati inclusi. (legno, gas, pietre preziose); promuovere il dialogo tra Ue, Asean (Associazione dei Paesi del sud-est asiatico), Asem (Asia-European Meeting) e Saarc (Associazione per la cooperazione regionale dell’Asia del Sud), con l’obiettivo di spingere il regime militare ad avviare il dialogo politico che preveda vincoli temporali e la partecipazione di tutte le parti interessate, compresi i gruppi etnici e la Lega Nazionale per la Democrazia, come condizioni indispensabili per l’istituzione di una vera e propria democrazia e dello stato di diritto. Ciò anche con un dialogo diplomatico con Cina, Russia e India. Quest’ultima è una chiara indicazione al ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, in partenza per l’India, al quale viene chiesto di sospendere l’accordo di cooperazione militare con l’India se Nuova Delhi non si impegna a fermare le esportazioni di armi e attrezzature militari in Birmania. Infine, la Cisl chiede al governo italiano di individuare un soggetto per il coordinamento delle azioni politiche, economiche e sulle armi e di riferire in parlamento e alle parti sociali.

Il Documento /1
Le aziende italiane che esportano in Birmania
Il Documento /2
Le aziende italiane che importano dalla Birmania

STOP COMMERCE WITH BIRMANIA

LIST OF ORGANIZATIONS COMMERCE
http://www.burmacampaign.org.uk/dirty_list/dirty_list_details
LA BIRMANIA E GLI AFFARI ITALIANI L’appello della Cisl alle aziende italiane: “Non macchiatevi di sangue”. Gas, rubini, giada: una miniera a basso costo per la Thailandia (e gli altri)
CARLA RESCHIA
Con tutto il rispetto per manifestazioni, magliette rosse e fiaccolate, il nodo delle pressioni sulla giunta militare birmana passa per l’economia. Un dato di senso comune, sottolineato con particolare vigore da chi meglio di tutti conosce il terreno, e cioè il partito del premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione democratica. «Le sanzioni economiche – ha Detto il portavoce del partito – non servono a nulla se non prevedono il blocco totale degli investimenti stranieri nel Paese». Blocco che finora, malgrado molte solenni affermazioni, non c’è stato. Francia, Gran Bretagna, India, Russia e sopratutto Cina (ma anche l’Italia) continuano a fare affari con Than Shwe e soci. Pechino è il tramite ineludibile, su cui «l’Occidente, Stati Uniti ed Europa, debbono fare pressione, perché la giunta militare dipende politicamente ed economicamente dalla Cina. Pressioni che nessuno, fin qui, sembra avere la minima intenzione di esercitare.

La denuncia della Cisl

Ma anche nel cortile di casa la situazione è ambigua. Come ha denunciato la Cisl, durante un convegno tenutosi a Padova. Sono ben 355 le aziende italiane che intrattengono rapporti di import-export con Yangon o Rangoon che dir si voglia. Il sindacato ne ha diffuso un elenco completo, chiedendo loro di non «macchiarsi le mani di sangue». Nell’elenco fornito dalla Cisl figurano, tra le altre, Oviesse, Auchan, Bulgari, Arean Italia, Fincantieri-Cantieri Navali Italiani, Bailo, Gruppo Pam, Ferrrai F.lli Lunelli, Gariglio Confezioni, San Patrignano società cooperativa sociale tecnica, Vegas Sopa, Diesel, Tacchini Group, Bellotti, Van Cleef & Arpels Logistic, Asics Italia. Italtessile, Conte of Florence, Metro Servizi Logistici, Daniele Officine Meccaniche, Avio Difesa Spazio, Danieli officine meccaniche, Safe, Siad macchine impianti, Pedrollo, Electrosys, Berco trattori. Sono invece i dati dell’Istat e del Fondo Monetario a informarci che l’interscambio commerciale tra Italia e Birmania nel 2006 è stato pari a 43 milioni di euro su circa 300 milioni riferibili all’intera Unione europea.

L’export ufficiale e ufficioso

Le fonti ufficiali quantificano l’export in 13 milioni di euro e le importazioni a quota 30 milioni di euro. Numeri che, secondo la Cisl, sarebbero da moltiplicare almeno per tre: l’import sarebbe pari a 59.592.916 di euro e l’export a 60.500.000. Da notare che contro il regime di Myanmar vige fin dal 1988 l’embargo dell’Unione europea, sia pur in assenza di qualsiasi mezzo per farlo rispettare Per quanto riguarda il settore turismo, Cisl ricorda i principali tour operator che lavorano in Birmania: Francorosso, Viaggidea, Viaggi del Mappamondo, Rallo luxury travel, Sentieri di nuove esperienze, Gastaldi, Columbia turismo, Hotelplan, Viaggi dell’elefante, El dimensione turismo, Il Tucano viaggi, Mistral e Settemari. Il sindacato sottolinea che le agenzie Astoi e Fiavet hanno già annunciato la sospensione di tutti i viaggi in Birmania, mentre Albatross Yacting Vacanze e Dodotravel hanno scritto alla ambasciata della Birmania per informare di aver sospeso tutta la programmazione dei viaggi in Birmania a causa della violenta repressione contro i manifestanti antigovernativi. La Cisl conclude chiedendo quale sia il ruolo della Saipem Asia in Birmania, alla luce degli accordi siglati con la Gail India e con Oil and Natural Gas Corporation Limited per attività nel mar della Thailandia.

Gli interessi della Thailandia

Thailandia che è poi è il principale acquirente del gas naturale della Birmania e la sua fonte primaria di riserve di moneta straniera. Tanto che il governo di Bangkok sta valutando con estrema cautela l’ipotesi di adottare sanzioni contro la giunta militare birmana dopo la repressione militare: Cina e India sono ansiose di rimpiazzarla e gli affari, si sa, sono affari. Ma quanto influisce il gas naturale sulla sopravvivenza del regime? Parecchio. Stando ai dati della Banca di sviluppo asiatica, riportati da Asiatimes, le esportazioni di gas garantiscono alla giunta militare birmana circa un terzo delle entrate ufficiali per le esportazioni. Dalla Thailandia la giunta intasca ogni mese circa 160 milioni di dollari. Oggi, Bangkok importa il gas naturale estratto dal giacimento di Yadana, gestito dalla francese Total con l’americana Chevron, e da quello di Yetagun, al largo del mar delle Andamane. Di fatto la Birmania copre oggi il 25% della richiesta totale di gas della Thailandia e che in più,sta trattando diversi progetti per la produzione di energia idroelettrica. Così se Bangkok dovesse adottare sanzioni economiche contro la giunta, Cina e India, che non a caso non hanno speso una parola di condanna, sono già pronte. Da tempo sono in competizione per garantirsi le forniture di gas dei giacimenti gestiti da aziende sudcoreane al largo della Birmania.

