LETTERA AGLI AMICI SUDAN 3 IL SUDAN NON SARA’ MAI PIU’ LO STESSO!
La Speranza: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci!” (Is 2, 4)
Mapuordit, AVVENTO 2010

Carissimi amici! Jambo e kudual!
Come stai? Ci yi bak? SHALOM, PACE, PEACE, DOOR, AMANI, SALAAM, PAZ!
Mi accorgo soltanto ora che il tempo è passato velocemente. Ed è passato un anno di già dalla mia ultima lettera a voi miei cari amici! Non che non vi abbia mai mandato mie notizie con articoli, riflessioni e considerazioni anche durante gli ultimi mesi: la coppa del mondo di Mapuordit, una riflessione sulle lotte per l’acqua pubblica, la nostra maratona per la libertà, poesie e poemi dei nostri giovani e tanto altro.
L’ultima mia lettera a voi, era proprio durante l’Avvento dello scorso anno. E ora siamo di nuovo in Avvento! Un tempo liturgico molto bello perché parla della venuta di Gesù bambino, nella debolezza e nella carne umana. Forse la più bella festa per la tenerezza e delicatezza dell’ Amore infinito di Dio per l’umanità. L’incarnazione che diventa Vita Nuova! E forse è anche il Tempo giusto per condividere con voi le aspettattive, le speranze, la gioia, le sofferenze e il Mistero alle quali ci stiamo preparando qui in Sudan.
VEGLIARE E SVEGLIARE!
Vegliare e Svegliare! Sono due verbi importanti perché Avvento è un periodo in cui irrompono Tempi Nuovi. Bisogna avere un anima vigilante. Affrontare il tempo e il mondo con una grande speranza nel cuore, nella certezza che tutte le stagioni della storia appartengono ormai al Signore e che nulla può sottrarsi alla sua irradiazione. Egli viene ogni momento, sotto sembianze diverse. L’importante è saperlo attendere! Anzi, l’importante è saperlo scorgere dietro la trama dei giorni e sotto la scorza degli avvenimenti. Non abbiate paura ci ripete spesso Gesù nelle Scritture perchè Gesù cammina ogni giorno sulle nostre strade. Chi veglia fa le stesse cose di sempre ma con più interesse, con più intensità e densità.
Ma oltre che a vegliare dobbiamo anche svegliare. Svegliare la gente dal loro appiattimento umano e spirituale. Dobbiamo aiutare la gente ad entrare nella Storia, operando le scelte di ogni giorno secondo la logica delle beatitudini e non secondo i criteri dell’interesse personale. E incombe su tutti noi il compito missionario di svegliare il territorio dovunque siamo. Un luogo, una comunità, una società, delle persone concrete che ci sono state affidate rispondendo in modo intelligente alle domande di senso che la gente ci pone. E allora vi regalo una riflessione d’Avvento di un grande uomo e vescovo, don Tonino Bello dal quale trovo sempre ispirazione :
DIO E’ PARTITO DAL FUTURO
“Promuovere l’Avvento, allora, è operare per l’inedito, accogliere la diversità come gemma di un fiore nuovo, come primizia di un tempo nuovo. Cantare, accennandolo appena, il ritornello di una canzone che non è stata ancora scritta, ma che, si sa, rimarrà per sempre in testa all’hit parade della storia.
Mettere al centro delle attenzioni pastorali il povero, è Avvento. È Avvento, per una madre, amare il figlio handicappato più di ogni altro. È Avvento, per una coppia felice e con figli, mettere in forse la propria tranquillità avventurandosi in operazioni di “affidamento”.
È Avvento per un giovane, affidare il futuro alla non-copertura di un impegno sociale in terre lontane, all’ alea di un servizio umanitario che, se non è mai ricompensato sul piano economico, qualche volta non gratifica neppure su quello morale.
È Avvento, per una comunità, condividere l’esistenza dell’ immigrato e sfidare l’opinione del benpensante che si chiude davanti al diverso, per non permettere infiltrazioni inquinanti al suo patrimonio culturale e religioso.
Per Antonella, mia amica, è Avvento abbandonare le lusinghe della carriera sportiva e, dopo aver frequentato l’ISEF, farsi suora di clausura. Per Madre Teresa di Calcutta, Avvento è abbandonare la clausura e “farsi prossimo” sulle strade del mondo.
“Ecco come è avvenuta la nascita di Gesù” (Mt 1,18): per promuovere l’Avvento, Dio è partito dal Futuro.”
(Don Tonino Bello)
E tu amico e amica, che Avvento ti prepari a vivere?? Per me quest’anno l’Avvento 2010 vuol dire prepararmi ad un evento straordinario e storico che la gente Sudanese sta aspettando con grande trepidazione: il Referendum del 9 Gennaio 2011. La preparazione a questo Avvento di Gesù nella storia, per noi qui in Sud Sudan coincide con uno dei momenti storici per questo popolo dopo anni e secoli di oppressione e schiavitù, guerra e divisioni, speranze e futuro. Avvento è Speranza di un Tempo Nuovo. È Gesù che si incarna di nuovo nella Storia di un’umanità ferita e chiede vita nuova! E qui in questa terra che ha visto tante sofferenze, malattie, morti e schavitù non c’è più grande gioia dell’accogliere un Gesù Bambino, l’Emmanuele, il Dio con Noi, che porta la Buona Novella di Pace, Giustizia e Riconciliazione. Tante speranze, tante aspettative….forse più grandi di ciò che potranno partorire per la nazione. Ma è importante saper Sperare….Dio si è già incarnato!
E questa preghiera dà il senso di ciò che vi ho appena scritto: tanta aspettative e speranza. È scritta da uno dei nostri giovani di Mapuordit, James Adut Magak ed è davvero segno e simbolo di un futuro imminente…:

Mio Dio
Mio Dio , aiutaci ad avere un Referendum di Pace.
Vieni nei cuori del tuo popolo e riempili con il tuo Santo Spirito.
Nulla per te è impossibile.
Aiutaci ad avere un Referendum di Pace.
Abbiamo perso tanti figli nella guerra.
Abbiamo perso i nostri grandi eroi nella guerra.
Dacci il diritto al referendum.
Abbiamo perso l’educazione.
Aiutaci ad avere un Referendum di Pace.
San Daniele Comboni, aiutaci ad avere un referendum di Pace.
Se ci separeremo dal Nord del Sudan,
spero che non si debba
ritornare a vivere di nuovo nella foresta.
(James Adut Magak)

