La battaglia di Caporetto (o dodicesima battaglia dell’Isonzo) venne combattuta durante la prima guerra mondiale ed iniziò alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917. Vide la rotta dell’esercito italiano contro quello austro-ungarico e tedesco. La sconfitta fu tanto pesante che il termine Caporetto è entrato nella lingua italiana come sinonimo di disfatta.

STORIA: (nella foto a dx: Prigionieri della 2a Armata in piazza ad Udine )

Dal 1915 al 1917 undici tremende battaglie sull’Isonzo condussero l’armata imperiale austro-ungarica sull’orlo della catastrofe. Cadorna, comandante supremo del regio esercito italiano, non era riuscito a sfondare, ma aveva logorato l’esercito austroungarico infliggendogli enormi perdite; una nuova spallata poteva diventare quella fatale. Era quindi necessario per gli Austro Ungarici reagire al più presto per liberarsi dall’abbraccio mortale delle armate italiane. A tal fine fu chiesta dagli austriaci, ed ottenuta, la collaborazione dei tedeschi che inviarono sul fronte dell’Isonzo alcune unità di eccellenza e degli ottimi comandanti, il generale Otto von Below ed il suo capo di Stato Maggiore Konrad Krafft von Dellmensingen (dell’unità faceva parte anche il giovante tenente Erwin Rommel), a capo della 14a Armata di cui entrarono a far parte anche reparti austro-ungarici. Con la XII battaglia dell’Isonzo iniziata alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917, meglio nota come battaglia di Caporetto, poco mancò a che gli imperi centrali conseguissero la distruzione completa delle forze armate italiane.

LA BATTAGLIA:

La data d’inizio fissata dapprima al 22 ottobre 1917, fu spostata di due giorni, al 24 ottobre, a causa delle insormontabili difficoltà di approvvigionamento, soprattutto nel settore nord (valichi e monti già innevati). Le ricognizioni aeree furono impedite dal cattivo tempo, semplificando la marcia di avvicinamento delle truppe ed evitando il disturbo dell’artiglieria nemica ai preparativi. Entro il 19 erano già pronte al fuoco trecento batterie dotate di munizioni per quattro giorni. Il 24 ottobre, alle 2.00 di mattina cominciarono i tiri dell’artiglieria lungo l’intero fronte, raggiungendo il massimo dell’intensità dalle 7.30 alle 8.00 quando entrarono in azione anche i lanciamine e lanciagas; la reazione dei cannoni italiani fu piuttosto debole. In quelle ore Badoglio trasmette via radio e in chiaro le sue posizioni che ovviamente sono subito bombardate, su questo episodio si espresse il generale di artiglieria tedesco von Berendt:

« Raramente l’artiglieria ha ricevuto in battaglia notizie così incoraggianti sull’effetto del proprio fuoco direttamente dal bersaglio. »

Appena cessata la tempesta delle granate, le truppe d’assalto si gettarono nelle trincee nemiche di prima linea, travolgendo i soldati storditi dal bombardamento o avvelenati dai gas tossici (in una sola grotta morirono intossicati tremila soldati italiani); l’attacco di sorpresa riuscì subito sull’intero fronte investito. In poche ore l’ala destra della 2a Armata fu distrutta. Già la sera del primo giorno risultò che erano state superate la prima e la seconda linea italiana. La battaglia era persa.

La sera del 25 ottobre ci si rese conto che le linee di difesa avanzate italiane erano in disfacimento; la conquista del Monte Stol era ormai sicura, probabile quella del Monte Mataiur, imminente quella del Monte Hum e Monte San Martino. Nelle prime fasi della battaglia di Caporetto si distinse un giovane tenente svevo, Erwin Rommel, che con il suo reparto conquistò il giorno 24 ottobre il monte Kolovrat, poi la cima del monte Kuk, infine il Matajur, postazione strategica per la difesa della valle del Natisone. La via verso Udine e la pianura friulana era completamente libera. Il giorno 26 concluse la completa rottura del fronte italiano, dando la certezza di una grande vittoria. Decisiva per l’ordine di ritirata del generale Cadorna fu la conquista della Punta di Monte Maggiore (a sud della Sella Uccea), fatta dal primo reggimento Kaiserschützen, perché essa costituiva a nord il pilastro d’angolo dell’ultima linea difensiva e quindi gli italiani non potevano più pensare ad una resistenza a nord.

