Comitati Civici di San Salvatore Telesino e Guardia Sanframondi contro la costruzione di un Termovalorizzatore/Inceneritore a San Salvatore Telesino 02.Gennaio 2008

Come possono continuare a mentire ancora adesso che la Campania sta praticamente esplodendo politicamente per la emergenza rifiuti? Come può Bassolino ancora permettersi di parlare in modo cosi’ banale degli Inceneritori? Perché nessuno si è veramente opposto al nuovo commissariamento in Campania? Un giornale come il Corriere poi non ci meraviglia più di tanto. Piuttosto che commentare noi preferiamo farvi leggere quello che il Comitato del Veneto risponde al giornalista Stella del Corriere.

Il primo articolo viene dal sito di Bassolino. In conclusione l’articolo dal Corriere.it.

Napoli e Venezia

A.B.
22-12-2007 | 17:33

In un articolo pubblicato oggi in prima pagina su un importante quotidiano nazionale, si sottolinea come sia possibile gestire i rifiuti in modo efficiente e con basso impatto ambientale attraverso un’adeguata impiantistica – CDR + termovalorizzatore – e una buona organizzazione del servizio. Alla grave situazione di Napoli e della Campania si contrappone quella di Venezia. Fatte le dovute distinzioni tra un’area turistica su cui insistono 300 mila persone e la nostra regione di quasi sei milioni di abitanti, credo che il paragone sia utile e che possa aiutarci a capire quale sia la strada giusta per risolvere il problema.

Questa la risposta dal Comitato Rifiuti Zero all’articolo del Corriere della Sera:

http://pisana64.splinder.com/

lunedì, 31 dicembre 2007

Replica al Corriere della Sera sugli articoli del 22/12/07 e 28/12/07

Riceviamo e pubblichiamo

Al Direttore de  “Il Corriere della Sera”

Egregio Direttore, con la presente vorrei replicare a quanto espresso sul Suo giornale  dai signori Gian Antonio Stella e  Sergio Rizzo nei loro articoli  intitolati e datati rispettivamente :  ” RIFIUTI, SE  NAPOLI COPIASSE VENEZIA” del 22/12/07  e “UN INCENERITORE IN GERMANIA PER BRUCIARE I RIFIUTI DI NAPOLI”  DEL 28/12/07.

La ringrazio anticipatamente per lo spazio e l’attenzione che mi vorrà concedere.

 Egregi G.A. Stella e  S.Rizzo ,

     i Vostri articoli, comparsi su “Il Corriere della Sera” il 22 e 28 /12/07,  mi hanno interessato e colpito non tanto per quello che Voi dite e che in parte condivido, quanto soprattutto per quello che non dite.  Francamente  mi sorprende di trovare nei due autori de “La Casta” tanta disinformazione riguardo i  cosiddetti “termovalorizzatori” o meglio “cancrovalorizzatori”.

   Concordo con Voi sulla drammaticità dell’ emergenza-rifiuti in Campania. Voi parlate di inceneritori che non si riescono a fare, di discariche ormai strapiene, della collera degli abitanti in una regione che soffre già  di un livello altissimo di inquinamento, rispetto al resto d’Italia, proprio per questo “smaltimento scriteriato, o addirittura criminale, della “munnezza””. Giustamente voi dite che “la camorra controllava (e controlla?) ormai la gran parte del ciclo” e che i suoi affari “si nutrono dell’emergenza campana”, ma credo sarebbe stato molto utile, per far comprendere il motivo profondo di questa disperata cronica  emergenza, spiegare anche che l’alternativa ai cancrovalorizzatori porrebbe definitivamente fine agli sporchi affari della camorra; e spiegare che questa alternativa, che esiste e funziona, questa sì,molto bene in tante altre parti d‘Italia, si chiama riduzione a monte, riciclaggio, riuso e recupero dei rifiuti; spiegare che, invece, il fatto di produrne tanti, comprimerli nelle ecoballe, stoccarli in terreni privati, trasportarli su e giù per l’Italia con camion, o  con treni  fino in Germania, produce, per la camorra e i suoi soci, profitti enormi .

