san-pietro-infine.jpgSan Pietro Infine(Ce) – San Pietro Infine è meglio noto come il paese cancellato dalla guerra, fu, infatti, completamente distrutto nel ’43 e ricostruito più a valle. Dal 2003 (8 dicembre) è stato insignito della medaglia d’oro, al valore civile, dal presedente Ciampi. La situazione storica del paese nei primi giorni del dicembre del 1943, è documentata dal regista John Huston, incaricato dal governo di spiegare attraverso un film, al pubblico statunitense, il motivo per cui le forze americane in Italia non avanzassero più. Il regista americano attraverso le sue riprese mostrò come il centro di San Pietro Infine fosse un punto strategico per l’avanzata delle truppe alleate. All’interno del paese arroccato, circondato da roccaforti, c’erano asserragliati quattro battaglioni tedeschi. Nonostante vi furono continui attacchi americani occorsero diversi giorni prima di sconfiggere le truppe nemiche. Solo il 16 dicembre, dopo circa quindici giorni, finalmente gli americani, conquistando Monte Lungo, riuscirono a liberare anche San Pietro Infine, dal momento che era proprio quello il punto strategico da cui i tedeschi difendevano il paese. le truppe alleate entrarono nella cittadina e Huston filmò il momento in cui le prime pattuglie americane camminavano nel paese distrutto, mentre i sampietresi uscivano dalle grotte in cui erano rimasti durante gli scontri armati. Testimonianza di tali momenti difficili sono senz’altro le “grotte della valle”, una serie di grotte intercomunicanti scavate durante la guerra come rifugio dai bombardamenti. La vita in queste grotte ovviamente non era semplice, alla mancanza di acqua e cibo si associava il freddo e l’assenza di igiene. Oggi, alcune di quelle persone che rimasero nelle grotte raccontano di come le pulci erano divenute tanto numerose che si accumulavano in mucchietti. La notte ci si ammassava all’interno per il freddo, e la mancanza di spazio obbligava le persone a dormire accovacciati. In seguito moltissimi uomini si rifugiarono lì per evitare di essere catturati dai nemici, sorse, dunque, l’esigenza di creare dei nascondigli, dove farli rifugiare in caso di perlustrazione da parte dei tedeschi. Furono allora scavate nel pavimento, delle fosse dalla grandezza appena sufficiente al posizionamento di una persona distesa Benché i controlli dei tedeschi fossero molto brevi, proprio, a causa dell’odore sgradevole che il luogo emanava, capitava spesso che per sicurezza, gli uomini nascosti dovevano restare immobili in quella posizione anche per svariate ore. Quando finalmente la mattina del 17 dicembre 1943 i primi soldati dell’esercito alleato entrarono nel paese, oramai ridotto ad un cumulo di macerie, i primi che li videro avanzare corsero subito a comunicare la notizia ai rifugiati nelle grotte. Le grotte oggi sono ancora lì, nella valle da alcuni detta “valle della morte”, ultimamente rese di nuovo raggiungibili grazie alla messa a punto del camminamento di accesso. Visitare oggi l’interno delle grotte è un’esperienza unica, toccante e al contempo indimenticabile. Più ad est si raggiunge il centro storico che conserva tuttora l’impianto medievale. Esso è definito Borgo antico ed è possibile scorgervi i resti d’alcune strutture come: la chiesa di San Michele Arcangelo, che, conserva ancora uno stupendo portale cinquecentesco, quella di San Sebastiano edificata agli inizi del Cinquecento e utilizzata come luogo di sepoltura per i pellegrini che morivano nel vicino ospizio. La suddettta chiesa era l’unica funzionante agli inizi del dopoguerra e fu ripresa dal regista Mario Monicelli per alcune scene del celebre film “La grande guerra”. Poco più avanti si scorge l’abside della chiesa di San Giovanni, l’arco dei baroni di impianto gotico, le torri medievali ed i resti di alcuni frantoi. Le principali manifestazioni
Nel mese di Agosto ha luogo la Settimana Sampietrese organizzata dalla Pro-Loco, nell’ambito di tali giorni si svolgono attività culturali, spettacoli musicali e sagre di prodotti tipici locali; sempre nello stesso mese si svolge da più di quarant’anni la corsa “delle carrozzelle”; la prima domenica di Settembre ricorre la festa patronale della Madonna dell’Acqua.