La Cina in campo

Pechino è già riuscita a garantirsi l’approvazione da parte della giunta di un piano per la costruzione di un gasdotto che trasporti il gas fino alla zona sud-occidentale della Cina e ha anche avviato i negoziati per un altro gasdotto capace di far arrivare in Birmania il gas estratto in Medio Oriente e in Africa. Da parte sua, Nuova Delhi ha proposto un piano altrettanto ambizioso per la costruzione di una conduttura che attraversi il Bangladesh e trasporti il gas nella zona orientale del Paese. La Birmania è uno dei Paesi più poveri del mondo, anche se ricco di gas, uranio e pietre preziose, la cui commercializzazione non ha subito i contraccolpi delle proteste in corso.

Rubini rosso sangue

Per tacere dei rubini, altra pregiatissima risorsa birmana. Nei giorni scorsi, al salone dei gioielli di Hong Kong, hanno venduto benissimo come al solito e nessuno ha associato il loro peculiare e intenso color rosso al sangue versato dai dimostranti. Per tacere dei metodi d iestrazione in una Paese che ricorre di routine ai lavori forzati perv risparmiare sui costi e mantenere la pace sociale. Unica possibile conseguenza, un ulteriore aumento di prezzo, se la situazione non dovesse stabilizzarsi. A sentirne l’effetto sarebbe ancora la Thailandia, diventato da alcuni anni il primo mercato mondiale di pietre preziose, dove la Birmania esporta ufficialmente o illegalmente le sue pietre migliori. Del resto, non di sola Thailandia si parla dal momento che, oltre la metà dei rubini commercializzati nel mondo vengono estratti in Birmania. Per la cronaca, Il prezzo di un rubino, assicurano gli esperti, soprattutto se il suo peso è superiore ai tre carati, supera spesso quello di un diamante di grande qualità. E onore a chi, nel 2006, in occasione di una prestigiosa asta da Christie’s, se ne è comprato uno per la modica somma di 2,6 milioni di euro. Ma oltre al mercato dei rubini, controllato al 50% dalla giunta e per il restante dal contrabbando, c’è quello della giada imperiale. E qui rientrano in ballo i cinesi, che ne sono grandi estimatori. Ma si affacciano anche gli Usa che hanno sì da alcuni anni deciso un sulle pietre che provengono dalla Birmania, ma poi si concedono qualche eccezione. Solo Tiffany, pare lo rispetta al 100%. Fino a prova contraria. Qualcuno si può ancora stupire se ci si limita a «deplorare»?

SCRIVIAMO AD Aung San Suu Kyi ZORRO E’ CON TE

Aung San Suu Kyi: SCRIVI ZORRO E’ CON TE

Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e leader del movimento per la democrazia in Birmania. Ha trascorso in detenzione più di 11 anni. Gli arresti domiciliari le sono stati riconfermati lo scorso 25 maggio. Soldati armati le hanno transennato la casa con filo spinato e allontanano tutti i visitatori. I militari le hanno anche tagliato la linea telefonica, cosicché nessuno può chiamare, nemmeno per augurarle buon compleanno …
I generali che governano la Birmania hanno già attentato alla sua vita il 30 maggio 2003, attaccando una carovana di macchine con cui stava viaggiando. Nell’attacco, un centinaio dei suoi sostenitori sono stati bastonati a morte. L’automobile di Aung San Suu Kyi è riuscita ad accelerare e a scappare, ma in seguito è stata arrestata. Il regime sta facendo tutto quel che può per isolare Aung San Suu Kyi; vogliono che il mondo si dimentichi di lei; temono la sua popolarità; lei è la principale minaccia per la continuazione del loro potere, e perciò siamo sempre più in apprensione per la sua sicurezza. Se vuoi, puoi mandare un biglietto di buon compleanno ad Aung San Suu Kyi. Anche se è probabile che il biglietto venga intercettato dal regime, migliaia di biglietti d’auguri daranno un potente segnale al regime. Se i militari sapranno che il mondo li guarda, sarà meno facile che intraprendano altre azioni contro Aung San Suu Kyi, poiché avranno timore delle reazioni internazionali. Il tuo biglietto d’auguri contribuirà a mantenerla al riparo da ulteriori attacchi.

Invia il tuo biglietto d’auguri a:
Daw Aung San Suu Kyi,
54 University Avenue,
Bahan 11201,
Yangon, Myanmar (Birmania)

Costo dell’affrancatura con posta prioritaria per l’estero
formato standard, cm 9×14 Euro 0,60

PROTESTIAMO CON LETTERA O EMAIL ALL’AMBASCATA BIRMANA IN ITALIA

meroma@tiscalinet.it
FIRMA on line la La petizione
http://blog.libero.it/dammiltuoaiuto/
La leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, è uscita oggi da casa a Yangon per salutare i monaci buddisti che sfilano in una marcia di protesta contro la giunta militare. Aung San Suu Kyi da quasi 12 anni è agli arresti domiciliari. Era uscita l’ultima volta dalla sua casa nel novembre 2006, quando la giunta l’aveva autorizzata ad incontrare per un’ora un inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari. La polizia avrebbe aperto brevemente la via dove si trova la casa dell’attivista, solo per far passare i monaci. La strada era stata chiusa cinque giorni fa, dopo che alcuni monaci si erano fermati davanti alla casa della donna per pregare”Abbiamo visto Aung Suu Kyi uscire dalla sua casa. Indossava una camicia gialla. E quando è comparsa la folla ha iniziato a urlare ‘Lunga vita a Aung Suu Kyi'”, hanno riferito testimoni al sito degli esuli.

Aung San Suu Kyi – in – (Rangoon, 19 giugno 1945) è una politica birmana, attiva nella difesa dei diritti umani.

Sin da giovane si impone nella scena nazionale del suo paese, devastato da una pesante dittatura militare, come una leader del movimento non-violento, tanto da meritare i premi Rafto e Sakharov, prima di essere insignita del premio Nobel per la pace nel 1991.