     Voi dite che la follia di un sistema che polverizza milioni di euro al giorno consiste nel non bruciare la spazzatura e non invece, piuttosto, in un intreccio di interessi mafiosi e collusioni tra potere economico e politica, da cui i nostri governanti non sono completamente estranei e che, quindi, questa emergenza è il frutto di un preciso volere politico. Voi dite che a Marghera, “in faccia a Venezia“, funziona un inceneritore  che non suscita proteste, “sotto controllo dell’Arpav  ….  e  con un rapporto giornaliero sui fumi emessi …..e che, tra filtri e controfiltri, sta molto al di sotto dei limiti fissati“. Voi non dite (perché sicuramente non lo sapete) che, proprio per quello che sta succedendo a Marghera e per la proposta avanzata da Unindustria di TV di fare nella  provincia omonima due cancrovalorizzatori, si sono costituiti vari comitati cittadini nei comuni che verrebbero colpiti dalle polveri di ricaduta degli impianti in progetto. Voi non dite (perché sicuramente non lo sapete) quello che è successo lungo la Riviera del Brenta, nell’entroterra veneziano, proprio a seguito delle emissioni degli impianti di incenerimento industriali che, proprio a Marghera, sono stati installati per primi, in Italia.Tutto ciò è ben documentato nel recente Studio della Regione Veneto, fatto con Comune, Provincia di Venezia ed  Istituto Oncologico Veneto, che Vi  allego alla presente. Tale Studio conclude che: “1- La provincia di Venezia ha subito un massiccio inquinamento atmosferico da sostanze diossino-simili rilasciate dagli inceneritori, soprattutto nel periodo 1972-1986. 2- Nella popolazione esaminata risulta un significativo eccesso di rischio di sarcoma correlato sia alla durata che  alla intensità di esposizione .” E, tra le Considerazioni generali, si riporta che: “L’indagine nel suo complesso suggerisce che lo smaltimento dei rifiuti segua percorsi alternativi a quello dell’incenerimento”.

   Quello che assolutamente non compare nei vostri articoli è, in effetti, proprio  il rischio per la salute connesso al funzionamento di questi impianti. Lasciando che degli inceneritori in Germania se ne preoccupino  i tedeschi, siamo proprio sicuri di quello di Marghera? Quale affidabilità può ancora meritare l’Arpav, che dovrebbe effettuare i controlli, dopo quello che è successo con il rogo della De Longhi?  Anche ammesso di avere facilità d’accesso ai dati dei controlli giornalieri sui fumi emessi ( cosa  poco probabile),questi controlli tuttavia si limitano a rilevare ciò che i filtri trattengono, ma non sono ancora  in grado di dirci cosa è, e quanto male fa, quello che sfugge ai filtri, cioè le cosiddette nanopolveri o nanoparticelle, di cui è massimo esperto il nanopatologo, dottor Stefano  Montanari (v. “Che cosa sono le nanopatologie?” nel sito http://www.nanodiagnostics.it). Questi controlli dell’Arpav  non ci dicono nulla sulle polveri di ricaduta e sulle reali concentrazioni di microinquinanti depositate al suolo. Esiste una rete capillare di campionatori passivi nelle zone contermini l’inceneritore? Anche se “di ultima generazione”, sempre di cancrovalorizzatori si tratta, perché non c’è combustione di rifiuti che non formi sostanze tossico- nocive, nonché cancerogene, come la  diossina. Quando questa si accumula nel nostro strato adiposo, vi rimane per sempre. E non c’è livello di diossina che non faccia male al nostro organismo, ossia, come dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non c’è valore – soglia al di sotto del quale si possa essere sicuri che una sostanza dichiarata cancerogena non possa danneggiarci. Quanto ci rassicura il fatto che dal camino di Marghera escano “ogni ora, circa  60mila milligrammi di polveri”?  Queste non sono forse solo le polveri che si possono rilevare e che, comunque, nell’arco di uno e più anni, certo non  purificano l’aria che respiriamo?  Quanto rassicura il fatto che a Napoli le vecchie auto inquinerebbero molto di più del camino di Marghera?  Sarebbe come dire che,  siccome già c’è un male, possiamo aggiungercene pure un altro al posto di imboccare la strada giusta della raccolta differenziata spinta, porta a porta! Voi dite che a Marghera si punta “ad azzerare il ricorso alla discarica”. Ci dite dove si mettono attualmente e si metteranno le ceneri tossiche, residuo inevitabile della combustione? Ci dite perché non solo a Venezia (che ha la situazione particolare che sappiamo tutti) ma anche a Mestre, si raggiungono livelli di raccolta differenziata molto bassi, rispetto a tanti comuni vicini? Quale compost di qualità si riesce a ricavare presso l’impianto di CDR di Marghera, se la parte organica dei rifiuti vi arriva lì, mescolata con tutti gli altri e non invece separata accuratamente, a monte della raccolta? Ci sapete dire se non c’entrano nulla gli incentivi dati dallo Stato, cioè da noi con la bolletta dell’Enel, agli impianti che, come quello di Marghera, bruciano rifiuti? 