Prodotti e piatti tipici
Olio ed olive, vini, formaggi, “crost” (biscotti fritti in olio bollente e cosparsi di zucchero), biscotti con il finocchietto, e pomodori secchi.
L’olivo è la specie più rappresentativa del territorio agricolo del paese. L’olivicoltura E’ praticata in circa 230 poderi anche se di estensione notevolmente diversa. La maggior parte dei poderi sono a conduzione familiare e sono pochissime, le aziende che producono olio destinato anche al commercio.
Oltre alla produzione dell’olio d’oliva, a San Pietro Infine vi è, un’antica tradizione, un artigianato tipico, in qualche modo singolare ed autentico: la lavorazione della stramma. La stramma è un tipo d’erba perenne assai resistentem e diffusissima nella nostra zona.
In italiano essa è detta ampelodesma, ed è anche indicata a volte col nome generico di sparto o anche tagliamani, per via delle foglie taglienti che possono ferire le mani se prese non per il verso giusto. L’ampelodesma è stata nei secoli destinata a vari usi, a seconda delle località, dalle corde per le imbarcazioni all’arredamento rustico di case di campagna, dai contenitori di cereali alle bruscole, cioè le gabbie entro cui si pone la pasta di olive macinate, fino, agli usi militari, come ad esempio la protezione delle trincee. Su questa risorsa, povera, si è costruita buona parte dell’economia del paese di San Pietro Infine.

Come raggiungere

San Pietro Infine dista 60 chilometri da Caserta, 90 da Napoli e 140 da Roma. Si raggiunge facilmente dall’autostrada A2 uscendo al casello di San Vittore del Lazio e proseguendo verso il Molise. Il comune dista 5 km dall’autostrada A2 Roma-Napoli, con uscita al casello di S.Vittore, oppure è raggiungibile mediante la nazionale Casilina che dista 1 km dal bivio di S.Pietro. La Stazione FS più vicina è quella di Roccadevandro-S.Vittore sulla linea Cassino-Napoli. (Articolo a cura di Daniela De Rosa)

Segnaliamo che codesta pagina é connessa al sito storico:  http://www.biografiadiunabomba.it/

Questo sito edito da Giovanni Lafirenze  spiega i motivi e le ragioni della bonifica bellica in Italia. Non solo: possiede una piccola recensione di alcuni testi dedicati. Ancora: una pagina web apre tristi ricordi che rivivono i bombardamenti subiti dalle nostre grandi o piccole città italiane. Ovviamente nel generale, (data, Forza Aerea dell’ incursione e obbiettivo). Inoltre il sito offre articoli riguardanti la guerra nel Volturno, fra cui  quello a cura della dott.ssa Daniela De Rosa dedicato alla distruzione di San Pietro Infine e la cronologia che indica il primo bombardamento su San Pietro Infine in provincia di Caserta il 9/12 43

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Versi per le vittime della guerra a San Pietro Infine

Il ricordo dei nostri morti sia un monito perenne per le azioni che commettiamo.

ELEGIA PER I QUATTORDICI MARTIRI

Della barbarie nazista a San Pietro Infine

LA SPERANZA E L’ATTESA

A chi ha giovato la nostra morte?
Fu all’alba dell’11 novembre del 1943
Il cielo era plumbeo e sinistro
E alle Cerrete risuonava una lugubre eco
Che rompeva il silenzio della valle.
I miei figli, Vincenzo e Domenica Nardelli,
Dormivano tranquilli nei giacigli
Ignari della fine imminente che ci attendeva.
Mio marito, Vittore, si rigirava nel letto
E le pannocchie scricchiolavano sorde
Sotto il peso della sua anima agitata
Dal sogno che aleggiava nell’aria.

Vittò’, non dormi? Perché non dormi?
Angelì’, non senti la lugubre civetta?
Che sarà del nostro futuro? Che sarà?
Dormi, Vittò’, Dio ci aiuterà, dormi.