Biografia

La vita di Aung San Suu Kyi, è stata travagliata già dai primi anni di vita, infatti suo padre, uno dei principali esponenti politici birmani, dopo aver negoziato l’indipendenza della nazione dall’Inghilterra nel 1947, fu ucciso da alcuni avversari politici nello stesso anno, lasciando la bambina di appena due anni, oltre che la moglie, Khin Kyi e altri due figli, uno dei quali sarebbe morto in un incidente.Dopo la morte del marito, Khin Kyi, la madre di Aung San Suu Kyi, divenne una delle figure politiche di maggior rilievo in Birmania, tanto da diventare ambasciatrice in India nel 1960. Aung San Suu Kyi fu sempre presente al fianco della madre, e la seguì ovunque, ed ebbe la possibilità di frequentare le migliori scuole indiane e successivamente inglesi, tanto che nel 1967, ad Oxford, conseguì alcune lauree rispettivamente in Filosofia, Scienze Politiche ed Economia. Continuò poi i suoi studi a New York e nel 1972 cominciò a lavorare per le Nazioni Unite, e in quel periodo conobbe anche uno studioso di cultura tibetana, Micheal Aris, che l’anno successivo sarebbe diventato suo marito, e padre dei suoi due figli, Alexander e Kim. Ritornò in Birmania nel 1988, per accudire la madre gravemente malata, e proprio in quegli anni il generale Saw Maung prese il potere e instaurò il regime militare che tutt’ora comanda in Myanmar. Fortemente influenzata dagli insegnamenti del Mahatma Gandhi, Aung San Suu Kyi, sposò la causa del suo paese, ma in maniera non-violenta, e fondò la Lega Nazionale per la Democrazia, il 27 settembre 1988. Neanche un anno dopo le furono comminati gli arresti domiciliari, con la concessione che se avesse voluto abbandonare il paese, lo avrebbe potuto fare; Aung San Suu Kyi rifiutò la proposta del regime. Nel 1990 il regime militare decise di chiamare il popolo alle elezioni, e il risultato fu una schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, che sarebbe quindi diventata Primo Ministro, tuttavia i militari rigettarono il voto, e presero il potere con la forza, annullando il voto popolare. L’anno successivo Aung San Suu Kyi vinse il premio Nobel per la Pace, ed usò i soldi del premio per costituire un sistema sanitario e di istruzione, a favore del popolo birmano. Gli arresti domiciliari le furono revocati nel 1995, ma rimaneva comunque in uno stato di semi libertà, non poté mai lasciare il paese, perché in tal caso le sarebbe stato negato il ritorno in Myanmar, e anche ai suoi familiari non fu mai permesso di visitarla, neanche quando al marito Michael fu diagnosticato un tumore, che di lì a due anni, nel 1999, lo avrebbe ucciso, lasciandola vedova. Nel 2002, a seguito di forti pressioni delle Nazioni Unite, ad Aung San Suu Kyi fu riconosciuta un maggiore libertà d’azione in Myanmar, ma il 30 maggio 2003, il dramma: mentre era a bordo di un convoglio con numerosi supporters, un gruppo di militari aprì il fuoco è massacrò molte persone, e solo grazie alla prontezza di riflessi del suo autista, Ko Kyaw Soe Lin, riuscì a salvarsi, ma fu di nuovo messa agli arresti domiciliari. Da quel momento, la salute di Aung San Suu Kyi è andata progressivamente peggiorando, tanto da richiedere un intervento e vari ricoveri.
Il “caso” Aung San Suu Kyi ha incominciato ad essere un argomento internazionale, tanto che gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea hanno fatto grosse pressioni sul governo del Myanmar per la sua liberazione, ma gli arresti domiciliari furono rinnovati per un anno nel 2005 e ulteriormente rinnovati nel 2006. Tutt’ora Aung San Suu Kyi è agli arresti domiciliari.
In tutto il mondo Aung San Suu Kyi è diventata un’icona della non-violenza e pace, tanto che numerosi gruppi musicali, tra cui gli U2, i R.E.M. e i Coldplay, le hanno dedicato brani musicali per sostenere la sua causa; nel 2003 le fu assegnato l’European Mtv Music Award, e alcune prestigiose Università in Europa e in America vogliono assegnarle delle lauree Honoris Causa, per il suo grande impegno civile, e per la difesa dei diritti umani e della pace.

Aung San Suu Kyi

INTERVISTA AD ANGUN SAN AUU
http://www.youtube.com/watch?v=6_oabUxzglo
http://www.youtube.com/watch?v=Mjqo1JSDNpM
http://www.youtube.com/watch?v=GIR_-YN3Oyc

DOCUMENTARIO

http://www.youtube.com/watch?v=9OHBAWFA00c
http://video.google.it/videoplay?docid=-1189907254450323593&q=Aung+San+Suu+Kyi&total=26&start=0&num=10&so=0&type=search&plindex=3
http://www.youtube.com/watch?v=kaVPsXtecs0
http://www.youtube.com/watch?v=EPz0bbWv7Yw

MONACI IN LOTTA
http://www.youtube.com/watch?v=EIuSPl_xX-0

ECCO CHI E’ IL DITTATORE SANGUINARIO BIRMANO
http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=17&IDalbum=5801&tipo=VIDEO

ECCO COME VIVE NEL LUSSO LA FAMIGLIA DEL DITTATORE
http://www.youtube.com/watch?v=xabxmlhEEPw

STORIA DEL DITTATORE
http://www.youtube.com/watch?v=MTD85IZ6aEo

ECCO DOVE VIVE IL DITTATORE

http://www.youtube.com/watch?v=tiLxEIPD6iQ

ECCO IL SUO LUSSO
http://www.youtube.com/watch?v=s6YPsycc6Lc

http://www.youtube.com/watch?v=OXb9CiNEgfQ

Burma sept.2007: “The Lady and The General”

http://www.youtube.com/watch?v=UG3V5tJaEm8

APPELLO
http://www.youtube.com/watch?v=oPH7o_sJaNo

LA MORTE DI UN MONACO
http://www.youtube.com/watch?v=2_wVOdemFgg

MONACI RICHIUSI CON IL FILO SPINATO
http://www.youtube.com/watch?v=1YgJETfsM5A

PROTESTA IN ITALIA DI AMNESTY A ROMA

http://www.youtube.com/watch?v=NYowESPuybU

http://www.youtube.com/watch?v=1mfVZBd03oo

Un dittatore tra superstizione e ferocia
http://www.youtube.com/watch?v=1mfVZBd03oo

Il generale ha mostrato spietatezza nell’eliminare gli avversari e tende ad apparire il meno possibile in pubblico

Il generale Than Shwe (Ap)
ROMA – Un bizzarro miscuglio di Pol Pot e Augusto Pinochet. Questo è per tanti osservatori internazionali il generale Than Shwe, 74 anni, capo della giunta militare golpista che opprime Myanmar, l’ex Birmania. L’aspetto del capo del Consiglio statale per la pace e lo sviluppo (SPDC), questa la stridente denominazione con cui si definisce la giunta golpista, ricorda quella del dittatore cileno, con la sua divisa appesantita da medaglie. La poca propensione ad apparire, invece, ricorda quella del capo dei Khmer Rossi. A tutti e due l’accomuna la spietatezza nell’eliminare gli avversari e nell’opprimere il proprio stesso popolo. Reporters sans Frontieres, l’organizzazione non governativa che si batte per la libertà di stampa, lo annovera tra i “Predatori” del diritto d’informazione e lo descrive come un uomo spesso affetto da “crisi di paranoia”, la cui voce non è conosciuta dal suo popolo.
LA NUOVA CAPITALE – Ancor meno oggi, dopo che dal 2005 ha letteralmente deportato l’intera amministrazione dalla capitale storica a Pyinmanaw, la nuova “capitale”: un villaggio malsano nel centro del paese. Il passo, da un lato, è servito a piegare la volontà di tanti esponenti dell’amministrazione civile, in cui serpeggia l’insoddisfazione e, quindi, i germi d’una possibile rivolta. D’altro canto, secondo diversi osservatori, sarebbe una specie di preludio d’una restaurazione monarchica, in cui Than Shwe diventerebbe re.
SUPERSTIZIONE E FEROCIA – Superstizioso in maniera ossessiva, il Il generale Than Shwe (Reuters)
generale nato nella zona di Mandalay ha iniziato la sua ascesa nell’esercito, facendo parte tra il 1953 e il 1960 del Dipartimento per le operazioni psicologiche e la propaganda. Poi partecipa alla repressione della guerriglia dell’etnia Karen, segnalandosi per una particolare ferocia. E’ nel 1962 che sale sul carro giusto, unendosi al colpo di stato capeggiato dal generale Ne Win. Diviene, cioè, uno dei protagonisti degli eventi che pongono fine al sogno democratico della Birmania post-indipendenza, iniziato col padre della patria Aung San, assassinato nel 1947 (Aung San è il padre del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che Than costringe agli arresti domiciliari). Entrato così nel partito unico al potere, Than Shwe è poi emerso come uno dei nuovi potenti dopo l’insurrezione repressa del 1988. Con il secondo colpo di Stato del ’90 ha ulteriormente allargato il suo potere, allontanando a uno a uno i possibili avversari. Nel ’92 è diventato il numero uno della giunta, imponendo al predecessore Saw Maung le dimissioni «per motivi di salute». Negli anni successivi ha consolidato il suo dominio al punto da abolire, nel 2003, la norma che imponeva il pensionamento dalle cariche politiche al compimento dei 70 anni: e Than Shwe ovviamente è del ’33.