E il REFERENDUM VA……
E finalmente sono cominciate lunedi 15 Novembre alla mattina presto le registrazioni per gli aventi diritto al voto del 9 Gennaio 2011, data del referendum sull’autodeterminazione del Sud Sudan. I media del sud sudan riportano con grande entusiasmo e un clima di festa questo evento. A Juba e altre città, strade piene di gente e macchine dotate di altoparlanti che invitano la cittadinanza a iscriversi in massa alle liste. La commissione referendaria ha messo in piedi 2794 centri di iscrizione in tutto il paese, di cui 2629 al Sud, alcuni al Nord e gli altri paesi dove sono sparsi la maggior parte dei sud sudanesi: Kenya, Uganda, Etiopia, Egitto, USA, Australia, England, Canada ecc. Secondo stime delle Nazioni Unite il numero dei votanti si attesterebbe intorno ai cinque milioni. L’inizio della registrazione è stata più volte rimandata e ora continuerà fino all’ 8 Dicembre 2010. E i primi risultati danno oltre 1 milione e 300 mila iscritti nella prima settimana di registrazinoe. Davvero molto incoraggiante! E’ stata consentita dal raggiungimento di un accordo tra rappresentanti del governo di Khartoum e di Juba, sulle questioni pendenti relative alla demarcazione delle frontiere. “In caso di secessione del Sud – sottolinea una nota dell’UA (Unione Africana) – le parti convengono sulla creazione di un ‘soft border’ (frontiera permeabile) che consentirà lo svolgersi di tutte le attività sociali, economiche e commerciali essenziali per la prosperità e l’armonia tra i due paesi”. I vicepresidenti Salva Kiir Mayardit e Osman Taha hanno discusso con il capo della mediazione dell’UA e dell’ONU, Thabo Mbeki per trovare una soluzione ai nodi irrisolti degli Accordi di pace del 2005 (Cpa) di cui il referendum è parte integrante.
E tutti i vescovi cattolici sudanesi hanno voluto incontrarsi ancora una volta prima del referendum, stavolta a Rumbek, città storica del SPLA per la resistenza al Nord durante tutti gli anni di guerra. Stavolta insieme anche a cardinali e altri vescovi di altre conferenze episcopali di diverse parti dell’Africa che hanno voluto fare onore ed mostrare solidarietà con il popolo Sudanese in questo momento storico della loro vita. Hanno scritto un documento pubblico intitolato: “Un messaggio di speranza e guarigione” che vuole dare continuità a quello precedente del mese di Luglio dove affermavano tra l’altro: “Il Sudan non sarà mai più lo stesso!”
Il referendum per l’autodeterminazione del Sud Sudan e la posizione di Abyei, “erano stati concepiti per risolvere le cause di diversi decenni di violenze e conflitti. Invece, man mano che la scadenza si avvicina affiorano tensioni e una crescente incertezza” è la denuncia contenuta nelle prime righe del nuovo messaggio diffuso dalla Conferenza Episcopale Sudanese. “ Le truppe ammassate lungo i confini e i proclami insensati di alcuni politici non fanno altro che aumentare nella popolazione i timori di disordini….” proseguono i vescovi, invitando “……a guardare ben oltre la data del referendum”. Sottolineano che “sia che questo porti all’unità o alla secessione, il Sudan non sarà mai più lo stesso perché i suoi cittadini avranno esercitato il loro diritto ad una scelta libera e democratica”. Allo stato attuale “gli abitanti del Sud temono un’unità che opprime e limita, proibendo ogni forma di opposizione e imponendo una forzata uniformità”, mentre quelli del Nord “hanno paura di un’eventuale secessione delle regioni meridionali”. Il responso della consultazione “non deve essere visto come una minaccia da nessuna delle due parti, ma come un’opportunità. L’indipendenza non significa la fine delle relazioni tra Nord e Sud. La secessione è una divisione di terre, non di persone. Cooperazione, collaborazione dovranno continuare in uno spirito di buon vicinato” in cui reciproci benefici e compromessi “favoriscano entrambi sulle questioni relative al petrolio, le frontiere e la cittadinanza”. I vescovi concludono il loro appello sperando in una consultazione “libera e trasparente” i cui risultati siano accolti “con calma e responsabilità da parte di tutti” e con l’invito a risolvere in modo creativo le “legittime aspirazioni della popolazioni nel Sud Kordofan e nel Blue Nile entro la fine del periodo ad interim, previsto l’8 Luglio 2011”.