   E se questo non Vi  basta, egregi Stella e Rizzo, vi sembrano ancora proponibili i cancrovalorizzatori dopo quello che è successo, pochi giorni fa, a Brescia, città del più famoso, di loro? Alla centrale del latte è arrivata una partita di latte contaminata da diossina: 6,5 picogrammi per millilitro (vai su: http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/3938/1/ ). Attualmente, secondo la legge, bere un po’ di veleno, in questo caso  diossina, con il latte, alimento primario per bambini ed anziani,  fa bene: 6 picogrammi per millilitro, dice la legge. Oltre, non fa più bene. Di questi limiti fissati dalla legge, io proprio non mi fido, specie se il latte lo devo dare ai miei figli! Una certezza è purtroppo il fatto che “fare agricoltura o allevare animali nell’hinterland di Brescia è ormai un’attività ad altissimo rischio”.

Credete forse che attorno a Venezia, o a Vienna, o  agli impianti detti “di quarta generazione”, le cose stiano tanto diversamente? Certamente anche i roghi di Napoli sprigionano diossina, ma la soluzione più grave e più tragica sarebbe quella di legalizzare e sistematizzare questo sprigionamento o produzione quotidiana di veleni, creando un inceneritore cancrovalorizzatore, al posto di imboccare da subito l’unica strada possibile di futuro, quella della raccolta differenziata spinta, porta a porta, del recupero, riuso e  riciclo sia dei rifiuti, o meglio “materiali post consumo”, urbani, che per quelli industriali.