01 ottobre 2007

Un ritratto del dittatore birmano

«Seguo con trepidazione i gravissimi eventi di questi giorni»
Il Papa: «Solidale con il popolo birmano»
L’intervento dopo l’appello al pontefice firmato da esuli e dissidenti birmani tra cui il Nobel Aung San Suu Kyi

Il Papa ha rotto il silenzio sulla Birmania. «Seguo con grande trepidazione i gravissimi eventi di questi giorni in Myanmar e desidero esprimere la mia spirituale vicinanza a quella cara popolazione nel momento della dolorosa prova che sta attraversando» ha detto Benedetto XVI domenica mattina dopo l’Angelus. «Mentre assicuro la mia solidale ed intensa preghiera e invito la Chiesa intera a fare altrettanto, auspico vivamente che venga trovata una soluzione pacifica, per il bene del Paese», ha concluso il Papa. Benedetto XVI ha preferito attendere alcuni giorni prima di parlare della crisi della Birmania, rispettando così l’autonomia dell’Episcopato locale (che si era espresso subito con un comunicato che chiedeva «vicinanza nella preghiera») e anche per non esporre a ritorsioni la piccola comunità cattolica locale.

L’APPELLO DI ESULI E DISSIDENTI – La richiesta di prendere una posizione si era però fatta pressante, tanto che ieri era stato recapitato in Vaticano un messaggio rivolto al Papa dall’ex premier (oggi esule) Sein Win e dal segretario dell’Ncub, il Consiglio Nazionale dell’Unione Birmana, Maung Maung. «Le chiediamo – era scritto nella lettera – di far sentire la Sua voce di Leader Spirituale del mondo cattolico per incoraggiare i credenti di tutte le fedi in Birmania e nel mondo perché sostengano le varie iniziative pacifiche in atto, che hanno l’obiettivo di trovare una soluzione alla crisi che attraversa il nostro popolo». L’appello era stato rivolto al Pontefice «a nome del Premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, di tutto il governo in esilio, di tutte le organizzazioni democratiche, le nazionalità etniche e le organizzazioni sindacali, che sono impegnate nella lotta pacifica per il ritorno della democrazia in Birmania». «Una Sua pubblica parola, o anche un Suo gesto di incoraggiamento – affermavano i leader firmatari – sarebbero di grande valore e estremamente apprezzati da tutto il popolo, dai monaci buddisti, dai cattolici impegnati, dai lavoratori, dagli studenti che stanno attraversando un periodo di grande sofferenza ma di grande speranza per la costituzione di una Birmania libera e pacifica». Il governo in esilio e il Consiglio di tutte le organizzazioni democratiche aveva anche fatto sapere di «sperare» che «Sua Santità possa rivolgersi a noi nel suo usuale intervento a della domenica a mezzogiorno». Una richiesta che è stata accolta superando forse la tradizionale prudenza della diplomazia vaticana (preoccupata anche di non accreditare l’immagine di una Santa Sede interventista, che tanto spaventa la Cina Popolare).

30 settembre 2007

Myanmar, l’inviato dell’Onu vedrà leader giunta

YANGON (1 ottobre) – L’inviato delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari incontrerà martedì il numero uno della giunta militare di Myanmar, il generale Than Shwe, per cercare di convincere il regime a fermare la repressione contro le proteste. Intanto negli ultimi due giorni le truppe dell’esercito e della polizia hanno praticamente sigillato le principali citttà della ex Birmania, tenendo le proteste lontano dalle strade. Sulla missione di Gambari comunque regna un certo mistero. Secondo quanto riferisce il sito di notizie Mizzima, Gambari ha visitato a sorpresa un centro per gli scambi commerciali al confine tra il Myanmar e la Cina, noto come «105 Mile Zone», inaugurato nel febbraio dello scorso anno. L’inviato dell’Onu, accompagnato da una delegazione di alti ufficiali birmani, è arrivato al centro situato una decina di chilometri a sudovest della città di Muse a bordo di un elicottero militare, proveniente da Lashio. E a Lashio, dove dovrebbe tornare in serata, è in programma per domani una manifestazione a sostegno della giunta militare. Gambari domenica aveva incontrato per più di un’ora a Yangon la leader dell’opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace, dal 2003 agli arresti domiciliari nella sua casa di Yangon.Il ritardo nell’incontro con il generale Shwe, 74 anni, che spesso voci indicano in cattive condizioni di salute, aveva fatto scaturire diverse ipotesi. Secondo alcuni diplomatici era possibile che Shwe non volesse intenzionalmente incontrare l’inviato dell’Onu per mostrare che la giunta di Myanmar non intende cedere alle pressini internazionali. Nel frattempo l’attacco di alcune unità armate del Karen National Union (Knu) contro brigate dell’esercito birmano sembra confermare il fatto che anche i gruppi armati delle minoranze etniche si sono uniti al coro di protesta dei manifestanti nel Paese. Stando alle dichiarazioni del portavoce del Knu, Pado Mann Sha, un’unità del battaglione 103 dell’Esercito di liberazione nazionale dei Karen ha attaccato e ucciso almeno quattro militari del Tatmadaw (l’esercito regolare birmano) nei pressi di Phalu, nello Stato Karen. «A parte i gruppi armati delle minoranze Wa, Kachin e Karen, gli altri sono troppo deboli e poco organizzati per fronteggiare l’esercito regolare birmano», ha dichiarato il professor B. T. Win, segretario del ministero degli Affari esteri birmano dal 1974 al 1978. Nonostante gli appelli dei giorni scorsi da parte del Knu e dell’Esercito del Sud dello Stato Shan a sollevarsi contro la giunta militare birmana, il Professor Win non crede che i gruppi armati affiancheranno i monaci per le strade. L’ex-segretario ha poi sottolineato che la lotta armata verrà comunque portata avanti «poichè tali gruppi combattono da sempre la giunta». In particolare, l’esercito Karen porta avanti la sua lotta contro la giunta militare birmana da ben oltre 52 anni. Il pericolo maggiore, a questo punto è che la situazione diventi incontrollabile e possa degenerare in conflitto aperto. «Se le dimostrazioni pacifiche non avranno successo, il pericolo di una guerra civile è molto concreto», ha inoltre aggiunto Win. Tale pericolo potrebbe però essere scongiurato dall’intervento della comunità internazionale: «solo se Cina e Russia non si opporranno con il proprio potere di veto».

