Italia- Il 10 febbraio l’Italia ricorda i martiri delle Foibe. Migliaia di italiani (nessuno conosce il numero preciso, si stima tra i cinque e gli undicimila) uccisi da partigiani yugoslavi. Perché fascisti, perché possibili oppositori politici di Tito, o soltanto perché italiani. Una tragedia troppo a lungo dimenticata ha detto il Presidente Napolitano, una vicenda troppo a lungo ignorata dalla sinistra ha detto Walter Veltroni. Ma nel giorno della memoria è anche doveroso ricordare, come italiani, che la responsabilità diretta di quegli eccidi è di chi li perpetrò, ma la responsabilità storica è e non può che essere del regime fascista. Per la sua politica di spietato sradicamento della lingua, della cultura, della identità slava nei territori sotto il suo controllo. A Pola nel settembre del 1920 Mussolini proclama: “di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone… I confini dell’Italia devono essere il  Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare cinquecentomila slavi barbari a cinquantamila italiani”. La base della politica fascista nei confronti degli slavi, anche dei cittadini del Regno d’Italia, è il razzismo. Ma è la guerra che scrive le pagine più vergognose. Quelle dei crimini di guerra di cui nel nostro Paese si parla poco. Ma basta attraversare la frontiera e raggiungere il museo storico di Lubiana per saperne di più. E per vedere i disegni dei bambini scampati ai rastrellamenti e alle stragi nei villaggi sloveni: disegni di case bruciate, di mamme e papà morti, di soldati cattivi. Soldati che parlavano italiano. Il 6 aprile 1941 Italia e Germania invadono la Yugoslavia. La Slovenia viene smembrata e annessa. La Croazia diventa un regno autonomo con Aimone di Savoia come sovrano e il fascista Ante Pavelic come primo ministro. Inizia la resistenza partigiana, attentati contro i militari ma anche contro i civili italiani. La risposta fascista è il terrore. Bisogna abbandonare la falsa pietà, ammonisce Mussolini, e dimostrare che gli italiani sanno essere duri. I risultati non tardano ad arrivare. Villaggi bruciati, rastrellamenti, deportazioni. In una celebre nota sulle rappresaglie antipartigiane il generale Robotti dell’XI scrisse: “qui si ammazza troppo poco” . I numeri da brivido riferiti dagli storici solo per la Slovenia: tra il 1941 e il 1943 tredicimila vittime su trecentoquarantamila abitanti, di cui: fucilati sul posto 2500, ostaggi fucilati per rappresaglia 1500, torturati e arsi vivi 103, deceduti per sevizie 84. Secondo il generale Orlando dell’XI Corpo d’Armata è necessario eliminare tutti i maestri elementari, tutti i maestri elementari, tutti gli impiegati comunali e pubblici in genere, tutti i medici, i farmacisti, gli avvocati, i giornalisti, i parroci, gli operai, gli ex-militari italiani. Il generale Roatta, comandante delle forze di occupazione, propone la deportazione di tutti i disoccupati e gli studenti per farne unità di lavoratori. L’intera città di Lubiana nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 viene cinta con filo spinato e rastrellata a fondo dai Granatieri di Sardegna, centinaia di persone vengono deportate nei campi di concentramento…  Già, i campi di concentramento italiani. Ce ne furono 31. Si calcola che vi finirono più di centomila persone, uomini donne e bambini, sloveni e croati, zingari ed ebrei. Undicimila morirono di fame e malattie. Il 15 dicembre 1942 l’Alto Commissario per la provincia di Lubiana Grazioli trasmise al comando dell’XI Corpo d’Armata il rapporto di un medico sul campo di Arbe, un’isola nell’Adriatico, in cui si denunciava che i prigionieri morivano di fame. Il generale Gambara rispose: “logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento… L’individuo malato sta tranquillo”. Ufficiali dei Carabinieri descrivono così’ la situazione nel campo: “le condizioni di alloggiamento e del vitto sono quasi inumane; viene riferito che frequenti sono i casi di morte, gravi e frequentissime le malattie… (ci sono stati) vari casi di decesso provocati dalla scarsità del vitto e da malattie epidemiche diffusesi per deficienza di misure sanitarie”. Secondo i racconti dei prigionieri ad Arbe i soldati italiani non infierivano più di tanto su di loro, il che faceva infuriare il comandante colonnello Ciauli, un fanatico fascista che usava la frusta su donne e bambini ed era odiato anche dai suoi uomini. Dopo l’8 settembre fu fucilato. Come lui, nelle due settimane in cui i partigiani controllano Istria e Dalmazia, centinaia di fascisti ma anche uomini delle forze dell’ordine, militari e civili italiani. E’ la prima fase della tragedia delle foibe. Ma nelle mani dei partigiani finiscono anche più di quindicimila soldati italiani, che non vengono sterminati, anzi: molti finiscono a combattere nelle unità della Resistenza. Poi i tedeschi occupano di nuovo Istria e Dalmazia. La Wehrmacht annuncia di avere ucciso tredicimila persone. La seconda ondata di eccidi si verifica nel 1945, al momento della avanzata dei partigiani. Nessuno conosce il numero degli infoibati stimato tra cinquemila e undicimila. Il governo De Gasperi nel dopoguerra chiederà conto alle autorità di Belgrado di 2500 morti e 7500 dispersi. Solo a Fiume vengono uccise 652 persone, italiani ma non solo: tra le vittime anche sinceri antifascisti, cattolici o autonomisti che non avrebbero accettato di finire sotto il controllo del governo di Belgrado, e poi sacerdoti, insegnanti e così via. Una tragedia che non può far dimenticare gli orrori degli anni precedenti. Certo, è anche giusto ricordare il travaglio delle migliaia di italiani che fuggirono da Istria e Dalmazia, territori che furono tolti al nostro Paese sconfitto. Ma va anche ricordato che nel 1945 erano stati già di fatto annessi alla AdriaKuste, la zona di operazioni tedesca sull’Adriatico. A chi rimpiange quella perdita va ricordato che se i nazisti e i fascisti avessero vinto, insieme con Lubiana sarebbero state annesse al Reich non solo Pola e Fiume, ma anche Udine e Gorizia e Trieste, come pure Bolzano e Belluno. Se avessero vinto i fascisti avrebbero in sostanza detto addio a tutte le conquiste dell’irredentismo nazionale italiano. Tutte cose da ricordare, nel giorno in cui esercitiamo il dovere collettivo della memoria. (Fonte: Articolo 21)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”