Ora era decisiva la velocità, per togliere agli italiani la possibilità di organizzare efficaci contromisure. Era necessario quindi sopravvanzare le truppe italiane in ritirata per occupare i ponti sul Tagliamento prima di loro imbottigliandole così in una enorme sacca, per annientarle. Ma questo piano fallì e gli austro-tedeschi poterono oltrepassare il Tagliamento solo il 4 di novembre, dopo attacchi ben organizzati alle ultime sacche di resistenza, e continuare l’avanzata il giorno dopo. Si perdette tempo anche al nord per raggiungere la zona di Belluno-Feltre ed il corso medio del Piave, cosicché la 4a Armata italiana riuscì in gran parte a sfuggire alla prigionia e ad attestarsi sul Monte Grappa. Infine bisognò fermarsi al Piave a causa dell’intervento di truppe inglesi e francesi e per la scarsità di munizioni e di rifornimenti, data la grande distanza dalle basi di partenza.

In conseguenza dello sfascio del fronte isontino gli italiani dovettero sgombrare anche l’intera linea d’alta quota dalle Alpi Giulie e Carniche alle Dolomiti ed ai Monti di Fiemme, fino alla Valsugana. 

La pagina peggiore di Caporetto, oltre al successo delle truppe austro-ungariche e tedesche, fu quello che seguì: il caos sulle strade, l’assenza di coordinamento e di collegamento, le brigate accerchiate e lasciate al proprio destino, i soldati dispersi, i furti e le violenze. Quando le armate in ritirata giunsero sulle rive del Tagliamento, della Livenza e del Piave, lì sui ponti la ritirata delle truppe divenne un indescrivibile groviglio di uomini, carri, cavalli uccisi, colonne ferme per decine di chilometri.

Non sarebbe andata così se i comandi fossero stati capaci di organizzare la circolazione stradale, la trasmissione delle notizie e i rifornimenti. La disfatta di Caporetto costò agli italiani 11.000 morti, 19.000 feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 fra disertori e sbandati, 3.200 cannoni, 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 300.000 fucili.

Approfondimenti

Le ragioni tecniche dello sfondamento di Caporetto da parte delle truppe imperiali sono note ma permangono a tutt’oggi alcuni dubbi (misteri secondo alcuni autori) sull’operato delle unità italiane. Il comandante supremo dell’esercito era Luigi Cadorna che comandava direttamente tutte le armate disposte dal mare sotto Gorizia al Trentino. Sul fronte dell’Isonzo Cadorna aveva, a sud (destra) la 3a Armata comandata dal Duca d’Aosta e costituita da 4 corpi d’armata e a nord (sinistra) la gigantesca 2a Armata, comandata dal generale Luigi Capello e costituita da ben 8 corpi d’armata. Lo sfondamento avvenne sul fianco sinistro della II armata tra Tolmino e Plezzo. Tale parte di fronte era presidiata a sud tra Tolmino e Gabrije (paese a metà strada tra Tolmino e Caporetto), dal XXVII Corpo d’armata di Pietro Badoglio, mentre a nord da Gabrije fino a Plezzo, dal IV Corpo d’armata di Alberto Cavaciocchi. Incuneato tra i due corpi d’armata ed in posizione più arretrata era stato disposto molto frettolosamente anche il debole VII Corpo d’armata comandato dal generale Luigi Bongiovanni.

Molto sinteticamente, le ragioni che permisero lo sfondamento sono:

  • Una disposizione eccessivamente offensiva della seconda armata ed in particolare del XXVII Corpo d’armata, con le artiglierie ed alcune unità (tre divisioni su quattro sulla sinistra dell’Isonzo) troppo avanzate rispetto alla prima linea di fronte e un fianco sinistro eccessivamente debole. Nella zona sfondata del XXVII Corpo d’armata era presente solo la 19a Divisione, rinforzata con la Brigata Napoli, ed il X gruppo alpini. Di queste truppe va rilevato che la Brigata Napoli era stata assegnata al XXVII Corpo d’Armata solo prima dell’inizio dell’offensiva, e non guarniva il fondovalle Isonzo all’altezza di Foni, come pure suo compito, gravitando sulle pendici meridionali della valle; il X gruppo alpini, arrivato in linea anch’esso all’ultimo momento, guarniva una linea teoricamente forte, ma in realtà organizzata più su capisaldi che in modo continuo.
  • Debolezza e disposizione sbilanciata delle riserve, tutte a sud della linea di sfondamento, sia quelle d’armata a disposizione di Capello che quelle generali a disposizione di Cadorna.
  • Comunicazioni difettose a tutti i livelli, rese ancora più precarie dalle condizioni meteo, pioggia battente e nebbia a valle, bufere di neve in quota.
  • Mancate azioni di comando e manovra accentuate dalla mancanza di comunicazioni e dalla scarsità e debolezza delle riserve.
  • Utilizzo difettoso e di scarsa efficacia dell’artiglieria italiana.
  • Errori tattici a livello di comandi divisionali (ad esempio l’abbandono prematuro della stretta di Saga, che aprì la direttrice della Valle Uccea e del Tagliamento).
  • Insufficienza tattica delle nostre truppe, che dopo due anni e mezzo di assalti ad ondate non avevano l’abitudine tattica ad attaccare per nuclei, cercando l’infiltrazione nei punti deboli; è da dire che le truppe tedesche avevano una dotazione di mitragliatrici più ampia, ed una diversa dottrina del loro impiego,come elementi di fuoco in movimento e non come supporto di linea.
  • Mancanza di esperienza difensiva. Il nostro esercito si era forgiato durante le precedenti 11 battaglie tutte offensive.
  • Dilagare del panico anche di fronte ad infiltrazioni di forze non numerose, nella convinzione che l’essere accerchiati fosse una situazione comunque irrimediabile; anche questo un lascito di due anni di battaglie “muro contro muro”, un’ondata dopo l’altra.

Al di là delle responsabilità di singole piccole e medie unità, le colpe maggiori di ordine strategico e tattico non possono che essere attribuite in ordine al comando supremo (Cadorna), al comando d’armata interessato (Capello), ed ai tre comandanti dei corpi d’armata coinvolti, Badoglio, Cavaciocchi e Bongiovanni, che in effetti, con l’unica eccezione di Badoglio, vennero tutti, almeno in prima istanza giudicati colpevoli dalla prima commissione d’inchiesta del 1918-19 (anche se la posizione del Badoglio, nel frattempo divenuto vice di Diaz, fu tutelata amputando la relazione di alcune pagine, verso di lui molto severe).

Il comandante supremo dell’esercito italiano Luigi Cadorna aveva disposto con un ordine del 18 settembre, dopo la conclusione dell’undicesima battaglia dell’Isonzo, e a seguito di informazioni più o meno attendibili sulle intenzioni nemiche, che le sue armate sull’Isonzo (la 2a Armata comandata da Luigi Capello e la 3a Armata comandata dal Duca D’Aosta) si apprestassero in una disposizione difensiva nelle migliori condizioni possibili.

Luigi Capello comandante della seconda armata, avendo una visione più offensiva, credeva che in caso d’attacco occorresse lanciare subito un’energica controffensiva, non solo a fini tattici, come raccomandava Cadorna, ma anche a fini strategici. Eseguì quindi solo parzialmente ed in ritardo gli arretramenti del grosso delle truppe e delle artiglierie pesanti sulla destra dell’Isonzo, richiesti da Cadorna. In particolare molti medi calibri restarono sulla Bainsizza, in previsione di un progetto controffensivo che , attraverso i Lom di Tolmino, aveva ad obbiettivo le retrovie della testa di ponte austriaca di Tolmino. Bisogna però osservare che tutte le disposizioni date da Capello furono trasmesse, per conoscenza, anche al comando supremo e che Cadorna non ebbe nulla da obiettare. A questo si aggiunge il fatto che Capello, già costretto a letto da una nefrite agli inizi di ottobre, nei giorni antecedenti l’attacco nemico, dovette ricoverarsi in ospedale a Treviso, lasciando il comando interinale della 2a Armata al generale Montuori, riprendendolo solo alle 22.30 del 22 ottobre. Il cambio al comando della II armata generò confusione negli ordini in particolare lungo la linea di congiunzione tra il XXVII ed il IV C.A. i cui reparti furono continuamente spostati.