Sono grandi la speranza e le aspettative che aiutano la gente ad avere fiducia in un cambiamento che davvero sarebbe storico non solo per il Sudan ma anche per tutta l’Africa. Anche se ad oggi, a garanzia del rispetto degli accordi di pace che nel 2005 posero fine a una guerra civile ventennale, in Sudan sono dispiegati circa 10.000 peacekeeper dell’Onu. E l’ONU sta valutando con il governo di Khartoum e il governo semiautonomo di Juba se rafforzare il contingente dei “caschi blu”. Segno questo però non certo incoraggiante così come le mosse e dichiarazioni contradditorie del generale Omar al Bashir durante tutto questo tempo.
Il presidente sudanese Omar al-Bashir, è uno dei più “celebri politici africani”. Ribalta conquistata anche grazie a un primato mondiale: essere il primo Capo di Stato in carica a ricevere una condanna dalla Cpi del tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità, oltreché genocidio, commessi in Darfur. Nonostante la fedina penale insanguinata per gli eccidi nella regione occidentale del suo paese, al-Bashir non ha grossi problemi a viaggiare all’estero come invece dovrebbe. Se ce ne sono vengono risolti secondo canoni istituzionali. Lo si è visto in Kenya non molti mesi fa e qualche settimana fa fa un vertice dell’Igad, Autorità intergovernativa per lo sviluppo dei paesi del Corno d’Africa) sui confini sudanesi in vista del referendum. Il meeting è stato spostato da Nairobi ad Addis Abeba. Un cambio di programma reso necessario per non bissare le polemiche seguite alla visita di al-Bashir nella capitale kenyota, l’estate scorsa. In quell’occasione ventitrè organizzazioni per la difesa dei diritti umani protestarono per la trasferta del generale sudanese, definendola un insulto al rispetto delle leggi internazionali.
LE OMBRE CINESI
Principale partner commerciale del Sudan, dove in base all’articolo 149 del codice di procedura penale, lo stupro è equiparato all’adulterio, è un altro Stato che non va troppo per il sottile in quanto a diritti umani: la Cina. Il volume di scambi tra Pechino e Khartoum è pari a 6,39 miliardi di dollari. La Cina ha fiutato da tempo le potenzialità africane. Risultando molto più apprezzato degli ex-colonizzatori. In occasione della visita in Sudan del presidente cinese Hu Jintao, tre anni fa, Pechino ha firmato prestiti senza interessi al regime di Khartoum e ha cancellato contemporaneamente milioni di dollari di debito del Paese africano. Il know-how cinese è alla base dell’ammodernamento del Sudan, ben visibile nella capitale, che negli ultimi dieci anni ha cambiato i connotati dello sky-line.
L’occasione cinese è stata colta anche grazie alle punizioni occidentali. L’opportunità è stata cavalcata quando finanziamenti di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale sono saltati, per cause riconducibili al terrorismo internazionale. Ma oggi, nessuno pare avere la puzza sotto il naso, quando si tratta di fare affari col Sudan dell’incriminato al-Bashir. Il Brasile di Lula, per esempio, ha firmato accordi per 500 milioni di dollari nel settore agricolo. Persino chi ha dato addosso con veemenza al Generale, quando è scattato il mandato di cattura della Cpi, cambia tono. Mettendosi in fila, per una fetta della grande torta sudanese
Ma su questo Referendum ci sono molti attori che vogliono far pesare la loro opinione e decisione. È il caso di personaggi come Muhammar Gheddafi. Durante un recente vertice della Lega araba a Sirte, in Libia, il colonnello libico ha definito «pericoloso e contagioso» per il continente africano, un esito separatista del referendum sudanese. A turbare i sonni di Gheddafi, è il nuovo corso che Salva Kiir, presidente del Sud Sudan e vice-presidente del Sudan, intende far intraprendere al Sud Sudan. Qualche tempo fa ha rilasciato un’intervista che poi venne rettificata ma le prime dichiarazioni sono bastate immediatamente per lanciare accuse e discredito sulla possibile secessione. Salva Kiir avea dichiarato: «In caso di secessione dal resto del Sudan, non è escluso che possano nascere ottimi rapporti diplomatici con Israele e che nella nostra capitale, Juba, ci possa essere una loro ambasciata. Lo stato ebraico è considerato come un nemico solo dai paesi arabi e in particolare dai palestinesi mentre non è un nostro nemico. Se vinceranno i sì al referendum disegneremo una nuova politica estera del nostro nuovo stato». Probabilmente un Sud Sudan indipendente, si collocherebbe nella sfera di alleanze allargate strategiche della Nato. In cui rientrano altri paesi africani come Uganda, Kenya, Etiopia e Ruanda. Alleati chiave di Washington.
È continuerà ad essere un complicato intreccio geopolitico-militare, in cui gli interessi economici vengono prima di tutto. Però incombe ora l’incognita per la tenuta della pace, in caso di separazione tra nord e sud. Lo stesso al-Bashir si è contraddetto sulla questione, affermando da una parte di rispettare l’esito del referendum, dall’altra, che non intende accettare «nessuna altra opzione rispetto all’unità» del paese. Proprio per questo, è prevedibile che il nuovo corso di un Sud Sudan indipendente, non sia preso alla leggera da colossi come la China National Petroleum Company. Ovvero dalla Cina. Un tempo, prima che arrivassero gli asiatici, le concessioni per l’estrazione del petrolio a sud del Sudan le avevano altri. Per esempio la statunitense Chevron. Se in un prossimo futuro Salva Kir aprisse realmente a Israele chissà a chi potrebbero andare nuove concessioni.
OBIETTIVO: ORO NERO
E’quindi il petrolio uno dei principali propulsori che ha letteralmente fatto esplodere l’economia. Il Sudan ne ha molto. Il Sudan è il terzo produttore continentale, con una media di 470 mila barili al giorno e riserve per circa 6,3 miliardi di barili ma il 75 per cento di questa fortuna si concentra al sud mentre raffinerie e porti sono al nord. Il petrolio è uno dei massimi fattori di conflitto. Il sud accusa Khartoum di accaparrarsi la maggior parte degli introiti che invece spetterebbero alla parte meridionale del Paese, che ha nell’oro nero la sua principale garanzia di sopravvivenza. Solo nel 2008, il governo di Juba ha incassato 1,9 miliardi di dollari. Il nord, in questa partita, ha tutto da perdere. Non è un caso che non molto tempo fa il ministro dell’Economia sudanese, Ali Mahmood Abdel-Rasool, ha detto di pregare Allah che il Sudan del Sud non dichiari la secessione: “Perderemmo il 70 per cento delle nostre riserve petrolifere e il 50 per cento della rendita”.