Noi madri affaccendate per un’amicizia fatale
Alimentavamo un destino di morte.
I più anziani guardavano l’alba opaca
E tristi pensavano all’incerto futuro.
Con lo sguardo c’incoraggiavano dubbiosi
E scuotendo il capo si auguravano la pace.
I tedeschi sopraggiungevano a coppie
Cercando anche loro un po’ di calore.
Sguardi dolci s’incrociavano mesti
E i volti esprimevano un’ansia dolente.
Presto ce ne andremo, diceva Franz,
E incrociava i suoi occhi azzurri
Con i neri di Domenica che sorrideva.
Erano giovani, carichi d’armi e di sorrisi
E noi non sapevamo odiarli.
Erano come i nostri in Grecia, in Russia,
Nelle lontane distese dei deserti africani.
Franz era il più triste e l’ultimo ad uscire.
Amava Domenica? Stava bene con noi?
Sì, l’amo; mi ricorda mia figlia a Heidenheim.
Quanti anni ha Domenica? Undici, vero?
Marilen è ancora più piccola, ne ha solo nove;
Chiede del suo papà e piange disperata.
Sua madre dorme sotto le macerie di Berlino
E Marilen è sola, disperata e senza amore.
Sono lontano, Marilen, non piangere più.
Presto tornerò a riabbracciarti, mia cara.

La brutale guerra ora sembra inesistente,
E le granate non ci spaventano più.
Franz, Gerhard, Ulrich, Einrich sono stanchi,
Appoggiano sulla nostra tavola le armi
E conversano con noi dei loro cari lontani,
Una trepidazione serpeggia nei cuori
E un sottile timore ci tormenta.
Il bagliore delle granate e gli scoppi lontani
rimbombano sordi e cupi nella valle,
Ma vogliamo accarezzare la speranza.
Devono pur finire le nostre disgrazie.

Franz tace ma ha la tristezza sul volto,
Sono loquaci i suoi occhi azzurri,
Loquace è il suo volto scavato e smunto.
E’ un uomo buono e sta bene con noi?
Domenica pudica abbassa lo sguardo trepido,
Smarrita in un fremito sconosciuto.
Di giorno e di notte tutt’intorno
scoppiano le granate e scoppiano le bombe
E lampi sinistri come occhi spettrali
Illuminano gli alberi e la desolata campagna,
Penetrano nelle case in parte distrutte,
Rischiarano i volti smarriti.
Domenica si rannicchia all’angolo
E Franz vuole raggiungerla per quietarla,
Ma non osa e gli occhi esprimono la pena.
Vincenzo guarda Vittore, guarda me,
E abbassa anche lui un volto smarrito.

Augusto freme impotente ma non odia.
Pensa ai campi sconvolti e incolti,
Al muggito delle bestie ancora vive,
ai vitelli uccisi ingiustamente,
Alle mucche affamate nella stalla,
Ai vitelli rimasti, prossimi a morire,
E sogna una falce per il fieno.

Nell’altra casa Giuseppe e Fiorentino
Mungono le poche pecore rimaste.
Ne avevano cento un mese prima;
Molte sono state dilaniate dalle granate
Altre sono state sequestrate da Ulrich.

Fremono i fratelli Gatti avviliti;
una rabbia sorda, repressa per pietà,
li rende docili al destino ineluttabile.
Neppure loro odiano gli invasori.
La sera giocano a carte con Heinrich
Con Bernhard e Gerhard e Thomas.
Fiorentino racconta storie inventate
Ma Bernhard non capisce e guarda Ulrich.
Solo Giuseppe ride contento e batte le mani.

Giuseppe Matera, di anni ventisei, è solo
E solo vive la grama vita alle Cerrete.
Vincenzo gli porta una minestra calda.
Da noi non viene e si consuma in solitudine.
A chi pensa Giuseppe Matera?
Perché tace ombroso e solitario?
I tedeschi irrompono nella sua grotta
E ridendo, avvinazzati per non soffrire,
Vuotano ogni giorno le botti
Ancora frizzanti di novello.
Giuseppe Matera non reclama, lascia fare,
tace e certo pensa ai suoi morti,
e si sente svuotato d’ogni amore.

Maria Giuseppa cuoce il pane per tutti;
Alle cinque impasta e prepara la massa,
La ricopre col telo, chiude porta e finestre
E finalmente si riposa accanto ad Augusto.
Quando il pallido sole d’autunno
filtra dalla finestra socchiusa
Augusto si sveglia e comincia il litigio:
Vuoi morire? Dice Maria Giuseppa,
Verranno loro a prendere il pane,
Se ancora ce ne sarà.
I tedeschi devono prelevare per primi,
L’avanzo, se c’è, resta ai cerretani.
Augusto bestemmia, si morde le mani
Ma Maria Giuseppa paziente lo frena.
Sono anche loro figli di Dio,
Non bestemmiare, presto tutto finirà.