Democratic voice of Burma

www.irrawaddy.org

www.mizzima.com

Injured monks : Several monks

More than 100,000 people protested against the junta in Rangoon today.
Photo: Myo Khin/ Mizzima

The deceased Japanese Photo journalist Nagai-san seen after being shot. Soldier pointing the gun. Photo:Reuters

(Reuters)

Death by head-injury, bleeding from nose & mouth

Another young student demonstrator with head injury

A monk demonstrator with head injury

An injured demonstrator taken away by thugs

Monks has been killed like this in Burma by Junta

ASIA/MYANMAR – Le Chiese cristiane in Myanmar chiedono al governo di poter celebrare una settimana di speciale preghiera per il paese Yangon (Agenzia Fides) – I cristiani in Myanmar partecipano spiritualmente alle difficoltà che il paese sta attraversando e vogliono affidare le intenzioni di pace e riconciliazione a Dio, in una speciale settimana di preghiera per il bene del paese. Per questo questo hanno chiesto ufficialmente al governo birmano il permesso di poter celebrare una settimana di preghiera in tute le chiese cristiane esistenti in territorio birmano. La richiesta, presentata da S.Ecc. Mons. Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon e Presidente della Conferenza Episcopale cattolica, e dall’Arcivescovo Samuel Mahn san Si Htay, Presidente del Consiglio delle Chiese del Maynmar (organismo protestante), porta all’attenzione del Generale Than Shwe alcune richieste: il testo ricorda che “ogni anno, dal 28 settembre al 4 ottobre, tutti i cristiani del Myanmar, uniti, celebrano una settimana di preghiera per la riconciliazione nel paese”. Ora, per il quinto anno consecutivo, essi “hanno un grande desiderio e stanno facendo del loro meglio per contribuire all’unità, alla pace, alla giustizia e allo sviluppo globale del paese. Tutti i leader cristiani – si afferma – stanno dando ai fedeli indicazioni in tal senso”. La richiesta al Generale Than Shwe si esprime così: “Tutti noi, Vescovi, preti, religiosi leader cristiani, siamo preoccupati per la situazione della nazione”. Per questo “basandoci sull’insegnamento della religione, che parla di amore, verità, giustizia, perdono e riconciliazione, e considerando l’attuare situazione, vogliamo umilmente chiederLe di agire con moderazione e amore paterno, giungendo a una soluzione pacifica, per ottenere stabilità, pace e non violenza, che sono i desideri della popolazione”. (PA) (Agenzia Fides 1/10/2007 righe 26 parole 263

4 centri di detenzione per i 6mila arrestati
Il regime ha preparato 4 centri di detenzione per i 6mila arrestati Secondo i calcoli delle organizzazioni di dissidenti, dall’inizio delle manifestazioni contro il regime il 19 agosto passato, i militari hanno represso le proteste arrestando finora quasi 6mila attivisti e monaci “scesi a marciare a fianco del popolo birmano”. Tra essi, oltre 2mila sono monaci e 100 dovrebbe essere le suore; il resto studenti del movimento di protesta e simpatizzanti del Nld (National League for Democracy) di Aung San Suu Kii. Per loro il regime ha già allestito quattro centri di detenzione, con analogie che ricordano i primi mesi della repressione seguita al golpe cileno dell’11 settembre 1973 di Augusto Pinochet. I quattro centri sono nella cittadina di Insein, nord di Rangoon, intorno la più grande e tristemente famosa prigione che negli ultimi 40 anni ha accolto i prigionieri politici, oppositori del regime. Uno è lo stadio di calcio Taks, “dove si troverebbero tra i 2 e i 3mila oppositori prigionieri” secondo le fonti di PeaceReporter. Sotto il dominio britannico, lo stadio era un ippodromo per le gare di galoppo. Poi un ex SItituto tecnico di informatica, “i cui studenti sono stati allontanati da scuola”, il Ddi; una ex fabbrica chimica di medicinali denominata ‘Bbin’ e un vero campo di tende, eretto a lato dell’enorme struttura di Insein.

Come i desaparecidos

Che i militari argentini trucidavano nel 1978. Così anche le vittime della repressione militare della Giunta birmana guidata da Than Shwe sarebbero in parte state gettate in mare. Alcuni siti della dissidenza birmana hanno rilanciato la notizia che verrebbe da diversi collaboratori a Rangoon. Al momento ci sono anche un paio di foto che mostrano i corpi di monaci rinvenuti nei canali tra l’ex capitale e il mare delle Andamane. “Diversi nostri attivisti ci chiamano per segnalare corpi di monaci che galleggiano nelle secche, nei canali e nei golfi vicino al mare” ha detto a PeaceReporter il caporedattore di un sito che raggruppa i dissidenti birmani in esilio. “Questo confermerebbe la voce che i militari, dopo aver prelevato nei giorni scorsi i monaci dai monasteri di Rangoon, li hanno caricati su navi della Marina militare per poi scaricarli in mare aperto”. Come durante la dittatura militare argentina,come nel libro ”El Vuelo” del giornalista Horacio Verbitski, dove i ‘desaparecidos’ venivano scaricati nell’oceano da elicotteri militari in volo. E di “parecchie persone disperse” parla anche con PeaceReporter Democratic Voice of Burma dalla Norvegia, a nome di tutti i dissidenti che danno informazioni dalla Rangoon resa deserta dalla furia dei soldati. “Stiamo passando dalla repressione militare alla ‘Pulizia personale’ una nuova variante birmana della ‘pulizia etnica’, dove le persone degli oppositori vengono eliminate, ci ha detto al telefono Moe Aye, caporedattore di Dvb e coordinatore dei collaboratori da Rangoon. Questa notizia si aggiunge al timore che i duecento morti dei giorni passati siano stati immediatamente cremati per non lasciare tracce della brutalità del regime, come confermato da quanto risulta al servizio funerario centrale di Rangun in Ayewae, che avrebbe ricevuto oltre 200 cadaveri nei 4 giorni di repressione più dura, o come risulterebbe a diversi cimiteri. Da più parti le voci dicono che i corpi dei manifestanti uccisi sono stati bruciati immediatamente, per non lasciarsi dietro tracce della carneficina. Le prigioni del regime E altri scenari inquietanti, con diverse similitudini con le dittature sudamericane degli anni ’70, ci provengono dai racconti dei dissidenti che hanno raccolto informazioni su dove vengono portate le persone arrestate nel corso delle manifestazioni degli ultimi 5 giorni. Secondo i calcoli delle organizzazioni di dissidenti, dall’inizio delle manifestazioni contro il regime il 19 agosto passato, i militari hanno represso le proteste arrestando finora quasi 6mila attivisti e monaci “scesi a marciare a fianco del popolo birmano”. Tra essi, oltre 2mila sono monaci e 100 dovrebbe essere le suore; il resto sarebbero studenti del movimento di protesta e simpatizzanti del Nld (National League for Democracy) di Aung San Suu Kii. Per loro il regime ha già allestito quattro centri di detenzione, con analogie che ricordano i primi mesi della repressione seguita al golpe cileno dell’11 settembre 1973 di Augusto Pinochet. I quattro centri sono nella cittadina di Insein, nord di Rangoon, intorno la più grande e tristemente famosa prigione che negli ultimi 40 anni ha raccolto i prigionieri politici, oppositori del regime. Uno è lo stadio di calcio Taks, “dove si troverebbero tra i 2 e i 3mila oppositori prigionieri” secondo quanto riportato da ‘Democratic Voice of Burma, organo dei dissidenti birmani in esilio. Sotto il dominio britannico, lo stadio era un ippodromo per le gare di galoppo. Poi un ex Istituto tecnico di informatica, “i cui studenti sono stati allontanati da scuola”, il Ddi; una ex fabbrica chimica di medicinali denominata ‘Bbin’ e un vero campo di tende, eretto a lato dell’enorme struttura di Insein.