Qualche settimana fa tanto dall’entourage della presidenza sudanese che di quella del Sudan meridionale sono arrivati riferimenti espliciti ad una possibile guerra: “Se scoppierà, sarà peggiore dell’ultima”, hanno dichiarato alcune persone vicine al presidente Omar al Bashir. E l’epicentro è Abiyei, un piccolo territorio a cavallo del confine dei due stati che il 9 gennaio voterà in un referendum particolare, per decidere oltre se alla secessione o unità anche a quale dei due Paesi aderire. Qui c’è molto petrolio e la posta in gioco è davvero alta. In più non è ancora chiaro chi avrà diritto al voto. Juba accusa Khartoum di insediare la popolazione nomade Massiryia musulmane per alterare gli equilibri etnici e assicurarsi un risultato favorevole per poter continuare a sfruttare gli enormi giacimenti di petrolio.
Ma anche la segretaria di Stato Americana, Hilary Clinton ha cercato di immedesimarsi nella parte dei Nord Sudanesi chiedendosi: “Cosa fareste voi se all’improvviso tracciassero una linea e perdeste il 70 per cento delle vostre rendite petrolifere?”. Il timore è che Al Bashir e il suo National Congress Party possano usare l’esercito. “Il problema è cosa succederà quando l’inevitabile accadrà”, ha spiegato nel suo intervento il Segretario di Stato. Perché molti si aspettano che l’esito del referendum sia già scontato: secessione.
E che l’opzione militare sia una strada obbligata lo cominciano a sospettare in molti. “Ci stiamo preparando per una tale evenienza”, ha confessato alla stampa Philip J. Crowley, uno degli uomini più vicini alla Clinton. Circa un mese fa, infatti, ha cominciato a circolare la notizia che il Sudan del Sud ha ricevuto i primi elicotteri militari ordinati alla Kavaz russa nel marzo 2007. Quattro Mi 17-V5 sarebbero arrivati a metà agosto in una base militare di Entebbe, Uganda. I primi di una commessa di 10 velivoli, per una spesa di 75 milioni di dollari. Ufficiali governativi hanno sempre dichiarato che sono elicotteri da trasporto e che non c’è nessuna intenzione bellicosa. Ma come ben sappiamo questi modelli possono essere facilmente modificati e dotati di mitragliatrici e caricati con bombe da 500 chili. Ed è poco per contenere il potenziale dell’aviazione nord sudanese, che conta su una decina di Antonov per lanciare bombe, una cinquantina di elicotteri d’attacco e una quarantina di mezzi “ibridi”.
E allora Washinghton ha dato il via ad un’operazione diplomatica formalmente mirata a contenere il conflitto se non a disinnescarlo. Nelle ultime settimane è stato aperto a Juba una sorta di consolato mentre è cresciuto il numero e il peso del personale diplomatico americano nella regione con l’arrivo di un console generale. Con una linea sempre aperta con l’Unione Africana. Dobbiamo ricordare che il 24 settembre al Sudan è stato dedicato un meeting storico alle Nazioni Unite al quale ha partecipato anche il presidente americano Barack Obama. Obama ha ribaduto che il Sudan del Sud resta una delle massime priorità da sempre della diplomazia Usa. Che guarda con sospetto alla crescita del peso di Teheran nell’area, uno dei migliori alleati di Omar Al Bashir. Anche questo solo in relazione al terrorismo? All’orizzonte per il Sudan come per altri paesi africani si apre un nuovo neocolonialismo peggiore del colonialismo del secolo scorso. Cinquant’anni dopo le dichiarazioni d’indipendenza, il continente africano vende la propria terra, i suoi tesori, proprio quelli per cui generazioni intere hanno lottato. L’acquisizione di terreni da parte di nazioni e società straniere sta preoccupando. Le cifre mondiali di questo accaparramento sono ancora imprecise, ma la Banca Mondiale indica grandi cessioni, secondo i dati ufficiali forniti da alcuni paesi: 3.9 milioni di ettari in Sudan e 1,2 milioni di ettari in Etiopia tra il 2004 ed il 2009. Le nazioni o le loro società, private o pubbliche e i fondi sovrani (veicoli di investimento pubblici controllati direttamente dai governi dei relativi paesi) che dicono di voler garantire i loro approvvigionamenti per beni alimentari ed agro alimentari, e non dipendere più dai mercati imperiali, troppo instabili.
I tassi di rendimento agricolo annuale sono molto alti in Africa (+ 400%). Si ritrovano, in questo nuovo smembramento dell’Africa, i grandi attori di sempre dell’industria agroalimentare che hanno messo le mani sulle piantagioni prima della loro statalizzazione: la svedese Black Earth Farming, l’inglese Lonrho in Angola o nel conglomerato sudafricano, Agri Sa che governa su 10 milioni di ettari nella Rdc, ma anche in modo sorprendente alcuni industriali come Hyundai e Daewoo, giganti della finanza internazionale. E così via. Ma questo ve lo spiego la prossima volta.

Preghiera per la Pace

Santa Giuseppina Bakhita, figlia del Sudan,
invochiamo la tua potenza perché tu venga
nelle nostre famiglie del Sud Sudan.
Per favore, aiutaci a costruire la pace tra di noi.
Che tutti possano fare qualcosa per la nostra libertà nel Sud Sudan.
Dacci il vero amore che ci porti alla non-violenza al momento del Referendum.
Padre dell’Africa, san Daniele Comboni,
“tu sei la sorgente della pace in Sudan”.
Possa il tuo spirito continuare a proteggerci dal male
che ci tiene lontani dalla pace in Sudan.
Dacci la saggezza e il coraggio di scegliere il nostro futuro per il Nuovo Sudan.
Signore Gesù, che hai detto “Vi lascio la pace”,
possa tu darci la pace al momento del Referendum,
anche con l’aiuto dei fratelli e sorelle della comunità internazionale,
come mediatori di pace.
Dai a loro la conoscenza e la saggezza
di rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono la pace in Sudan.
Per questo ti prego. (Peter Mangar)

