Discutiamo dei problemi ambientali dell’area dove è costruito l’Ospedale del Mare.  La zona dell’ Ospedale si trova a 100 m. dalla zona rossa, ad alto rischio vulcanico e a 4 Km dall’ inceneritore di Acerra (zona altamente inquinata). Ma non si poteva pensare prima a questi problemi e conseguentemente scegliere un’ area ambientalmente sicura? 

 A cura del prof. “Franco Ortolani” Ordinario di Geologia, Università di Napoli Federico II – 26 aprile 2010

Napoli- (del prof. Franco Ortolani) Alle falde occidentali del Vesuvio, al limite orientale del territorio comunale di Napoli, è in via di ultimazione un moderno e grande ospedale denominato Ospedale del Mare. La struttura è tra le più grandi d’Europa e sorge a un centinaio di metri dall’area definita ufficialmente “zona rossa” (massimo rischio vulcanico) nel Piano di Protezione Civile relativo al rischio vulcanico vesuviano. I cittadini si aspettano che una struttura così importante sia stata realizzata in una delle aree più sicure esistenti in Europa in modo da garantirne la funzionalità anche in caso di gravi emergenze ambientali. Valutiamo serenamente le caratteristiche ambientali più significative dell’area che da tempo sono state messe in discussione da due colleghi, i professori Benedetto De Vivo, Ordinario di Geochimica e Giuseppe Rolandi, Ordinario di Vulcanologia presso l’Università di Napoli Federico II, certamente non due sprovveduti, che hanno evidenziato che “l’Ospedale è in costruzione nel quartiere Ponticelli di Napoli a 100 metri dalla Zona Rossa e comunque entro la Zona Gialla (zona a pericolosità differita)”. Come si vede dalla figura 1 si riscontra che effettivamente il limite della zona rossa non è stato tracciato su basi scientifiche ma in relazione all’andamento dei liti dei territori comunali. Ne discende che la zona dell’Ospedale del Mare, ubicata a 7,7 km dal cratere del Vesuvio (figura 2) è al di fuori della zona rossa in base al criterio amministrativo; non lo è, di fatto in relazione alla reale distanza raggiunta dai flussi piroclastici distruttivi (linea rossa punteggiata) nella zona di Pompei con l’eruzione del 79 DC. I cittadini di tutto il mondo hanno visto nei giorni scorsi quanti problemi abbia causato l’eruzione del vulcano islandese fino a distanza di alcune migliaia di chilometri. Basta ricordare gli effetti ambientali dell’ultima eruzione vesuviana (1944) che fu una delle meno devastanti, per avere un’idea di cosa possa significare la sicurezza della struttura sanitaria alle falde del vulcano.

Figura 1: (vedi in alto) ubicazione dell’Ospedale del Mare in relazione al Rischio Vulcanico del Piano di Protezione Civile

Figura 2: ubicazione dell’Ospedale del Mare in relazione alla distanza (linea rossa punteggiata) raggiunta dai flussipiroclastici che distrussero Pompei lungo il versante sudorientale.

 Figura 3: ricostruzione degli effetti dell’eruzione del 1944. L’area più interessata da accumulo di ceneri e lapilli ebbe un orientamento da nord ovest a sud est in quanto la loro distribuzione fu condizionata da un vento proveniente da nord ovest. Se avvenisse una eventuale eruzione simile mentre spira un vento proveniente da sud est (scirocco, vento che si registra varie volte nel corso dell’anno) la dispersione di ceneri e lapilli avverrebbe verso nord ovest (area delimitata dalla linea rossa), cioè verso l’Ospedale del Mare. Da http://www.ov.ingv.it, modificata.

Figura 4: Individuazione dell’area più interessata da accumulo di ceneri e lapilli in seguito all’eruzione del 1944 (linea marrone tratteggiata). La linea tratteggiata rossa delimita la probabile area interessata da dispersione di ceneri e lapilli se avvenisse una eventuale eruzione simile a quella del 1944. L’Ospedale del Mare potrebbe essere interessato dall’accumulo di detriti vulcanici come accadde a Terzigno nel 1944 dove vari aerei delle forze militari alleate furono danneggiati (foto A e figura 5).