Distinti saluti,

Marcella Corò, dei Comitati Riuniti Rifiuti Zero di TV e VE

Corrieredellasera.it, mercoledì 2 gennaio 2008

Inceneritori La paralisi campana e l’impianto ecologico veneto

Rifiuti, se Napoli copiasse Venezia

In laguna realizzato un grande impianto modello, al Sud è sempre emergenza

Riuscirà Babbo Natale a raggiungere tutti i bambini facendosi largo con la slitta tra montagne di spazzatura? Ecco il dubbio di tanti piccoli napoletani. I quali, oltre al gran freddo che il buon Gesù ha mandato loro a rendere meno fetida l’aria, avrebbero diritto ad avere in dono un po’ meno di ipocrisia. Cosa ci hanno raccontato, per anni e anni? Che il pattume partenopeo, ammucchiato senza uno straccio di raccolta differenziata così com’è («tale quale», in gergo) non può essere trattato, ripulito, riciclato, trasformato in combustibile e bruciato.Falso. Succede già. A Venezia. Dove lo stesso tipo di immondizia viene smaltito senza problemi dal più grande impianto europeo di Cdr (Combustibile Derivato dai Rifiuti) che manda in discarica solo il 6% di quello che arriva coi camion e le chiatte. E dov’è l’inceneritore? Dov’è questo mostro orrendo le cui fiamme fanno inorridire i campani che da anni, dipingendosi già avvolti dai fumi neri della morte, si ribellano all’idea di ospitarne qualcuno? A tre chilometri dalle bancarelle del mercato di Marghera. A cinque da Mestre. A otto dal campanile di San Marco. Senza che nessuno, neppure il gruppuscolo ambientalista più duro e puro e amante delle farfalle, abbia mai fatto una manifestazione, un corteo, una marcetta, un cartellone di protesta. Prova provata, se ancora ce ne fosse bisogno, che sotto il Vesuvio sono troppi a giocare sporco.Pare una clinica, l’impianto in riva alla laguna, ai margini di Marghera. La bolzanina «Ladurner» l’ha costruito (dal primo scavo nel terreno al fissaggio degli interruttori elettrici) in dodici mesi. Contro i millenni necessari, non per l’indolenza delle persone quanto per la rete di veti e ricatti, nella sventurata Campania che, stando ai dati Apat, rappresenta da sola il 43% del territorio italiano inquinato dallo smaltimento scriteriato, o addirittura criminale, della «munnezza». Impianto pulito. Silenzioso. Efficiente. Apparentemente quasi deserto. «Quanti dipendenti? Meno di un centinaio. Al Cdr, su tutto il ciclo, 28 persone», spiega Fiorenzo Garda, dell’azienda altoatesina. Sei in meno di quanti bivaccano al call-center napoletano del Pan (Protezione ambiente e natura) dove, stando al rapporto della commissione parlamentare, ogni centralinista riceve mediamente una telefonata a testa alla settimana.Ventotto persone che, scivolando tra capannoni, rampe e officine, ricevono ogni giorno i rifiuti urbani di Venezia (comprese Mestre, Marghera, le isole), Chioggia e larga parte della Riviera del Brenta per un totale di 300mila persone. Meglio: per un totale equivalente a una popolazione di 300mila abitanti. La Serenissima è infatti una città speciale per almeno due motivi. Il primo è che, scesa nei decenni a 50mila residenti, accoglie ogni anno quasi 20 milioni di turisti (meglio: 20 milioni di presenze giornaliere, per una media di circa 55mila abitanti supplementari al giorno con punte di 150mila) ai quali è praticamente impossibile imporre la raccolta differenziata. Il secondo è che un conto è portar via la campana della carta e del vetro coi camion in terraferma (dove la «differenziata» sta mediamente al 45%) e un altro con le barche nei canali.Risultato: le «scoasse» veneziane sono uguali alla «munnezza» napoletana. Con più nero di seppia e meno pummarola, ma uguali. E infatti, caricate sulle barche a da lì trasbordate su enormi chiatte alle spalle della Giudecca, quando arrivano alle banchine di Marghera potrebbero essere perfettamente confuse con quelle che vengono scaricate dai camion nelle fosse dantesche degli impianti partenopei. È lì che i destini si dividono.I rifiuti campani, in attesa dei termovalorizzatori (quello di Acerra che doveva essere acceso a ottobre, dopo 14 anni dalla prima dichiarazione di emergenza, è bloccato dall’inchiesta dei giudici e i lavori per quello di Santa Maria La Fossa devono ancora cominciare) vengono imballati alla meno peggio e ammassati in gigantesche piramidi su terreni comprati a prezzi sempre più folli, con misteriosi rincari anche del 500% in dodici ore. Piramidi che ormai stoccano sette milioni di tonnellate di «ecoballe» (che «eco» non sono) le quali potrebbero, se allineate, coprire la distanza che c’è da Parigi a New York. Una situazione esplosiva. Che costringe da anni i commissari via via nominati a recuperare nuove discariche (l’ultima è a Serre, a 102 chilometri dal capoluogo campano e per farla hanno buttato giù centinaia di querce) o a riaprirne di chiuse sfidando la collera degli abitanti. Collera spesso accesa dalla camorra, che vede a rischio i suoi affari. Che si nutrono proprio dell’emergenza campana. Costata fino ad oggi almeno un miliardo e duecento milioni di euro. I rifiuti veneziani no, quelli i soldi, agli azionisti pubblici, li fanno guadagnare. Dice Gianni Teardo, responsabile tecnico degli impianti, che quest’anno il complesso di Marghera, costato 95 milioni di euro (un dodicesimo dei soldi spesi in Campania) va in attivo. Spiegare come la spazzatura venga «bollita» per una settimana in enormi cassoni («biocelle »), asciugata, sminuzzata, passata al setaccio per separare quello che può essere riciclato tra i metalli, la plastica o la carta, sarebbe lungo. Basti sapere che, mettendo insieme questo lavoro con quello a monte della raccolta differenziata e poi una seconda e una terza operazione di filtraggio, l’impianto veneziano si vanta di mandare in discarica nell’entroterra di Chioggia solo il 6% del pattume trattato. Che dovrebbe essere ridotto entro un paio di anni al 3%. «Anche se puntiamo a ridurlo ancora, fino ad azzerare il ricorso alla discarica ».Ferri, plastiche e carta vengono venduti sul mercato. La metà del Cdr prodotto e compattato in «brichette » simili a corti bastoncini è ceduto all’Enel che lo brucia al posto del carbone per fare energia. Tutto ciò che può essere usato allo scopo diventa «compost» per fecondare i terreni troppo sfruttati e in fase di desertificazione. E quel che resta, infine, viene bruciato.

Direte: oddio, vicino a Venezia! Esatto: in faccia a Venezia. Senza una protesta. Sotto il controllo dell’Arpav. Con un rapporto giornaliero sui fumi emessi. E sapete cosa salta fuori, a vedere i dati certificati dalle autorità sanitarie? Che un inceneritore di ultima generazione come quello veneziano, tra filtri e controfiltri, sta molto al di sotto dei limiti fissati, che sono da cinque a quindici volte più rigidi rispetto a quelli delle centrali termoelettriche o dei cementifici. Ma c’è di più. Fatti i conti, quel camino che smaltisce ciò che resta dei rifiuti di 300mila abitanti butta nell’aria ogni ora circa 60mila milligrammi di polveri. Pari a quanti ne escono, stando alle tabelle Ue, dai tubi di scappamento di quindici automobili di tipo Euro2. Per non dire di quelle più vecchie, che inquinano infinitamente di più. Direte: e se queste polveri fossero più aggressive? Massì, esageriamo: ogni camino come quello di Marghera inquina come una cinquantina di auto Euro2. E sapete quante ce ne sono, in Campania, di auto così o più vecchie e inquinanti? Oltre 2 milioni e 200mila. Pari a 44mila inceneritori come quello di Marghera. Gian Antonio Stella 22 dicembre 2007 (Inviato da Maria Pia Cutilli referente Comitato civico No termovalorizzatore San Salvatore Telesino)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”