UN ANNO CON I GIOVANI…..
E’ stato un anno giovane e per i giovani…ma anche oltre. Arrivato qui a Mapuordit a fine settembre 2009 mi sono messo subito a studiare la lingua dinka. Volevo impararla bene per poter condividere in pienezza la vita della gente e dei giovani della missione che è molto ampia geograficamente. I giovani qui sono tantissimi. La stragrande maggioranza. Ed è normale in quanto 21 anni di guerra con 2 milioni e mezzo di morti hanno poi lasciato molti bambini orfani e anche usati come bambini soldato dal SPLA, cioè l’esercito di resistenza dei ribelli che oggi è al governo con il loro braccio politico.
Quindi il Sud Sudan è giovane quanto tutto il continente Africano! La popolazione del Sud Sudan però fa ancora più eccezione proprio perché vittima della guerra dove molti uomini e giovani sono stati uccisi ma anche molte donne e bambini oltre che uccisi dalla guerra ma anche dalla fame, malattie e infiniti stenti. Ci sono poche persone che superano i 50 anni. E quindi il Sud Sudan è giovanissimo. Ed è per questo che subito mi sono interessato a questa realtà così presente a Mapuordit anche a per la scuola primaria che quella secondaria. Per molti mesi all’anno il villaggio di Mapuordit cambia volto proprio grazie ai bambini, ragazzi e giovani che vengono anche da lontano per poter ottenere il loro diritto all’educazione. E questo passaggio è importante per i giovani aparak (appunto giovani in dinka) che molto spesso vivono nei cattle-camps (campi del bestiame) e si spostano ogni giorno per cercare pascoli e acqua. Molti di loro hanno tanti fucili e anche automatici. Per difendere il loro bestiame, dicono loro, ma anche per attaccare altri cattle-camps di altri clans o etnie come i Nuer.
Così l’educazione diventa chiave di cambiamento e di miglioramento di vita. Vivere nei cattle-camps è davvero vita durissima. Preservare e proteggere le tradizioni e i costumi è importante ma deve passare anche attraverso un miglioramento delle condizioni di vita della gente e del loro futuro. Così tutti i giovani che oggi sono nelle scuole sono passati dalla vita e cultura dei cattle-camp in mezzo a bestiame, intemperie, vita all’aperto e salutare ma anche difficile perché ci si sposta continuamente e diventa anche violenta sia per attacchi di altri giovani ma anche per ciò che diventa punto di riferimento assoluto di ogni giovane dinka: le vacche. È sinonimo di orgoglio, potere e ricchezza. Con queste si possono concordare matrimoni per comprare le proprie mogli (i dinka sono poligami) e avere più mogli significa di ricchezza e orgoglio.
Non avendo la responsabilità ultima della parrochia, sin dall’inizio della mia presenza qui ho cercato di coinvolgere i giovani. Tutti i giovani. Quelli che già frequentavano la parrochia e quelli che rimanevano al mercato o di altri villaggi vicini. Con loro abbiamo fatto un bel percorso di formazione e di vita. Sono contento oggi di ciò che abbiamo fatto insieme. Ho constatato ancora una volta che se c’è la disponibilità e la presenza fisica e di passione dello stare con e per loro, i giovani rispondo con tanta fiducia e voglia di collaborare. Qui il gruppo giovani era al lumicino e poche persone. Mi sono guardato intorno e vedevo che i giovani quando non erano a scuola andavano al mercato e nei piccole baracche/bar per bere o giocare. Non avevano un punto di riferimento unico per poter interagire tra loro e fare attività formative per la loro crescita umana e spirituale.
Noi avevamo un centro pastorale dove avevamo una quindicina di capanne ormai in disuso e cadenti. Era situato vicino alla chiesa e anche al mercato. Proprio a metà. Ma veniva utilizzato molto poco durante l’anno. La recinzione in bamboo era cadente e piena di buchi. Così capre, pecore, vacche ci entravano a mangiare l’erba che cresceva e tanta gente ci passava per andare da un posto ad un altro attraverso i buchi della recinzione. I bagni e le toilettes erano crollate e quindi non avevamo nemmeno la possiblità di invitare gruppi o di avere il minimo di igiene per eventuali attività.
Così a gennaio proposi ai giovani un sogno. E condividendolo e ascoltando anche i loro contributi e idee sentivo che diventava già realtà. E subito con circa una cinquantina di giovani e ragazzi per qualche giorno abbiamo abbattuto diverse di queste capanne in disuso e il sogno di aver un centro giovanile era partito.
Oggi alla fine dell’anno il sogno è diventato una realtà. L’aiuto economico di molti di voi e delle vostre preghiere e amicizia insieme alla nostra passione e costanza hanno permesso di avere un luogo oggi dove tutti possono venire. Non solo i cattolici logicamente. Ma tutti. E non solo i giovani ma anche adulti, anziani, donne e bambini. Il sogno non è ancora terminato. Vogliamo finire il dormitorio e anche costruire degli uffici per i giovani, le donne, il comitato di giustizia e pace, dei catechisti dove possono ritrovarsi i membri dei vari comitati e poter programamre insieme per migliorare insieme. Se volete unirvi a noi benvenuti!
Oggi ci sono un campo di pallavolo e uno di basket e calcetto in cemento, una hall per gli incontri, diverse toilettes e bagni, una grande pedana in cemento per feste, messe, teatro, video, meetings e tanto altro. Abbiamo in programma di finire il dormitorio con la capacità di 40 persone. Vogliamo invitare altri giovani, catechisti, catecumeni, ragazzi e gente da fuori dalle nostre cappelle esterne per poter stare qualche tempo con la gente di Mapuordit. Diventa un centro di formazione alla vita, alla spiritualità, alla crescita umana, sportiva e culturale. Insomma un centro di cambiamento positivo.
Tutti oggi sono contenti. Non solo i giovani ma anche i loro genitori, le autorita locali, noi missionari, i bambini, le donne. Quest’anno abbiamo fatto tantissime attività ,mentre il centro cresceva.
Dai mondiali di calcio sudafricani visti insieme alla tv ma anche vissuti come comunità intera di Mapuordit. Di questi avete già letto in un paio di articoli che vi ho già mandato. E i mondiali della conoscenza che mi hanno meravigliato per il desiderio e voglia di conoscere altri paesi, culture e tradizioni. E anche sorpreso per la preparazione di molti degli studenti che hanno partecipato con grande passione e competenza. Abbiamo organizzato educazione civica per le elezioni di Aprile e per il referendum di gennaio 2011 con la partecipazione attiva di tutto il villaggio.
In questi giorni alla sera stiamo vivendo la settimana biblica attraverso dei bei video biblici usciti recentemente. Personaggi biblici come Mosè, Davide, Salomone, Geremia, Maria, Gesù e tanti altri ci accomapagnano a scoprire il tesoro che la Bibbia è per ognuno di noi. Il loro esempio e le loro storie ci dicono come sia importante sentirsi parte di un piano più grande. È un invito ancor più grande a prendere in mano il Libro che ci dona Vita Nuova e non solo guardare i video pur interessanti e belli che siano. Ogni sera al tramonto ci si ritrova al centro giovanile e pastorale e insieme a 200-300 persone vediamo insieme queste storie di amore e passione per la loro vocazione e missione. Sono momenti d’insegnamento visivo e di provocazione al cambiamento.
Con i giovani e con tanti altri amici abbiamo organizzato la MAPUORDIT MARATHON 9 Novembre 2011 con lo slogan: SUDAN WILL NEVER BE THE SAME AGAIN! Tradotto viene: IL SUDAN NON SARA’ MAI PIU’ LO STESSO! È uno slogan della lettera pastorale dei vescovi cattolici sudanesi che è entrato nelle nostre menti e storie. E veramente il Sudan non sarà mai più lo stesso. Come non sarà più lo stesso anche la Chiesa del Sudan. Ci saranno grandi cambiamenti che influenzeranno non solo lo stato del Sud Sudan ma anche noi stessi. E dobbiamo prepararci tutti. Così abbiamo voluto correre per la libertà e perchè il referendum del gennaio 2011 sia di pace e propizio per un anno pieno di benedizioni e non di arretramento verso una guerra o divisioni varie. Il 9 novembre 2010 abbiamo corso in circa un migliaio. Un momento di grande festa davvero con tanti giovani, ragazzi, donne e anziani che non correvano ma camminavano. Poi tutti ricevevano una maglietta con lo slogan scritto a caratteri cubitali. Dopo la maratona il numero della gente era duplicato circa 2 o 3000 persone. Come ai tempi di Korogocho quando organizzavo anche là alcune maratone con temi diversi. Anche qui la distribuzione delle magliette è stata un’avventura davvero difficile. Ma come sempre poi se ne esce sempre perché poi non solo quelli che avevano corso volevano la maglietta ma anche chi era arrivato soltanto per guardare. Ed erano davvero molti di più delle magliette che potevamo dare cioè 1500. Con l’aiuto degli amici di Libera, l’associazione contro le mafie degli amici don Luigi Ciotti e di Gabriellla Stramaccioni e di CIA, Comitato Italiano Agricotton siamo riusciti ad organizzare questo evento che è diventato storico anche nel nostro villaggio. Non vi dico che gioia nei giorni successivi e quanta gente e delegazioni ufficiali delle autorità a fare i complimenti e congratulazioni per l’evento che anche la BBC ha annunciato in tutto il mondo. Pensate che un sudanese dall’Australia ha telefonato ad uno di Mapuordit per sapere cosa stava accadendo. Mapuordit era andata sui media locali e internazionali. Almeno per qualcosa di positivo. Lo speriamo anche per molte altre cose belle per questo Sud Sudan che ha bisogno di opportunità per poter uscire dall’isolamento e povertà per un futuro migliore.
Ad ottobre abbiamo organizzato anche il Comboni Day Festival. Un festa davvero bella e sentita. Un migliaio di persone sono venute a partecipare a questa festa annuale per Comboni. Qui in Sudan il nostro fondatore Daniele Comboni è venerato in maniera speciale. Non ho mai visto da nessuna parte celebrazioni come qui in Sudan. D’altronte lo ritengono il loro Padre nella Fede e quindi continuano a ricordarlo nel loro cammino di fede e di vita. Quest’anno abbiamo organizzato il festival con tanto di giudici ufficiali. Il filo conduttore era lo slogan e motto di Daniele Comboni: SALVARE L’AFRICA CON L’AFRICA! Ma abbiamo aggiunto: SALVARE IL SUDAN CON I SUDANES! Quasi 40 persone e gruppi si sono iscritti al festival provenienti anche dalle varie cappelle esterne alla parrocchia. Diverse categorie: preghiere e poemi, danze, canzoni e inni, commedie. Tutte dovevano ispirarsi a questo slogan importante per Comboni ma soprattutto per i Sudanesi. E molti hanno creativamente prodotto stupende performance sia nella danza, nei canti e nelle preghiere e poemi. Queste tre che ho messo in questa mia lettera agli amici sono solo alcune dei contributi creati dai nostri giovani che stanno scoprendo i loro talenti. Il poema vincente è stata questa. È di una ragazza di una cappella esterna che esprimeva la sua passione e desiderio di vedere un Sudan diverso ma anche quello di avere un Referendum di Pace:
GRIDO PER IL MIO AMATO PAESE