Lo stesso Cadorna si allontanò per 15 giorni rientrando al comando generale di Udine solo il 19 ottobre. Cadorna era poco convinto che il nemico avrebbe effettivamente sviluppato una offensiva di vasta portata ed il suo ordine difensivo del 18 settembre rimase isolato fino al 19 ottobre, giorno del suo rientro in Udine. Il 20 ottobre due ufficiali disertori dell’esercito asburgico, tra cui il tenente Maxim, comunicarono al comando della 2a Armata l’imminenza dell’offensiva oltre a illustrare alcune direttive di attacco della 50a Divisione austriaca. Venne confermata l’intenzione del nemico di effettuare lo sfondamento sull’asse Tolmino-Caporetto-Plezzo. Cadorna non diede molto credito a tale informazione che si rivelò in seguito del tutto esatta. Il 22 ottobre si ebbe anche conferma degli orari esatti dell’offensiva che sarebbe iniziata con due ore di tiro a gas. In definitiva due giorni prima della battaglia i comandi italiani conoscevano quasi alla perfezione il piano del nemico.

In effetti, l’offensiva nemica iniziò alle ore 2.00 del 24 ottobre con tiri di preparazione dell’artiglieria, prima a gas, poi a granate fino alle 5.30 circa. Verso le 6.00 cominciò un violentissimo tiro di distruzione a preparazione dell’attacco delle fanterie. Le testimonianze di parte Italiana, ad esempio i rapporti del comando d’artiglieria del XXVII Corpo d’armata (colonnello Cannoniere) indicano che il tiro tra le 2.00 e le 6.00 produsse perdite molto lievi. Il gas non ebbe grandi effetti, sia perché nei giorni precedenti erano state effettuate grandi distribuzioni di maschere protettive efficaci, sia per le condizioni meteo sfavorevoli all’uso dei gas. Comunque gli artiglieri del XXVII e IV Corpo d’armata avevano fin dal 22 ottobre ricevuto ordine di indossare le maschere già alle ore 1.30 del 24, mezzora prima del previsto inizio dell’offensiva. Solo nella conca di Plezzo i gas, lanciati tra l’altro con tecniche innovative (tubi lancia bombole), ebbero effetti apprezzabili.

L’attacco delle fanterie nemiche cominciò alle ore 8.00 con uno sfondamento immediato sull’ala sinistra del XXVII Corpo d’armata, occupato dalla 19a divisione, e sull’ala destra del IV Corpo d’armata (generale Cavaciocchi) tra Tolmino e Caporetto. A fronte della sola 19a Divisione italiana il nemico disponeva di ben sette divisioni, tra cui l’Alpenkorps e la 12a Slesiana in prima linea. Le artiglierie Italiane del XXVII Corpo d’armata, sia i grossi calibri che i piccoli e medi calibri divisionali, non risposero, per ordine esplicito, al tiro di preparazione nemico. Poi, alle 6.00 quando iniziò il tiro di distruzione, la risposta delle artiglierie Italiane fu del tutto inefficace. La debole, intempestiva ed inefficace risposta delle artiglierie Italiane sul fronte del XXVII Corpo d’armata è una delle ragioni accertate dello sfondamento, ma il motivo per cui ciò avvenne è tutt’oggi fonte di disquisizioni. Tra le cause ipotizzate, vi sono:

  • Ignoranza dei comandi Italiani sull’uso difensivo delle artiglierie in particolare della fase di contropreparazione. L’avere ordinato più o meno esplicitamente di non rispondere al tiro di preparazione (ore 2.00 – 6.00) fu un grave errore anche se a parziale discapito dei protagonisti è utile osservare che fino ad allora questa era la regola di utilizzo delle artiglierie nell’esercito italiano. Solo nella primavera del 1918 e proprio a causa della sconfitta di Caporetto furono cambiate le regole di risposta al fuoco. Secondo le direttive di Cadorna le artiglierie medie e pesanti avrebbero dovuto effettuare un tiro efficace sulle batterie nemiche e sui punti di raccolta delle fanterie dall’inizio del bombardamento nemico. Capello interpretò, probabilmente in sintonia con il volere di Cadorna, per “inizio del tiro nemico” l’inizio del tiro di distruzione quello cioè che iniziò alle ore 6.00. Tutte le fonti nemiche concordano che l’azione di contropreparazione italiana fu sorprendentemente debole.
  • La nebbia, pioggia battente al mattino del 24 a valle e nevicate in quota (alcune testimoni usano il termine “bufere di neve”) impedirono alle prime ed alle seconde linee Italiane di scorgere in tempo l’avanzata delle fanterie nemiche e di conseguenza di ordinare il tiro controffensivo con i piccoli e medi calibri, mortai e bombarde divisionali. Bisogna osservare che i tedeschi agirono esplicitamente con l’intento di fare meno rumore possibile ed in effetti la maggior parte dei soldati italiani di prima linea vennero catturati senza sparare. Le testimonianze dei comandanti di batteria divisionali riportano che il tiro automatico di sbarramento (senza ordine esplicito) non fu effettuato in quanto non si udirono scariche di fucilerie o mitraglia dalle prime linee, che in effetti cedettero immediatamente quasi senza combattere. Le testimonianze del nemico, in particolare quelle del giovane tenente Erwin Rommel (che nonostante fosse solo tenente era al comando di ben tre compagnie, quasi un battaglione) confermano che le prime e le seconde linee italiane furono prese in totale sorpresa, scavalcate in velocità senza quasi combattere.
  • Il tiro di preparazione ma più ancora quello di distruzione (ore 6.00) nemico fece saltare i collegamenti telefonici tra i reparti combattenti ed i comandi. Lo stesso Badoglio riferisce che fino alle 6.00 erano ancora in funzione alcune linee telefoniche, mentre alle 8.00 era completamente isolato nel suo comando. Nel contempo le pessime condizioni meteo impedirono l’uso dei segnali ottici ed acustici per la comunicazione. Le poche comunicazioni in campo italiano avvennero, con enormi ritardi, tramite staffette. È necessario osservare che il nemico comunicò più efficacemente mediante razzi luminosi. Badoglio aveva disposto alle sue artiglierie che l’inizio del tiro controffensivo sarebbe dovuto iniziare solo dietro suo ordine esplicito, ma al momento giusto, causa mancanza totale di comunicazioni, non fu in grado di darlo.
  • L’azione di comando di Badoglio fu debole in quanto completamente isolato nelle varie sedi del suo comando continuamente spostate durante il 24 in quanto soggette a massicci quanto precisi tiri dell’artiglieria nemica. A tal proposito fonti nemiche rivelano che i messaggi in chiaro trasmessi via radio dal comando di Badoglio e che indicavano ai suoi reparti le nuove posizioni del comando, furono sistematicamente intercettate e immediatamente comunicate all’artiglieria nemica.

Le cose non andarono molto meglio sul fronte del IV Corpo d’armata di Cavaciocchi, confinante a sud con il XXVII c.a. di Badoglio. L’utilizzo delle artiglierie del IV Corpo d’armata fu più efficace e tempestivo ed il fronte nel settore centrale intorno al monte Nero, a nord est di Caporetto durante le prime ore della battaglia. Lo sfondamento del IV Corpo d’armata avvenne sull’ala sinistra, nella conca di Plezzo ma il vero disastro cominciò quando il nemico, arrivò a Caporetto, da entrambi i lati dell’Isonzo dal fianco sud.

Incuneato tra il IV ed il XXVII Corpo d’armata ed in posizione leggermente arretrata vi era anche il debole (due divisioni) VII Corpo di armata di Bongiovanni, messo lì tardivamente a riserva. La sua efficacia fu nulla.

La mancanza di riserve dietro il IV Corpo d’armata, e qui la colpa non può che essere di Cadorna e Capello, fu senz’altro uno dei motivi principali che contribuirono alla disfatta. In effetti il vantaggio di ogni attaccante è quello di poter concentrare la pressione offensiva, mediante concentrazione di truppe, su una parte ridotta di fronte, sconosciuta normalmente (ma non nel caso di Caporetto) fino all’ultimo al difensore. Lo sfondamento in piccoli settori è inevitabile e deve essere preventivato dal difensore, provvedendo ad un congruo numero di riserve da far affluire tempestivamente verso le posizioni sfondate. Nonostante questa elementare verità fosse ben nota a Capello, tanto che la espose ai suoi comandanti di corpo d’armata qualche giorno prima, non prese provvedimenti correttivi.

