Italia- Sono undici le regioni italiane che si stanno opponendo alla nuova legge sul nucleare, che oltre a sancire il ritorno dell’atomo nel nostro paese, esautora di qualsiasi competenza i governi regionali. Con un un ricorso alla Corte Costituzionale, i territori si oppongono alla nuova era nucleare. Durante l’ultimo vertice bilaterale a Roma il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicholas Sarkozy hanno firmato il protocollo d’intesa sul nucleare tra Italia e Francia. Durante l’ultimo vertice bilaterale a Roma il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicholas Sarkozy hanno firmato il protocollo d’intesa sul nucleare tra Italia e Francia. Un accordo, come si è detto a livello ufficiale, improntato alla “ricerca di una politica nucleare condivisa di lungo periodo, con convergenza e armonizzazione in termini di sicurezza a difesa ambientale”. Un’opportunità quindi, sottolineano entrambi i governi, per una collaborazione in materia d’installazione e d’impiego dell’atomo “illimitata”come ha sostenuto il premier francese, che metterà a disposizione dell’Italia il suo know-how sulla tecnologia Epr, consentendo di risparmiare diversi anni nella realizzazione delle future centrali italiane. L’intesa sottoscritta consiste soprattutto nell’accordo tra Enel ed Edf (la prima di proprietà per il 21 per cento del Ministero dell’Economia, la secondo interamente statale). Sarà in vigore per i prossimi 5 anni con possibilità di estensione e prende il nome di “Memorandum of Understanding” (MoU) siglato da Fulvio Conti, amministratore delegato e direttore generale di Enel e Pierre Gadonneix, presidente e direttore generale di Edf. Questo accordo pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende: quattro unità a tecnologia Epr (European pressurized water reactor), la prima delle quali sarà operativa entro il 2020. Tutto però a partire dopo il completamento dell’iter legislativo e tecnico, attualmente in corso, per il ritorno del nucleare in Italia. L’accordo prevede anche che Enel partecipi alla realizzazione del reattore Epr di Penly, nel dipartimento della Senna marittima nella regione dell’Alta Normandia, il secondo del genere oltre quello di Flamanville, sempre in Normandia. Si tratta delle prime due centrale di terza generazione Epr. In entrambi i casi, la quota italiana sarebbe del 12,5 per cento. Con questo accordo i due colossi energetici s’impegnano da subito a formare una joint-venture paritetica, che si occuperà dei vari studi di fattibilità sotto tutti i profili, per poi costituire una società ad hoc che si occuperà di costruire e far funzionare ogni centrale. Le future centrali italiche vedranno la partecipazione di maggioranza per Enel nella proprietà degli impianti e nel ritiro di energia, così come nell’esercizio degli impianti e nell’apertura della proprietà verso terzi, con il mantenimento però per Enel e Edf della maggioranza dei veicoli societari. Questo in sintesi l’accordo siglato, però l’impressione è che manchi qualcosa nel ruolino di marcia ipotizzato dal governo, che prosegue spedito verso questa strada senza guardarsi né indietro né intorno. Innanzitutto esiste quello “sciagurato” referendum del 1987 , come lo ha definito il ministro Scajola su Repubblica, che ad oggi è l’unica vera espressione dei cittadini italiani, e quindi quantomeno andrebbero riconsultati. Per molti commentatori attenti l’asse atomico Roma-Parigi è in realtà un favore alla Francia che sta cercando così di tenere in piedi un’industria nucleare nazionale piuttosto in difficoltà, perché parliamo di una strategia ferma da decenni, in particolare, per quanto concerne la tecnologia Epr, esistono solo due cantieri: uno in Finlandia e uno in Francia, nessuno dei quali è ancora in funzione. In Finlandia i costi effettivi a metà della costruzione hanno già superato del 50 per cento il budget, e l’autorità di sicurezza nucleare finlandese ha riscontrato 2100 non conformità nel corso della costruzione. Anche se può sembrare che le due imprese energetiche franco italiane siano i veri fautori della filiera nucleare, nella realtà non è così. Perché oggi sono solo gli stati a chiedere di costruire i reattori e non gli operatori privati in quanto la tecnologia è troppo costosa e può operare solo se sussidiata dai governi per il suo intero ciclo di vita. Cosicché potrebbe sembrare che pochi colossi energetici abbiano l’obiettivo di dividersi sostanziali quote di denaro pubblico, esternalizzando molti costi rappresentati ad esempio dalle scorie o dalla decommissioning (smaltimento dei rifiuti radioattivi, N.d.R.). In ultima analisi , “l’accordo radioattivo” sembra anti-storico, perché significa investire ingenti risorse nel nucleare e sottrarli alle energie rinnovabili, l’esatto contrario di ciò che avviene in molti altri stati, che addirittura tentano di utilizzare la crisi economica globale, come volano per il rilancio delle economie, tingendole di verde, meno costose, più pulite e senza fine. Fonti: Repubblica, Ansa, ilsole24ore, Adnkronos(Newsphera)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”