Miei fratelli e sorelle
Oh, miei cari uomini e donne del Sud
Mia cara nazione
Che lunga, lunga lotta
da moltissimo tempo
la battaglia per la pace
la battaglia per la libertà
La battaglia per l’auto-determinazione
Si, davvero una battaglia difficile
Manca solamente un passo
un passo per terminare la battaglia
l’ultima decisione da prendere
Oh, Referendum…
Oh, Referendum

Il giorno indimenticabile
Il giorno in cui cantare canzoni melodiose
Il giorno in cui si potrà dire:
E’ finita! è finita!
tutto è finito!

Referendum per la pace
referendum per la prosperità
Referendum! Referendum!!!
Io piango di gioia per questo pacifico referendum
Referendum per un futuro migliore
Nostro amato paese
Noi combattiamo per te
Nostro amato paese
Nostra madre terra
tu sei nera
e noi siamo neri
Dio sa cosa ha seminato per noi!!!
Grazie Signore

(Mary Agam Barnabas)

Abbiamo usato come sempre lo sport come veicolo per diffondere valori importanti quali la pace, la lealtà, il rispetto reciproco e la nonviolenza. Regole e valori molto importanti che a detta di tutti stanno entrando nei giovani durante questo anno perché le competizioni sportive che un tempo finivano a cazzotti e con violenza verbale e fisica oggi vengono portate a termine con regolarità e ordine. Non è facile educare ma è possibile. E i risultati che abbiamo visto con i leaders dei giovani sono davvero incoraggianti. Qui il vincere è tutto: è prestigio, orgoglio, potere. E scalfire questa cultura che proviene da molto lontano nel tempo non è facile. Ma ci stiamo provando! L’inaugurazione del centro giovanile in ottobre ci ha dato buoni risultati: giovani di diversi clans dinka e di altri villaggi che giocavano insieme senza violenza e diverbi. Così abbiamo ufficialmente aperto il centro giovanile per lo sport e altre attività: un torneo di basket, di pallavolo e di calcetto a 6 squadre rappresentanti sei realtà diverse dell’intero territorio parrocchiale.
E domenica scorsa abbiamo organizzato l’Ayaang Peace Day. E cos’è direte voi? L’Ayaang Peace Day (Giorno del Wrestling per la Pace) deriva le sue origini dalle tradizioni dei dinka. Nei cattle camps i giovani tra le tante attività di iniziazione vengono istruiti alla lotta libera, cioè al wrestling. Sono prove di forza e di coraggio che i bambini e i giovani devono affrontare per diventare uomini. Tutti vengono iniziati a questo sport che diventa passione per tutti dai giovani, agli adulti e alle donne. Tutti partecipano e diventa una festa. Le donne, i bambini e i giovani hanno danzato alla grande. I giovani si confrontano alla lotta libera, al wrestling dimostrando la loro forza e capacità a combattere e a non aver paura di nessuno. Così abbiamo voluto trasformare questa attività così coinvolgente per tutti i dinka in una festa per la pace. Chi si combatte deve rispettare regole molto rigide ed è vietato barare. I due giovani si battono con solo l’uso delle mani e delle gambe. Vince chi riesce a buttar giù l’altro contendente e immobilizzarlo a terra. Quello che mi appassiona a vedere questi eventi è la forza e passione che ci mettono tutti dalle donne ai bambini, ai vecchi e ai giovani. Tutti partecipano alla festa. Così questo momento puà diventare ancor di più motivo di unione e di pace condivisa e non di violenza a se stante. Non lo facciamo per mostrare violenza ma per unire le persone e cercare di incanalare le energie umane di moltissimi giovani in attività positive per la comunità. A non far violenza e picchiare, uccidere ma rispettare e conoscere meglio l’altro. Un lungo cammino lo sappiamo ma vale la pena tentare ogni strada! E così domenica scorsa circa 5,000 persone venute a piedi anche da lontano sono venuti e sono stati tutti protagonisti! Non come combattenti ma come partecipanti ad una grande festa.
E poi a metà dicembre ci sarà il congresso dei giovani ad Yirol, una cittadina ad una ottantina di km da qui. Almeno un migliaio di giovani da tutta la diocesi di Rumbek verrano a questo meeting. Strade davvero distrutte e centinaia di kilometri non saranno nulla per questo migliaia di giovani per poter stare insieme per 3 giorni. Il tema sarà CAMMINARE CON GESU’ VERSO LA PACE, GIUSTIZIA E RICONCILIAZIONE. Discorsi, attività varie, liturgie, canti e balli, sport e tanto altro faranno da contorno a questi momenti importanti di convivialità di giovani dinka che provengono da diverse parti. È un preparativo anche ad un referendum di pace, lavorando su ciò che sono le nostre coscienze e le nostre potenzialità come persone, come giovani che hanno in mano il futuro e anche le sorti del proprio paese. Questi sono già oggi il presente ma anche e soprattutto il futuro del loro paese che si sta preparando a fare un salto difficile. Probabilmente non siamo preparati a farlo ma il momento storico è questo e non tornerà mai più. Hanno già fatto diversi passi verso un autonomia. Ora devono essere determinati a cercare un’unità tra le varie etnie presenti nel Sud del paese. E qui c’entrano tutti! Nessuno escluso, compreso le Chiese Sudanesi e noi missionari!
IN PELLEGRINAGGIO CON SAN DANIELE COMBONI!
A fine dicembre 2010, per circa tre giorni saremo impegnati per un’attività speciale. Sarà l’ultima attività che farò insieme ai giovani di Mapuordit e a quelli della cittadina di Yirol dove abbiamo un’altra nostra missione comboniana intitolata alla Santa Croce di Cristo. E’ la missione comboniana più vicino al luogo della prima missione in assoluto di San Daniele Comboni: Shambe Holy Cross, cioè della Santa Croce. Comboni aveva solo 26 anni: tanto entusiasmo, avventura e passione per la missione. Era arrivato qui con un gruppo di altri 5 missionari dell’Istituto Mazza di cui faceva parte. Tante peripezie per un viaggio lunghissimo di mesi e tanti sacrifici. La realtà non era diversissima da ciò che oggi ci presenta il paesaggio e le peripezie per arrivarci. Dal libro di Romanato:
“La vita gli avrebbe insegnato che Dio non spiana la strada a nessuno, neppure ai missionari. Ma Daniele Comboni era preparato a tutto, anche al silenzio di Dio, se manda in Europa questo messaggio, un mese soltanto dopo essere giunto a Santa Croce: “La nostra vita, la vita del missionario, è un misto di dolore e godimenti, di affanni e speranze, di patimenti e conforti: si lavora con le mani e colla testa, si viaggia coi piedi e colle piroghe; si studia, si suda, si soffre, si gode: ecco quello che da noi vuole la Provvidenza”. In seguito dovrà amaramente constatare che le sofferenze erano infinitamente maggiori dei godimenti…….”da (Gianpaolo Romanato, L’Africa Nera fra cristianesimo e Islam. L’esperienza di Daniele Comboni. Ed Corbaccio, 2003, pg. 230-231)
A Shambe Holy Cross ci rimase circa un anno e poi si ammalò quasi in punto di morte. Così venne rispedito in Italia. Ma prima di questo visse l’esperienza della morte dei suoi compagni di viaggio e di missione. Ad uno ad uno morirono tutti. E lui giovanissimo ed inesperto della missione giurò ai compagni morenti che sarebbe tornato ad onorarli e servire Gesù in questa terra desolata e difficile. Da quel momento in poi il suo cuore e vita fu tutta per l’Africa e per l’infelice Nigrizia, termine con il quale nell’Ottocento venivano chiamati i popoli africani. Ritornò in Italia e anche lì visse un tempo difficile perché anche il fondatore dell’Istituto, Nicola Mazza, morì. E così per continuare il suo sogno di Salvare l’Africa con l’Africa dovette fondare il suo istituto.
Così proprio in questo particolare tempo in cui ci prepariamo allo storico Referendum del 2011, con i giovani abbiamo pensato di organizzare un pellegrinaggio a piedi da Mapuordit fino a Shame Holy Cross. Circa 150 km attraverso la foresta, paludi e luoghi assolati passando da Yirol, un cittadina a circa 80 km da Mapuordit. Ma le notizie che provengono da quelle parti non sono così incoraggianti per la sicurezza in quanto ci sono razzie di bestiame tra Nuer e Dinka e molte armi che vengono usate quotidianamente. Ma probabilmente ci andremo in camion sia da Mapuordit che Yirol per testimoniare e chiedere a san Comboni e a San Josephine Bakhita, la prima santa africana e sudanese schiava liberata, di intercedere per la Pace in Sudan. Una protezione speciale per questo momento storico che anche loro hanno preparato perché davvero vinca la Vita e non la morte! Perché la Nigrizia possa avere la propria libertà, dignità e speranza per un futuro diverso e possibile!
Ci andremo in un centinaio a questo pellegrinaggio e con Mons. Cesare Mazzolari, vescovo di Rumbek, celebreremo una eucaristia speciale sotto una grande croce che è stata collocata per ricordare la prima missione di Comboni proprio in territorio Dinka. La Croce che salva! Che la volontà e desiderio umano sia sostenuto dalla spinta divina dei nostri antenati nella fede qui in Sudan. E non solo Comboni e Bakhita.