L’errore tattico più sconcertante ed oggettivamente misterioso fu senza dubbio operato da Badoglio sul suo fianco sinistro ovvero sulla riva destra dell’Isonzo tra la testa di ponte austriaca davanti a Tolmino e Caporetto. Questa linea, lunga pochi chilometri, costituiva il confine tra la zona di competenza del XXVII C.A. di Badoglio (riva destra) e la zona assegnata al IV C.A. di Cavaciocchi (riva sinistra). Nonostante tutte le informazioni indicassero proprio in questa linea la direttrice dell’attacco nemico, la riva destra fu lasciata praticamente sguarnita con piccoli reparti a presidiarla mentre il grosso della 19a divisione e della brigata Napoli era arroccato sui monti sovrastanti. Osservando le cartine della relazione ufficiale dello stato maggiore (Vol IV tomo 3 ter) in cui sono riportate le disposizioni delle truppe italiane nella mattina del 24 ottobre, non si può non rimare colpiti dalla presenza di questo corridoio libero e sguarnito e risulta impossibile immaginare che sia sfuggito ad un generale della competenza di Badoglio. Probabilmente in una giornata di tempo sereno (con buona visibilità) la posizione in quota avrebbe consentito alla fortissima 19a divisone di dominare tutta la riva destra rendendo il corridoio impercorribile. Al contrario, il 24 in presenza di nebbia fitta e pioggia, le truppe italiane in quota non si accorsero minimamente del passaggio dei tedeschi in fondovalle che catturarono senza combattere e quindi senza provocare rumore le scarsissime unità italiane presenti. In 4 ore le unità tedesche risalirono la riva destra arrivando integre a Caporetto, sorprendendo da dietro le unità del IV C.A. Sebbene non ce ne siano le prove, si è molto vociferato (testimonianze di ufficiali presenti alle decisioni di Badoglio) che il corridoio sulla riva destra dovesse costituire la “trappola di Volzana” appositamente preparata da Badoglio per annientare l’offensiva nemica e trasformatasi invece nel disastro di Caporetto. L’ipotesi della trappola di Volzana non ha molto credito tra gli storici militari ma costituisce forse l’unica spiegazione plausibile della assurda disposizione di truppe operata da Badoglio.
Il caos e la disorganizzazione dei comandi Italiani sono testimoniati da moltissimi fatti e fra questi:

  • Badoglio pur essendo a pochi chilometri dal fronte, ebbe le comunicazioni tanto interrotte che seppe dell’attacco delle fanterie nemiche (iniziato alle 8.00) solo verso mezzogiorno e lo comunicò al comando della 2a Armata soltanto qualche ora dopo aggiungendo però che non sapeva nulla della 19a divisione (l’unica presente al suo fianco sinistro).
  • Cadorna a Udine che dista circa 20-30 chilometri dal fronte ancora alle 19.00 era convinto che l’azione nemica da Tolmino fosse solo un diversivo per sviare l’attenzione dalla vera azione offensiva che sarebbe partita più a sud; seppe della gravità dello sfondamento e del fatto che il nemico aveva conquistato alcune forti posizioni solo alle 22.00!

L’esodo dei profughi friulani e veneti

Una tragedia nella tragedia fu quella dei profughi civili, la cui vicenda è stata di recente studiata (anche se solo con fonte di parte italiana[1]). Durante la ritirata, circa 300.000 civili veneti e friulani abbandonarono le loro terre, spaventati dalla propaganda ufficiale che gridava ai “turchi alle porte”. Nonostante ciò il trasferimento di questa gente non fu programmato e aiutato (anzi, i comandi militari imposero di dare priorità alle truppe e ai mezzi militari, con requisizioni di mezzi civili e divieto di uso delle strade principali). Molti perirono durante la fuga, ad esempio a causa della piena dei fiumi che si trovarono ad attraversare lungo strade secondarie. I profughi vennero sistemati un po’ in tutta Italia in maniera inadatta, causando loro notevoli disagi. Accusati di essere “austriacanti” (soprattutto i preti), spesso vennero internati. Essendo sussidiati venivano accusati di essere un peso e di rubare il lavoro ai locali. Particolarmente difficile fu la situazione di chi venne inviato al Sud. Ci furono molti casi di tensione per la mancata assegnazione di case di villeggiatura a questi profughi, costretti a vivere in condizioni sanitarie e ambientali estreme. Non di rado tra questi gruppi di profughi nacque un’avversione all’Italia e si crearono movimenti inneggianti, per esempio, alla Repubblica di San Marco.