PETIZIONE FREE BURMA DA SPEDIRE NAZIONI UNITE

http://www.petitiononline.com/kha8954b/petition.html

LA PETIZIONE DI AMNNESTY INTERNATIONAL
http://www.amnesty.it/appelli/firmamodelappelli.html?nomeappello=Myanmar_monaci
FIRMA LA PETIZIONE PER UNA BIRMANIA LIBERA
http://htm.cisl.it/sito/contenuti/BIRMANIA/FormBirmania.htm
PETIZIONE PER LIBERARE Daw Aung San Suu Kyi,
http://www.actionburma.com/

Per firmare la petizione segui il seguente link:
http://www.avaaz.org/en/stand_with_burma/tf.php?CLICK_TF_TRACK

To: The Secretary-General of United Nations
His Excellency Ban Ki-Moon
Secretary-General of the United Nations
New York, New York 10017

Dear Secretary General,

I am writing to express my deep concern over the recent arrests and detention of at least 150 persons who were involved in protests in Myanmar after the sudden increase in fuel prices there of 15 August 2007.

As you are aware, since August 19 there have been repeated protests
against the sudden increase in costs of diesel, compressed natural
gas and ordinary petrol costs, which have already pushed up the
prices of daily commodities in the impoverished country: rice is
reported to have increased in cost by four to 13 per cent in Rangoon
alone during the last week, while split beans have increased by eight
to 18 per cent. Protests are so far reported to have occurred in
Yangon, Mandalay and Ayeyarwaddy Divisions.

Government-organised gangs, referred to as Swan-arshin, and members
of the quasi-official Union Solidarity and Development Association
(USDA) have broken up most of the protests and detained participants,
under the guidance of local council officials, special branch police
and army officials who are wearing plain clothes. They are not simply
“pro-government” gangs as widely reported. According to one news
report, they are being coordinated by a Myanmar Armed Forces officer,
Colonel Than Han, together with USDA secretary, U Aung Thaung. Col.
Than Han is also said to have been involved in the lethal May 2003
attack on a convoy carrying democracy leader Daw Aung San Suu Kyi and
her supporters at Depayin in upper Myanmar.

Since August 21 the authorities have been coming to houses and other
places and arresting the leaders of the protests. On August 22 the
state media reported that 13 persons belonging to the 88 Generation
Students Group were arrested, and on August 25 it reported that
“action will be taken against them in accord with the law”. The 13
are being held at Insein Prison. But in addition, it is believed that
as of August 25 at least 65 persons have been detained and
interrogated. Among them, I wish to draw special attention to:

1. U Myint Aye, the leader of the Human Rights and Promoters and
Defenders group: taken by the Kyimyintaing Township Peace and
Development Council chairman, U Aung Kyaw Moe, and officials, along
with Special Branch police led by Deputy Superintendent Win Myint
from near his house at 11:30am on 24 August 2007, while he was taking
food in celebration of his wife’s birthday to his in-laws.

2. Ko Htin Kyaw, the leader of the Myanmar Development Committee:
arrested with another member of his group, Ko Zaw Nyunt, a few
minutes into demonstrating nearby the Theingyi Market in Rangoon
around 1pm, 25 August 2007. According to onlookers, they were
assaulted as they were put into a waiting vehicle. Htin Kyaw and his
colleagues had organised protests against rising prices earlier in
the year but had been released after interrogation and
“re-education”.

3. Solo protestors U Ohn Than and Aye Win: Ohn Than was arrested
outside the US embassy on 23 August 2007. He had in the past staged a
number of similar protests and been jailed repeatedly. Aye Win was
arrested in Bassein, Irrawaddy Division on August 24 for protesting
outside the main market. Both had been holding placards decrying the
increased fuel prices. Aye Win also had previously been jailed for
two years after the lethal attack on a convoy of democracy proponents
in Depayin during 2003.

Other persons reportedly arrested on August 24 include National
League for Democracy (NLD) members Ko Thein Myint, of Ward 54 in
South Dagon Township of Rangoon, who was punched while being taken by
a Special Branch officer as he was going to a protest at Tamwe; Ko
Nyunt Win and Ko Saw Lwin, taken from a number 56 public bus by USDA
members and fire brigade personnel led by Deputy Station Chief Htay
Aung; and Ko Aung Zaw of Ward 56 in South Dagon, also arrested by
USDA and fire brigade personnel.

There are also reports and photographs being circulated of vehicles
parked around central areas of Yangon to be used to make any arrests
the instant that protests occur. Other persons are still being sought
out by the authorities and have gone into hiding. Warrants for arrest
with photographs are said to be posted at the airport.

At this critical time the active involvement of the international
community is absolutely vital. People of Myanmar are looking for and
depending upon support from outside in order to emerge from the
decades of dictatorship under which they have been forced to subsist.
I therefore call upon you and all concerned agencies and mandates
within the United Nations system to take special responsibility to
see that the situation there obtain the highest attention and
priority in the days and weeks ahead.