E in cuor mio, desidero offrire questo pellegrinaggio certamente per la Pace e un Futuro di Speranza per il Sudan. Aascoltando le grida e le preghiere della gente che ha sofferto e patito molto ma che anela alla liberazione. Ma lo voglio offrire anche in maniera speciale per un nuovo ministero che mi si prospetta all’orizzonte della mia vita. Leggerete più avanti di cosa si tratta! Proprio in quei giorni compirò i miei “primi 50 anni”! Quindi a maggior ragione un tempo da “celebrare in maniera unica sulle orme di Comboni”, un uomo che ha dato tutto se stesso per la Nigrizia. E lui lo ha fatto in 50 anni di vita! E mi fa piacere proprio andare alle origini della sua vocazione, missione e amore per l’Africa e il Sudan. Che mi dia la sua forza, passione e audacia per servire meglio la sua gente che ha amato fino alla morte. E lui stesso scriveva queste parole:
“Perciò il missionario dell’Africa deve essere un uomo disposto a lavorare in assenza di ogni conforto umano, “deve contentarsi di spargere con infiniti sudori, in mezzo a mille privazioni e pericoli, una semente che solo darà qualche frutto ai missionari successori.” Egli colloca una pietra “che forse non verrà mai alla luce, che entra a far parte del fondamento di un nuovo e colossale edificio, che soltanto i posteri vedranno spuntare dal suolo ed elevarsi sulle rovine del feticisimo”. Spoglio di tutto, “lavora unicamente pel Suo Dio, per le anime le più abbandonate della terra, per l’eternità”…..Comboni insiste molto sul fatto che in Africa occorre non la forma, ma la sostanza della carità cristiana; la disponibilità ad adattare continuamente i principi e a rienterpretarli autonomamente; la capacità di non smarrirsi in mancanza di sostegni costituiti dalla tradizione cristiana europea; la forza di essere se stessi in una condizione di totale solitudine.” da (Gianpaolo Romanato, L’Africa Nera fra cristianesimo e Islam. L’esperienza di Daniele Comboni. Ed Corbaccio, 2003, pg. 263)
A KOROGOCHO: RITORNARE A CASA…..!
Erano due anni che ero andato via da Koch. E il ritornarci seppur per qualche giorno e per una bellissima domenica di ottobre mi ha riempito il cuore, gli occhi e la mente di ricordi e di gratitudine al Signore e alla Sua gente di Koch.
Padre Paolo era in vacanza in Italia, padre Stefano era molto busy in vari meetings e attività varie, padre John era in giro e così ci siamo visti poco…ma proprio questo mi ha permesso di stare e ascoltare di più la gente dell’amata Korogocho. A metà settembre, sono andato a Nairobi per il mio ritiro spirituale e così ho avuto questa grande opportunità. Sono rimasto là un paio di giorni e siccome dovevo anche preparare molte cose per la missione di Mapuordit, ci sono ritornato la domenica per celebrare due messe con la gente. È stato davvero un momento bellissimo! Poter celebrare di nuovo la Misa ya Synodi, la messa del sinodo, cioè un rito particolare che celebriamo per il momento soltanto a Korogocho ma che è davvero coinvolgente e molto espressivo delle potenzialità che tutta la comunità cristiana può esprimere durante la liturgia eucaristica. L’ho vissuta per molti anni questa celebrazione di vita e di speranza insieme con la gente, sia nei comuni momenti di dolore e di sofferenza che in quelli di gioia e di festa. Ora in Sudan celebro la messa ma ancora siamo lontano da un vero coinvolgimento dell’assemblea con i loro ministeri e convinti che si può celebrare nella gioia.
È stato davvero fare Memoriale di volti, lotte e storie che mi erano di fronte ma anche per coloro che ci hanno già lasciato qui sulla terra ma che continuano a vivere con noi: Moses Kiuna, Gino, Morris Onyango, Sila, George e tanti altri. Sin dal momento che sono entrato a Korogocho a piedi ho stretto tantissime mani in segno di saluto e amicizia. Mi sono sentito davvero come un figlio che torna a casa propria dopo un lungo periodo che è lontano. Grazie popolo di Korogocho! Sei stato e sarai sempre nel mio cuore perché la Vita ha vinto davvero pur in mezzo a tanta miseria e povertà. E continua a farlo con tutti voi che continuate a crederci. Ho ascoltato molto in quei giorni. Tante storie e problemi, tante speranze e soddisfazioni. Si è fatto un po’ di amarcord ma ho sempre voluto guardare avanti. Sempre! Vivere intensamente il presente, radicandosi nel passato ma leggeri per raggiungere il futuro!
Ho la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza straordinaria in tutti gli anni che ho vissuto a Korogocho. Pur nelle difficoltà e insicurezza fisica il Signore mi ha sempre donato la Forza e il Coraggio di andare avanti nonostante delusioni e difficoltà. E chi è stato messaggio e volto di Dio in quel tempo per me sono stati i poveri, i malati, i bambini di strada, le prostitute, gli alcolisti e tutta la comunità cristiana. Ogni giorno avevo la parola di uno di loro che diventava Parola di Vita e pane spezzato per il cammino. E così il Signore entrava nel mio e nel loro cuore: ci convertiva. Ora a Mapuordit ripensando a ciò che ho vissuto a Korogocho, mi sento di essere stato un grande privilegiato nell’aver potuto vivere questa missione di frontiera verso gli ultimi e abbandonati. È scuola di vita che ancora di più oggi mi aiuta a vivere in profondità questa missione ad gentes, prima evangelizzazione in mezzo ai dinka, pastoralisti.
È stato un ritrovarsi in famiglia. Tanti volti, tanti sorrisi, abbracci, strette di mano e amicizia. Ho parlato loro del Sudan e delle sue difficoltà ma anche delle sue speranze. E sono stati in ascolto profondo e rispettoso. Pregano per me e per il popolo sudanese. Mi ha fatto piacere che mi abbiano aiutato a sentirmi di nuovo a casa. Quando ero partito sapevo che erano gioiosi per ciò che avevo condiviso con loro ma tristi perché lasciavo Korogocho. E me lo hanno ripetuto ancora molte volte. Ma hanno capito! Sanno dove sono ora e che la vita del missionario è quello di andare, vivere, condividere e lasciare! Sono contenti che io sia ancora in Africa e in un luogo difficile, nella terra e sulle orme di Daniele Comboni. Sanno che è un tempo duro quello che abbiamo e che vivremo prossimamente. Ma loro ci sono…..in solidarietà e profonda amicizia. Le giornate sono volate e quel paio di giorni non sono stati sufficienti per ritrovare tanta gente che conoscevo e che desideravo rivedere dopo 11 anni di vita a Nairobi. Grazie ancora Popolo di Korogocho! Ti porterò per sempre nel mio cuore e nelle mie preghiere! Spero di ritrovarvi nel cammino di vita ogni tanto…..Mungu awabariki wote!
E ORA IL SIGNORE MI CHIEDE UN PASSO IN PIU’
In questi ultimi tempi stavo rileggendo qualche scritto che avevo buttato giù appena arrivato qui. Dalla mia partenza dall’Italia al mio arrivo poi a Mapuordit. E mi ha sorpreso come certe parole e riflessioni scritte un anno fa siano ancora tanto attuali come in questo momento della mia vita. Vi scrivevo infatti così nella mia prima lettera da qui:
………“SIGNORE! COSA VUOI CHE IO FACCIA…..?? E’ la domanda che mi sto facendo molto spesso nella mia preghiera e nella mia meditazione da quando sono arrivato in questa terra promessa. È la famosa domanda che s. Francesco aveva fatto al Signore nel momento della sua conversione. Io umilmente la faccio per capire e saper discernere ciò che in questo tempo il Signore vuole da me! Ricordo che era anche la preghiera e l’invocazione che facevo ogni mattina al Signore soprattutto nei primi tempi della mia presenza a Korogocho. Questo particolare tempo lo sento molto pregnante di potenzialità e mistero che mi entusiasma e che allo stesso tempo intimidisce perché l’ignoto a volte lo si teme. Ma il Signore ci dice sempre: Non Temere! Ed è una delle cose più vere e reali che ho sperimentato diverse volte nella mia vita. Quindi con speranza e fiducia!
Non perché credo che il Signore mi dica ora che la cosa più importante per la mia vita sia il fare ma come riuscire a condividere in pienezza la mia vita, a entrare dentro nei cuori della gente, ad essere semplicemente testimone dell’Amore del Cristo, perché poi come missionari non veniamo qui in Africa ad annunciare noi stessi anzi…..! Chiedo umilmente al Signore di continuare a convertirmi alla Sua Presenza che già esiste qui in mezzo a questa gente con tutti i loro pregi e difetti. L’essere capace di cogliere lo Spirito della Vita che già lavora nascostamente nelle persone che già vivono qui ed imparare la Vita. E certamente anche nell’operare, nell’essere guidato nello scegliere che tipo di presenza essere come uomo e missionario che passa anche attraverso il fare ma ha la sua ragione nell’essere me stesso al servizio del Regno di Dio……. E’ logico che chiedo le vostre preghiere perché ne ho bisogno non soltanto per questo primo periodo di missione ma per sentire sempre questa rete di solidarietà divina che ci unisce al di là della lontanza……”
…… Non sapere comunque quale sarà il passaggio successivo della tua vita ti apre a una libertà e disponibilità interiori grande. Sicuramente il Signore ha un grande piano misterioso per me e per questa gente. Anche qui in questo luogo che sembra “deserto” di persone ma che racchiude la vita in abbondanza. Lo scoprirò camminando. Amath, amath, pole, pole, piano, piano!! “