 Figura 5: Esempio dei detriti vulcanici accumulati sugli aerei dell’aeroporto militare delle forze alleate a Terzigno in seguito all’ eruzione del 1944. Gli effetti dell’eruzione del 1944 sono stati ricostruiti sinteticamente da INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, http://www.ov.ingv.it) come segue: “L’eruzione del 1944, descritta in maniera dettagliata da Giuseppe Imbò (1949), allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, fu preceduta da chiari segni premonitori a partire dal giorno 13 marzo, quando si verificò il collasso del cono di scorie presente all’interno del cratere. L’eruzione iniziò nel pomeriggio del 18 marzo con esplosioni stromboliane che provocarono un ulteriore crollo del piccolo cono di scorie intracraterico. Alle 16:30 un flusso lavico si riversò verso Nord oltrepassando il bordo craterico e raggiungendo la Valle dell’Inferno alle 22:30. Alle 23:00 altre colate oltrepassarono il bordo meridionale e occidentale del cratere e raggiunsero il Fosso della Vetrano alle 23:00 del 19 marzo Ulteriori colate oltrepassarono il bordo settentrionale del cratere nel pomeriggio e nella nottata del 20 marzo. Il 21 marzo la colata meridionale si arrestò a circa 300 m.s.l.m. e quella settentrionale raggiunse i centri abitati di S. Sebastiano e Massa di Somma: circa 10.000 persone furono evacuate e trasferite a Portici. Intorno alle 17:00 del 21 Marzo iniziò una nuova fase dell’eruzione caratterizzata da 8 spettacolari fontane di lava che determinarono l’arresto dell’alimentazione delle colate laviche. Tale fase ebbe termine alle 12:48 del 22 marzo. L’ultima fontana di lava, durata circa 5 ore, raggiunse l’altezza di circa 1 km. I prodotti da caduta (scorie e cenere) si depositarono principalmente a SE del vulcano fino ad oltre 200 km verso E-SE. La sismicità connessa all’attività finora descritta innescò alcune hot-avalanches che raggiunsero la base del cono. A partire da mezzogiorno del 22 Marzo si verificò un sensibile cambiamento nello stile eruttivo con il passaggio da una fase caratterizzata da fontane di lava ad una colonna eruttiva sostenuta. La nube eruttiva, che si disperse in direzione SE, raggiunse un’altezza di 5-6 km, mentre parziali collassi della colonna eruttiva generarono piccoli flussi piroclastici lungo i fianchi del cono. Questo tipo di attività, congiunta ad una intensa attività sismica e caratterizzata da un progressivo allargamento del cratere, continuò a fasi alterne fino al mattino del 23 marzo quando ebbe inizio l’ultima fase dell’eruzione del 1944. L’ultima fase dell’eruzione fu dominata da esplosioni freatomagmatiche, di energia decrescente nel tempo, associate ad intensa sismicità. Furono osservati anche piccoli flussi piroclastici e hot-avalanches lungo i fianchi del cono. L’eruzione terminò il giorno 29 marzo. I paesi più danneggiati dalla caduta del materiale piroclastico furono Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava. Un rapporto del Governo Militare Alleato riferì di 21 morti nella sola giornata del 26, per il crollo dei tetti di abitazioni in località non precisate. Gli abitanti di S. Sebastiano, di Massa e di Cercola, circa 10.000 persone, furono costrette all’evacuazione. Napoli fu favorita dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. I danni indotti dall’eruzione furono: 26 persone morte nell’area interessata dal fallout a causa dei crolli dei tetti delle abitazioni; 2 centri abitati in parte distrutti dalle colate laviche; 3 anni di raccolti persi nelle aree interessate dal fallout.” Come si deduce dalla sintetica ricostruzione, non si può certo dire che l’Ospedale sia stato realizzato in un’area esente da pericoli, almeno per quanto riguarda l’attività vulcanica. I problemi ambientali che possono interessare l’area nella quale è costruito l’Ospedale del Mare non finiscono qui: la struttura sanitaria, infatti, si trova a circa 4 chilometri di distanza sottovento rispetto al previsto inceneritore e alla centrale elettrica funzionante (figura 6). Come è noto questi impianti disperdono nell’atmosfera particelle di vario tipo che saranno poco salutari per i futuri ricoverati dell’ospedale. I venti dominanti le trasporteranno proprio verso la struttura ospedaliera in costruzione come si può notare osservando la figura 6. Si aggiunga che mentre il forte vento di grecale (vento di terra) trasporterà gli inquinanti prodotti dal previsto inceneritore di Napoli e dalla centrale elettrica verso mare, porterà verso l’ospedale gli inquinanti generati dall’ inceneritore di Acerra.

Figura 6

Ma non si poteva pensare prima a questi problemi e conseguentemente scegliere un’area ambientalmente sicura? I cittadini, comunque, possono stare tranquilli perché il Capo della Protezione Civile Nazionale ci ha assicurato che è tutto sotto controllo esaltando la sicurezza antisismica del costruendo Ospedale dovuta alle innovative tecniche costruttive. Ha burocraticamente tenuto a precisare pure che l’ospedale non si trova nella zona rossa di massima pericolosità vulcanica, come invece sostenuto da alcuni scienziati, e che in caso di eruzione il pericolo sarebbe legato all’esposizione alle ceneri. Ma perché gli ideatori dell’Ospedale del Mare non hanno tenuto conto delle leggi della natura dal momento che l’area è chiaramente “governata” dal Vesuvio, come hanno dimostrato le disastrose eruzioni a partire dal 79 DC? Speriamo che il Vesuvio continui a riposare in eterno e che, quindi, l’Ospedale del Mare possa funzionare sempre al meglio; comunque, in questo quadro è sempre più necessaria la “protezione civile” che può garantire San Gennaro!

Relazione a cura del prof. “Franco Ortolani” Ordinario di Geologia, Università di Napoli Federico II 26 aprile 2010

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

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