Your swift intervention is crucial. I await it with the highest
expectations.

cc:1. Professor Ibrahim Gambari
Undersecretary General for Political Affairs
United Nations
S-3770A
New York
NY 10017
USA
Tel: +1 212 963 5055/ 0739
Fax: +1 212 963 5065/ 6940 (ATTN: UNDER SECRETARY GENERAL POLITICAL
AFFAIRS)
E-mail: gambari@un.org

2. Ms. Louise Arbour
High Commissioner
UN High Commission on Human Rights
OHCHR-UNOG
8-14 Avenue de la Paix
1211 Geneva 10
SWITZERLAND
Fax: +41 22 917-9006 (ATTN: HIGH COMMISSIONER)

3. Mr. Doru Romulus Costea
President
UN Human Rights Council
c/o OHCHR-UNOG
8-14 Avenue de la Paix
1211 Geneva 10
SWITZERLAND
(ATTN: PRESIDENT HUMAN RIGHTS COUNCIL)

4. Professor Paulo Sergio Pinheiro
Special Rapporteur on Myanmar
Attn: Mr. Laurent Meillan
c/o OHCHR-UNOG
1211 Geneva 10
SWITZERLAND
(ATTN: SPECIAL RAPPORTEUR MYANMAR)

5. Ms. Leila Zerrougui
Chairperson
Working Group on arbitrary detention
Attn: Mr Miguel de la Lama
OHCHR-UNOG
1211 Geneva 10
SWITZERLAND
(ATTENTION: WORKING GROUP ARBITRARY DETENTION)

6. Ms. Hina Jilani
Special Representative of the Secretary General for human rights
defenders
Att: Melinda Ching Simon
Room 1-040
C/o OHCHR-UNOG
1211 Geneva 10
SWITZERLAND
(ATTN: SPECIAL REPRESENTATIVE HUMAN RIGHTS
DEFENDERS)

7. Mr. Ambeyi Ligabo
Special Rapporteur on the right to freedom of opinion and expression
c/o J Deriviero
OHCHR-UNOG
8-14 Avenue de la Paix
1211 Geneva 10
SWITZERLAND
(ATTN: SPECIAL RAPPORTEUR FREEDOM OF EXPRESSION)

8. Homayoun Alizadeh
Regional Representative
OHCHR Regional Office for Southeast Asia
Room 601, Block A, 6th Floor
UN Building
Rajdamnern Nok Avenue
Bangkok, 10200
THAILAND

http://www.petitiononline.com/cgi-bin/mlk?http://www.burmacampaign.net/
MISSILI, PISTOLE E MOTORI “MADE IN UE” MINACCIANO DI COMPROMETTERE L’EMBARGO SULLE ARMI A MYANMAR

Fonte: Rete Italiana per il Disarmo – 16 luglio 2007

http://www.disarmo.org/rete/articles/art_22468.html

Il ventilato trasferimento dall’India a Myanmar (l’antica Birmania) di un elicottero militare contenente tecnologia e componenti provenienti da almeno sei paesi dell’Unione europea (Ue) minaccia di compromettere l’embargo deciso dalla stessa Ue nei confronti della fornitura di armi al paese asiatico.

Un rapporto diffuso oggi da un gruppo di Organizzazioni non governative (Ong) europee e internazionali, tra cui Rete Disarmo, Saferworld e Amnesty International, cita fonti credibili secondo le quali il governo indiano sta per trasferire a Myanmar l’Advanced Light Helicopter (Alh), un elicottero d’attacco prodotto in India ma che non potrebbe funzionare senza componenti essenziali di provenienza europea. Questo caso, sottolineano le Ong, mette in evidenza quanto siano indispensabili e urgenti controlli più rigorosi dell’Ue in materia di armi. Se questo trasferimento andasse in porto, Belgio, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Svezia potrebbero mettere a repentaglio l’embargo imposto dall’Ue nel 1988 nei confronti di Myanmar. I vari modelli dell’Alh contengono lanciamissili fatti in Belgio, missili, pistole e motori francesi, freni prodotti in Italia, serbatoi per il carburante e scatole del cambio britanniche, equipaggiamenti per l’autodifesa fabbricati in Svezia. Aziende tedesche hanno svolto un ruolo determinante nello sviluppo del design dell’Alh. Roy Isbister, di Saferworld, ha affermato: “L’embargo Ue dice espressamente che nessun equipaggiamento militare dovrà essere fornito, direttamente o indirettamente, per essere usato in Myanmar. Che senso ha un embargo se non viene applicato o fatto rispettare?”. Myanmar ha una storia ampiamente documentata di gravi violazioni dei diritti umani, che le Nazioni Unite hanno descritto come diffuse e sistematiche, tra cui esecuzioni sommarie, torture e il reclutamento di bambini soldato. Secondo Helen Hughes, ricercatrice di Amnesty International sul controllo delle armi, “occorre maggiore attenzione ai cosiddetti accordi sull’uso finale e sulla riesportazione di componenti da parte degli Stati membri dell’Ue. Altrimenti, questi Stati potranno finire indirettamente per rafforzare un regime brutale che loro stessi condannano e le cui violazioni dei diritti umani costituiscono crimini contro l’umanità “.
Info Birmanie – Burma Campaign, un’Ong francese, afferma che “l’Ue deve rispettare l’obbligo che si é data di impedire che i suoi equipaggiamenti militari vengano usati da Myanmar e sollecitare il governo indiano a bloccare il trasferimento dell’Alh. Forniture ‘made in Ue’ non devono essere usate per compiere violazioni dei diritti umani in Myanmar”.
Il rapporto diffuso oggi identifica anche aziende statunitensi coinvolte nella produzione di equipaggiamento militare per l’Alh, a dispetto dell’embargo sulle armi imposto dagli Usa a Myannar. Al momento, non esistono restrizioni sul trasferimento di questi materiali dall’India a Myanmar. Il rapporto chiede all’Ue di avviare immediate consultazioni col governo indiano. Se l’India intende fornire, o ha addirittura già fornito, gli elicotteri Alh a Myanmar, l’Ue dovrebbe:
– ritirare tutte le licenze di autorizzazione all’esportazione esistenti e rifiutare ogni ulteriore richiesta d’autorizzazione riguardante il trasferimento di tecnologia o componenti che potrebbero essere usate sull’Alh;
– interrompere le coproduzioni con l’India che potrebbero dar luogo al trasferimento di equipaggiamento coperto da embargo a Myanmar;
– sottoporre tutte le future licenze per il trasferimento di beni controllati e tecnologia all’India a condizioni rigorose ed effettivamente applicabili, tali da proibire la loro riesportazione verso paesi sotto embargo. Oltre a migliorare le pratiche europee e nazionali, gli Stati membri dell’Ue dovrebbero dare pieno supporto agli attuali sforzi per sviluppare un Trattato internazionale sul commercio delle armi, che dovrebbe istituire regole vincolanti e globali su tutti i trasferimenti di armi in linea con le norme del diritto internazionale e con gli standard sui diritti umani. Questo Trattato é¨ l’obiettivo della campagna Control Arms, che in Italia é rilanciata da Amnesty International e dalla Rete italiana per il Disarmo. Le due organizzazioni sottolineano che il rapporto diffuso oggi e il caso citato riguardante un’azienda italiana evidenziano come occorra un alto livello di trasparenza e di controllo perché anche operazioni consentite dalla legge siano coerenti con i principi di sicurezza e di salvaguardia dei diritti umani. La legge italiana sull’export di sistemi d’arma é di buon livello ma senza una conoscenza precisa di tutti i dati relativi alla vendita di un’arma (o anche solo di un componente d’armamento) il rischio é quello di favorire, con il lavoro e la tecnologia italiani, governi che violano i diritti umani o che continuano a fomentare focolai di tensione e conflitto nel mondo. Su questi temi, Amnesty International e la Rete italiana per il Disarmo stanno portando avanti un confronti con il parlamento e il governo italiani.
Scheda sull’origine delle parti dell’Alh:
Belgio:
lanciamissili prodotti da Forges de Zarbrugge FZ
Francia:
motori prodotti da Turbomecca
pistole prodotte da GIAT
missili prodotti da Matra Bae Dynamics
Germania:
componenti per il controllo del volo e del motore prodotti da SITEC Aerospaces
sviluppo del design da parte di Eurocopter
Italia:
sistema frenante prodotto da Elettronica Aster SpA
Regno Unito:
sistema idraulico fornito da APPH Precision Hydraulics Ltd
equipaggiamento per il galleggiamento, sistema di serbatoi di carburante autosigillanti fornito da FPT Industries
serbatoi per il carburante, equipaggiamento per il galleggiamento e scatole del cambio forniti da GKN Westland
Svezia:
equipaggiamento di autodifesa fornito da Avitronic, un’azienda di cui Saab AB è comproprietaria.