Note

  1. ^ Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto, Laterza, 2006

Bibliografia

La bibliografia sull’argomento è vastissima. L’editore Gaspari di Udine ha pubblicato recentemente decine di volumi su Caporetto alcuni con documenti inediti e vari diari di guerra dei protagonisti della battaglia. I titoli che seguono sono solo una piccola incompleta ma fondamentale parte della bibliografia

  • “L’esercito Italiano nella Grande Guerra, Vol IV, TOMI 3, 3bis, 3Ter, Ministero della Difesa-Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma 1967.
  • P. Pieri, G. Rochat, “Badoglio”, UTET, 1974.
  • R. Bencivenga, “La sorpresa strategica di Caporetto”, Gaspari editore, Udine, 1997.
  • A. Cavaciocchi, “Un anno al comando del IV Corpo d’armata”, Gaspari Editore, Udine, 2006.
  • Giuseppe Del BiancoLa Guerra e il Friuli, Tipografia D. Del Bianco e Figlio, Udine, 1937 (4 voll);
  • M. Mantini, “Da Tolmino a Caporetto lungo i percorsi della Grande Guerra tra Italia e Slovenia”, Gaspari Editore, Udine, 2006.
  • P. Gaspari, M. Mantini, P. Pozzato, “Generali nella nebbia”, Gaspari Editore, Udine, 2007.
  • A. Gatti, “Caporetto”, Soc. Ed. Il mulino, 1964.
  • F. Fadini, “Caporetto dalla parte del vincitore”, Il generale Otto von Below e il suo diario inedito, Mursia , 1992.
  • Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto, Laterza, 2006
  • M. Mantini, S. Stok, “I tracciati delle trincee sul fronte dell’Isonzo. Le Valli del Natisone e dello Judrio”, Gaspari Editore, Udine, 2007.

Testi letterari [modifica]

La battaglia di Caporetto è anche protagonista di diversi testi letterari, a carattere narrativo o più spesso memoriale.

Voci correlate [modifica]

  • Ragazzi del ’99
  • La rivolta dei santi maledetti
  • Caporetto (nodo storico-politico)
  • Addio alle armi (romanzo)
  • Altre info vedi: http://www.grandeguerrafvg.org/

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    Categorie: Battaglie del fronte italiano | Battaglie dell’Isonzo

    Battaglia di Caporetto   o XII battaglia dell’Isonzo
    Parte della Prima guerra mondiale
    Battle of Caporetto.jpg
    Mappa dell’avanzata austro-ungarica tedesca in seguito alla rotta italiana.
    Data: 24 ottobre-19 novembre 1917
    Luogo: Valle del fiume Isonzo, pressi di Caporetto, oggi Slovenia.
    Esito: Decisiva vittoria austro-ungarica
    Avanzata austro-ungarico-tedesca fino al Piave
    Schieramenti
    bandiera Italia bandiera Austria-Ungheria
    bandiera Germania
    Comandanti
    Luigi Cadorna Otto von Below
    Effettivi
    650.000 soldati, 49 divisioni 400.000 soldati, 34 divisioni
    Perdite
    30.000 morti o feriti, 300.000 prigionieri 20.000 morti o feriti
    Fronte italiano (1915-1918)
    Adamello – 1a-Isonzo2a-Isonzo3a-Isonzo4a-Isonzo5a-IsonzoAltipiani6a-Isonzo7a-Isonzo8a-Isonzo9a-Isonzo10a-IsonzoOrtigara11a IsonzoCaporettoSolstizioPiaveVittorio Veneto

     (Fonte: Wikipedia)

    Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

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