Giusta Mignanelli ha cinquantotto anni,
anche lei vive alle Cerrete.
Nella casa grande s’aggira muta
E non fa entrare nessuno, nemmeno gli amici.
Ricama i centrini davanti alla finestra
E in silenzio aspetta il tramonto.
Una volta Gerhard tentò di entrare,
Ma Giusta lo scacciò con la scopa.
Gerhard bestemmiò ma non ci riprovò più.
Non si spaventa mai Giusta;
Quando una granata le sfondò il tetto
Guardò imperterrita e imprecò.
I suoi due gatti fuggirono miagolando
e non tornarono più.
Meglio così, disse tra sé Giusta,
Le provviste dureranno di più.

Filomena Cistrone piange di continuo,
Teme un’imminente tragedia?
Zio Meo Pasquale, suo marito,
La redarguisce chiamandola strega.
Non è cattivo il vecchio Zio Pasquale,
ma non sopporta quel pianto.
Filomena Cistrone non è di San Pietro;
Pensa alla casa paterna di Cervaro.
Voglio tornare a Cervaro, dice piangendo,
là non scoppiano le bombe,
Voglio tornare a Cervaro.
E s’aggrappa a zio Pasquale irritato.
Lui le tira i capelli: strega, strega,
Non ti vergogni di frignare così!?

Nardelli Giuseppe non sta mai fermo;
Anche lui è solo nella casa di fronte.
Si aggira inquieto nella stanza,
Poi s’affaccia sull’uscio e spia.
Di sera s’affaccia più spesso,
Passeggia ancora qualche minuto,
Circospetto e nervoso, indeciso,
Poi finalmente di colpo esce.
Porta un fagotto sotto l’ascella,
Si guarda attorno e sparisce nel buio.
Dove va di notte Giuseppe Nardelli?
Non ci dice nulla, ma è irrequieto.
Ecco, finalmente un giorno si apre, parla.
Va nel rudere di Antonio Carciero
Lì si nasconde Vito Mistretta siciliano,
Soldato italiano, sbandato e impaurito.
Giuseppe Nardelli lo convince a stare con lui,
E lo porta nella sua casa cerretana
fidando che nessuno sveli mai il segreto.
E’ giovane e forte Vito Mistretta,
Nato ad Alcamo ha soltanto ventisei anni.
Sogna il suo lago Poma laggiù in Sicilia
E i fichidindia di San Cipitello
Come hanno fatto i tedeschi a sapere?
Chi ha tradito Giuseppe e Vito Mistretta?

IL BOIA E LA MORTE

All’alba dell’undici novembre del ‘43
Franz entra precipitosamente in casa
Mi abbraccia e piange per due minuti
Guarda Domenica e abbassa gli occhi.
Poi d’improvviso esce stringendosi il capo.
Chi poteva sapere il nostro destino?
Nello slargo davanti alle nostre case
C’è un viavai rumoroso e confuso;
Alcuni camion escono dal borgo
Altri entrano carichi di nuovi tedeschi.
Uno di essi che non abbiamo mai visto,
sbraita e concitato dà ordini perentori:
Svelti, presto, presto… entra in casa.
Fuori, tutti fuori, lì, presto.
Indica il muro di cinta lì vicino
E come una furia scatenata si avvicina,
Ci spinge, strappa dalle mie mani Domenica,
La scaraventa sul muro, facendola cadere.
Vittore protesta e l’uomo estrae la pistola,
La punta e grida: bastardo, vuoi morire subito?
Prende il braccio di Vittore e lo tira,
Lo trascina verso il muro di cinta.
Vittore recalcitra, urla, mostra i pugni,
E l’uomo spara due colpi per aria.
Gli fanno eco due rimbombi di granate
Poi per un momento è silenzio assoluto.