E ora sono qui a scriverti che il Signore e i miei confratelli mi stanno chiedendo di fare un altro passo importante per la mia vita. Amath Amath, Pole Pole! Ho cercato di resistere sin dal gennaio scorso nell’assemblea provinciale dove qualcuno faceva il mio nome per un’eventuale elezione a provinciale comboniano del sud sudan. Avevo espresso la mia inadeguatezza ad assumere quel ministero per molti motivi e anche perchè appena arrivato qui. Io volevo continuare la mia vita pastorale con la gente e sostenevo anche un mio confratello sudanese, Louis Okot. Pensavo che fossi stato chiaro e deciso. E invece a luglio lo spoglio dei voti di sondaggio mi mettevano già in prima linea. Di nuovo volevo resistere e ritirarmi e lo avrei fatto nonostante i molti emails di sostegno e amicizia ricevuti in cui mi chiedevano di non ritirarmi. Con Louis, l’altro candidato ci siamo scritti diverse volte perché con lui esiste prima di tutto un’amicizia, non solo il fatto che è un confratello comboniano. Abbiamo studiato insieme a nairobi per diversi anni e fatto insieme la mia prima esperienza tra i sud sudanesi, a Kakuma per tre mesi in uno dei più grandi campi di rifugiati in Kenya durante la guerra. Un’esperienza che mi ha segnato molto e che rimane come fondamento per la mia vita di uomo e di sacerdote missionario.
Anche Louis voleva ritirarsi. Me lo aveva scritto fraternamente e così ci siamo presi una settimana di riflessione e preghiera per pensarci su e chiedere consiglio a Qualcun altro. Dopo la settimana pensavo ancora che sarebbe stato bene lasciare ma quando Louis mi scrisse mi chiese di non rinunciare perché lo avrebbe fatto pure lui. Mi chiedeva di rimanere in lista e di lasciare che i confratrelli e la volontà del Signore si manifestasse liberamente. Non è stato facile accettare questo rischio….ma ero ancora convinto che Louis sarebbe stato il nostro provinciale. E invece…..alla fine di ottobre il risultato era il contrario. Cioè che io sarei stato il provinciale del sud sudan. Mannaggia mi sono detto! All’inizio non ci credevo ma poi mi sono reso conto che era una realtà. Ho pregato e chiesto al Signore di darmi Luce, saggezza, pazienza e umiltà necessarie per essere suo servo nel modo giusto e come Lui vuole. So che non è e non sarà una cosa facile e molte croci sono già all’orizzonte. Ma questa è la terra del Comboni e la storia dell’oggi di questo popolo richiede davvero grande forza e coraggio.
Quello che più mi rammarica è il fatto di non poter essere a stretto contatto e quotidiano con la gente e i poveri. Andare a Juba, alla capitale, dove abbiamo la nostra casa provinciale e visitare i nostri confratelli nelle loro missioni qui in Sud Sudan e cercare di essere segno di comunione e di incoraggiamento, di visione di una missione sempre vicina alla gente e allo stesso tempo guardare quelli che sono i segni dei tempi di un Sudan che cambia. E che cambierà grandemente! Ma cercherò di vivere questo nuovo ministero nel mio stile senza dimenticare la gente e amando i poveri che mi hanno sempre aiutato a crescere e incoraggiato nei momenti difficili! Lui è sempre presente …e anche là mi indicherà la strada giusta! Una cosa sento forte! Chiedo al Signore di ritornare in una baraccopoli africana prima o poi magari dopo questo tempo di servizio come coordinatore dei mie confratelli Comboniani del Sud Sudan. La missione urbana tra gli slums e baracche africane la sento nel cuore e nel sangue. Mi sento a casa dentro la confusione e il caos dei colori, suoni e musica delle realtà emarginate, povere, violente e di periferia delle città africane. È un desiderio! È un sogno!
Pensavo davvero al grande Mistero della vita e di ciò che mi è capitato già negli ultimi due anni passando dalla Palestina al Sud Sudan. E ora il Signore mi chiede un passo in più che sicuramente mi costa molto accogliere. Ma so che Lui fa bene ogni cosa e per questo mi FIDO! Spero e chiedo solo di essere benedizione per i miei confratelli, per il Sudan e per la gente che il Signore mi metterà sul cammino quotidiano per vivere in maniera speciale questo nuovo servizio e missione.
E rileggendo ancora le parole scritte l’anno scorso sorrido pensando davvero che è una storia talmente misteriosa e strana!
“Destino o Provvidenza volle che a Mapuordit ritornassi esattamente un anno dopo senza averlo programmato. E questo è davvero il grande mistero della vita che viviamo. Dopo aver ridato la mia disponibilità ai superiori di poter continuare in una presenza di baraccopoli in qualche altra città africana dove siamo presenti come comboniani, alla fine mi è stato proposto il Sud Sudan per mancanza di proposte africane nelle città. Infatti quando ricevetti via email la proposta della missione in Sud Sudan mi trovavo in Turchia, esattamente a Tarso, la città di nascita di s.Paolo. Ci ho pensato su e soprattutto pregato. Ho preso il mio tempo e quando sono arrivato ad Antiochia ho risposto positivamente alla proposta. Anche Antiochia ha un grande significato per noi cristiani perché proprio lì la gente del posto diede ai primi seguaci di Gesù Cristo il nome di Cristiani!! Ma attenzione! Il Sud Sudan o Mapuordit non lo considero un ripiego perché non è in una baraccopoli! Anzi! E’ una delle più belle, entusiasmanti, difficili ed essenziali missioni che ogni missionario dovrebbe accogliere con gioia. La terra del Comboni è ancora tra le più dure e difficili di tutta l’Africa. Molte cose sono rimaste come duecento anni fa, dovuto all’isolamento geografico, alle guerre che si sono susseguite, alla dominazione araba, alla schiavitù, al tribalismo e attaccamento a volte esagerato alle tradizioni e costumi, al colonialismo e alle scoperte geografiche e risorse naturali immense che vengono sfruttate senza un ritorno equo. Senza esagerare! Venite e vedrete!…
E così subito mi ha colto un magone nel momento in cui dovevo comunicarlo alla comunità cristiana e soprattutto ai giovani di Mapuordit. So che non era facile per me ma anche e soprattutto per loro. I giovani stessi hanno riposto molte speranze e fiducia nella mia presenza anche per un cammino che ci stava portando a conoscerci sempre più reciprocamente e guardando avanti per le nuove generazioni. L’ho comunicato ai leaders dei giovani prima di tutti. E nella tristezza generale, tutti loro hanno voluto parlare. Mi hanno comunicato sentimenti molto belli e profondi. Sentivano la tristezza nel cuore perché avrei dovuto andare via. Ma allo stesso tempo capivano che era un’importante passo per la comunità dei comboniani del Sud Sudan. Ma logicamente vedevano prima la loro realtà locale a Mapuordit. Mi hanno raccontato anedotti e storie personali da quando sono diventati leaders e hanno cominciato a capire cosa voglia dire durante il tempo che siamo stati assieme. Poi tanta gente, donne, uomini e le autorità locali mi hanno espresso il loro rammarico per questa decisione che viene dall’alto! Se fosse stato un trasferimento avrebbero scritto dovunque per trattenermi qui. Ma hanno capito che era “una importante promozione” come la chiamano loro. E allora mi accompagnano nella preghiera e chiedono di non dimenticarli. E come potrei?? Grazie amici dinka. Anche qui mi avete fatto scoprire la bontà del Signore. Continuiamo a camminare e ogni tanto ci vedremo….così potremo raccontarci tanti sogni, lotte e speranze.
L’AVVENTO PORTA LA BUONA NOVELLA!
Siamo ormai a metà dell’avvento e tra qualche giorno è Natale! Ricevete da me questo regalo di questa lettera che vuole portare un messaggio dal lontano Sudan di tanta gente che desidera ricevere Speranza di Vita Nuova, la possibilità e il diritto di vivere una vita dignitosa come tanti altri popoli del mondo. Ma per tanto, troppo tempo questa gente ha dovuto soffrire e vivere nascosta e lontana dalle loro case, famiglie e proprietà. Un Gesù bambino che ci insegna che Dio ama profondamente i deboli, gli emarginati, i poveri, i malati, coloro che nessuno ama. Ha voluto Lui stesso nascere povero, in una capanna fuori Betlemme e rifiutato da tutti. Solo i pastori, come i dinka, sono andati a trovarlo. Loro che erano considerati fuori dalle mura della società del tempo, gente infima alla quale non dare fiducia. Eppure il Figlio di Dio ha voluto farsi Buona Novella proprio sulle labbra e usando la voce di questi pastori itineranti. E la Storia di Salvezza si è compiuta……! Mai disprezzare chi consideriamo inferiore o marginalizzato perché è il Mistero di Dio che continua a ripetersi ogni giorno, ogni mese, ogni anno quando scopriamo gesti di vero Amore e Solidarietà tra noi. E Lui continua a nascere anche oggi tra noi, attraverso di noi e per noi! D’altronde si chiama “EMMANUELE….Dio con noi!”.
E sempre avanti con passione e fiducia come ci annuncia il profeta Isaia in questi giorni di Avvento: “Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corronno senza affannarsi, camminano senza stancarsi.” (Is 40, 29-31)
Davvero buon Natale a te e a tutte le persone a te care! E non dimentichiamoci che ci sono tanti Gesù Bambini che nascono quel giorno, e tutti i giorni nel mondo! E a Mapuordit……come a Korogocho!! Che l’anno prossimo 2011 sia per voi benevolo e pieno di benedizioni. Chiediamo la tua preghiera per noi perché il 2011 con il referendum porti tante novità. E noi speriamo sempre che siano cammini di Pace e un futuro nuovo per questa gente del Sud Sudan! Che la Pace, la Giustizia e la Riconciliazione prevalgano sempre! Sappiamo che non sarà facile ma Nulla è impossibile a Dio!

Un abbraccio di Pace! Door! Peace! Paz! Amani!
Buon Natale a te e a tuttI voi!

p.DANIELE MOSCHETTI
Comboni Missionary
daniele@korogocho.org

P.S.: trasferendomi a Juba, il mio nuovo indirizzo di posta è il seguente:
FR. DANIELE MOSCHETTI – COMBONI HOUSE – P.O.BOX 148 – JUBA – South Sudan

(A cura del “Movimento per la Pace” provincia di Caserta)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”