Rete Disarmo: armi ‘made in Ue’ a Myanmar nonostante l’embargo http://unimondo.oneworld.net/article/view/151344/1/

martedì, 17 luglio, 2007

Advanced Light Helicopter – da globalsecurity
Il possibile trasferimento dall’India a Myanmar (l’antica Birmania) di un elicottero militare contenente tecnologia e componenti provenienti da almeno sei paesi dell’Unione europea (Ue) minaccia di compromettere l’embargo deciso dalla stessa Ue nei confronti della fornitura di armi al paese asiatico. Un rapporto diffuso oggi da un gruppo di Organizzazioni non governative (Ong) europee e internazionali, tra cui Rete Disarmo, Saferworld e Amnesty International, cita fonti credibili secondo le quali il governo indiano sta per trasferire a Myanmar l’Advanced Light Helicopter (Alh), un elicottero d’attacco prodotto in India ma che non potrebbe funzionare senza componenti essenziali di provenienza europea. Se questo trasferimento andasse in porto, Belgio, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Svezia potrebbero mettere a repentaglio l’embargo imposto dall’Ue nel 1988 nei confronti di Myanmar. I vari modelli dell’Alh contengono lanciamissili fatti in Belgio, missili, pistole e motori francesi, freni prodotti in Italia, serbatoi per il carburante e scatole del cambio britanniche, equipaggiamenti per l’autodifesa fabbricati in Svezia. Aziende tedesche hanno svolto un ruolo determinante nello sviluppo del design dell’Alh. Roy Isbister, di Saferworld, ha affermato: “L’embargo Ue dice espressamente che nessun equipaggiamento militare dovrà essere fornito, direttamente o indirettamente, per essere usato in Myanmar. Che senso ha un embargo se non viene applicato o fatto rispettare?”. Myanmar ha una storia ampiamente documentata di gravi violazioni dei diritti umani, che le Nazioni Unite hanno descritto come diffuse e sistematiche, tra cui esecuzioni sommarie, torture e il reclutamento di bambini soldato. Secondo Helen Hughes, ricercatrice di Amnesty International sul controllo delle armi, “occorre maggiore attenzione ai cosiddetti accordi sull’uso finale e sulla riesportazione di componenti da parte degli Stati membri dell’Ue. Altrimenti, questi Stati potranno finire indirettamente per rafforzare un regime brutale che loro stessi condannano e le cui violazioni dei diritti umani costituiscono crimini contro l’umanità “. Info Birmanie – Burma Campaign, un’Ong francese, afferma che “l’Ue deve rispettare l’obbligo che si é data di impedire che i suoi equipaggiamenti militari vengano usati da Myanmar e sollecitare il governo indiano a bloccare il trasferimento dell’Alh. Forniture ‘made in Ue’ non devono essere usate per compiere violazioni dei diritti umani in Myanmar”. Il rapporto diffuso ieri identifica anche aziende statunitensi coinvolte nella produzione di equipaggiamento militare per l’Alh, a dispetto dell’embargo sulle armi imposto dagli Usa a Myannar. Al momento, non esistono restrizioni sul trasferimento di questi materiali dall’India a Myanmar.

Il rapporto chiede all’Ue di avviare immediate consultazioni col governo indiano. Se l’India intende fornire, o ha addirittura già fornito, gli elicotteri Alh a Myanmar, l’Ue dovrebbe:
– ritirare tutte le licenze di autorizzazione all’esportazione esistenti e rifiutare ogni ulteriore richiesta d’autorizzazione riguardante il trasferimento di tecnologia o componenti che potrebbero essere usate sull’Alh;
– interrompere le coproduzioni con l’India che potrebbero dar luogo al trasferimento di equipaggiamento coperto da embargo a Myanmar;
– sottoporre tutte le future licenze per il trasferimento di beni controllati e tecnologia all’India a condizioni rigorose ed effettivamente applicabili, tali da proibire la loro riesportazione verso paesi sotto embargo.

Oltre a migliorare le pratiche europee e nazionali, gli Stati membri dell’Ue dovrebbero dare pieno supporto agli attuali sforzi per sviluppare un Trattato internazionale sul commercio delle armi, che dovrebbe istituire regole vincolanti e globali su tutti i trasferimenti di armi in linea con le norme del diritto internazionale e con gli standard sui diritti umani.

Questo Trattato é l’obiettivo della campagna Control Arms, che in Italia è rilanciata da Amnesty International e dalla Rete italiana per il Disarmo. Le due organizzazioni sottolineano che il rapporto diffuso oggi e il caso citato riguardante un’azienda italiana evidenziano come occorra un alto livello di trasparenza e di controllo perché anche operazioni consentite dalla legge siano coerenti con i principi di sicurezza e di salvaguardia dei diritti umani. La legge italiana sull’export di sistemi d’arma è di buon livello ma senza una conoscenza precisa di tutti i dati relativi alla vendita di un’arma (o anche solo di un componente d’armamento) il rischio è quello di favorire, con il lavoro e la tecnologia italiani, governi che violano i diritti umani o che continuano a fomentare focolai di tensione e conflitto nel mondo.

Su questi temi, Amnesty International e la Rete italiana per il Disarmo stanno portando avanti un confronti con il parlamento e il governo italiano. Questo caso, sottolineano le Ong, mette in evidenza quanto siano indispensabili e urgenti controlli più rigorosi anche dell’Ue in materia di armi.

Scheda sull’origine delle parti dell’Alh:

Belgio:
– lanciamissili prodotti da Forges de Zarbrugge FZ

Francia:
– motori prodotti da Turbomecca
– pistole prodotte da GIAT
– missili prodotti da Matra Bae Dynamics

Germania:
– componenti per il controllo del volo e del motore prodotti da SITEC Aerospaces
– sviluppo del design da parte di Eurocopter

Italia:
– sistema frenante prodotto da Elettronica Aster SpA

Regno Unito:
– sistema idraulico fornito da APPH Precision Hydraulics Ltd
– equipaggiamento per il galleggiamento, sistema di serbatoi di carburante
– autosigillanti fornito da FPT Industries
– serbatoi per il carburante, equipaggiamento per il galleggiamento e scatole del cambio forniti da GKN Westland

Svezia:
– equipaggiamento di autodifesa fornito da Avitronic, un’azienda di cui Saab AB é comproprietaria.

(Continua….)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & dintorni”