Siamo quattordici, allineati lungo il recinto,
Ci guardiamo e non capiamo quel che succede.
Spaventata cerco Franz con lo sguardo,
Cerco Gerhard, Thomas, Enrich, ma inutilmente.
Sono spariti. Perché? mi chiedo tremante
E un brivido freddo mi corre nelle ossa.
Poco distante scoppiano altre granate,
Due aerei, rumorosi come il tuono,
sfrecciano sulle nostre teste e scompaiono.
Una cupa atmosfera si diffonde tutt’intorno,
Come nei campi prima della tempesta,
Lampi e tuoni di granate rimbombano sinistri.
Il terrore cala sulle Cerrete.
E’ un momento, ma un incubo eterno.
Di nuovo esplode, senza che lo vediamo,
La voce concitata del capo.
Due militari si precipitano su di noi,
Spianano le loro armi e il silenzio è cupo.
E’ l’alba dell’undici novembre del ’43.
Restiamo lì, fermi alcune ore, spaventati
Appoggiati al muro di cinta, sfiniti,
Incapaci di darci una spiegazione qualsiasi.
C’è nell’aria un presentimento di morte,
il compimento imminente di un destino.
Ma perché? è la domanda che ci assilla,
Perché? che vogliono? non abbiamo dato tutto?
Un pallido sole appare di tanto in tanto
Tra la nuvolaglia che incombe sulle Cerrete;
Deve succedere qualcosa, pensiamo, ma cosa?
Ci guardiamo pallidi, senza parlare, tremanti,
Un dubbio diventa sempre più certezza,
S’insinua pressante nel nostro animo dubbioso
Nessuno trova il coraggio di parlare,
Ma l’atroce assurdità di quella certezza,
Diventa sempre più tarlo rovinoso.
Tutti tacciono pensando agli altri.
Sono forse le due, le tre pomeridiane,
Il pallido sole cala a ponente,
si nasconde dietro le querce del viottolo
E l’incerto chiarore diventa buio.
Alle quattro, forse, torna il capo,
Seguito da due altri militari,
Chiama per nome Giuseppe Nardelli.
Tu, grida, dicci chi è il disertore,
Presto; e punta la pistola contro Giuseppe.
Poi s’avvicina, lo prende per un braccio,
Lo stacca dal muro al quale è appoggiato.
Indicamelo, presto. E ripunta la pistola.
Giuseppe tace, l’altro lo schiaffeggia,
Lo scaraventa a terra, urla come una iena,
Ma Giuseppe tace ancora, tremante ma deciso.
Il capo lo prende a calci, urla più forte,
e subito dopo gli spara a bruciapelo.
Un freddo gelido serpeggia nelle mie vene,
Serpeggia certo nelle vene di tutti.
D’istinto abbraccio i miei due figli;
Domenica è una bambina, ha undici anni,
Vincenzo è un uomo, ne ha diciassette.
Ma ora tutti sono miei figli, tutti,
nessuna età può distinguerli al mio affetto.
Vorrei abbracciarli, ma il capo mi stacca,
Mi spinge da parte, grida concitato:
Indicatemi il disertore. Cani, bastardi,
Vi ucciderò tutti, tutti, tutti, vigliacchi.
E si precipita contro Giuseppe Matera.
Gli spara bruciapelo due colpi sul petto
E Giuseppe cade bocconi sul selciato.
Poi per un momento tace, ma ripunta l’arma.
D’improvviso si rivolge ai due soldati.
Parla in tedesco e imprecando si allontana.
In quello stesso istante Vito si fa avanti,
Non ha la forza di rivelarsi, balbetta
e subito cadde ginocchi davanti ai due.
Uno di loro lo prende per un braccio
Lo solleva da terra e lo accompagna al muro,
Poi si fa indietro con calma.
Guarda il compagno e imbracciano l’arma.
Tram-tram-tram… e in un attimo tutto finisce.

Non sento dolore; scorre il sangue nelle vene?
Vedo cadere i fratelli Gatti e Augusto Fuoco,
Giuseppa Angelone e Giusta Mignanelli.
Non cadono Meo Pasquale e Cistrone Filomena,
rimangono appoggiati al muro di cinta.
Vito tenta di alzarsi, ma ricade sfinito.
Io, Domenica e Vincenzo siamo ancora vivi,
Vittore è riverso ai miei piedi e rantola.
Vedo scorrere il mio sangue, ma sono viva.
Prendo in braccio Domenica, l’accarezzo;
Vincenzo ha la forza di trascinarsi fino a me.
Li stringo al seno e non sento alcun dolore.
Perché, ma’, perché? domanda Vincenzo, perché?
Dio l’ha voluto, figli miei, ha voluto così.
Come sarà di là? domando a me stessa.
Non lo so, ma può essere peggio quel mondo?

Vedo un fiume calmo, alberi fioriti, il sole…
andiamo, ecco, viene anche vostro padre,
ci raggiunge, eccolo, sta venendo…
c’è mia madre, sorride… c’è mio padre…
ecco i vostri nonni… faremo festa…
vedete?… c’è anche vostro fratello… Luigino…
Lui partì tanti anni fa… ma ci ha aspettato…
Andiamo… andiamo… andiamo….

Fonte: Arnaldo Zambardi, scrittore (Omaggio a San Pietro Infine)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & dintorni”

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