CANCELLO ED ARNONE (CE)– Una scoppiettante serata quella di “Letteratitudini” dello scorso mercoledì 29 Giugno. L’incontro è stato organizzato per augurare a tutti i componenti una magnifica estate ricca di esperienze sfavillanti ma anche di tanto riposo e di serenità.
Per l’ultimo incontro della stagione letteraria, è stata preparata una succulenta cenetta, bagnata da un frizzante vinello, che ha dato molta allegria a tutti i commensali. Questo meeting è stato particolarmente interessante per due motivi fondamentali:
- abbiamo festeggiato l’ingresso di una nuova associata, ossia la neo avvocatessa Pina Manzo, che si è inserita facilmente e con grande piacere nel gruppo pre-esistente comporto da: Raffaele Raimondo, Marinella Viola, Felicetta Montella, Olga Petteruti, Laura Sciorio, Concetta Pennella, Arkin Jafuri, Mena Maisto e Matilde Maisto;
- nella conversazione a tavola si sono affrontate problematiche anche a carattere personale di cui qualche commensale ci ha fatto dono, rendendo la conversazione molto piacevole e suscitando pareri e confronti.
Non è mancata, tuttavia, l’argomento principale degli incontri, ovvero la letteratura ed in proposito, sono state lette delle significative e famose poesie di Giovanni Pascoli (Self-Made Man – l’uomo che si è fatto da sé).
Il professore Raffaele Raimondo ha recitato “LA PICCOZZA”, un Ode, forse fra le più belle del Pascoli, magari meno conosciuta, ma che maggiormente rende l’idea dell’uomo che si è fatto da sé: bellissima, dolce, velata di tristezza, palpabile ad ogni parola, ad ogni pensiero:

LA PICCOZZA

Da me!… Non quando m’avviai trepido
c’era una madre che nel mio zaino
ponesse due pani
per il solitario domani.
Per me non c’era bacio né lagrima,
né caro capo chino su l’omero
a lungo, né voce
pregante, né segno di croce.
Non c’eri! E niuno vide che lacero
fuggivo gli occhi prossimi, subito,
o madre, accorato
che niuno m’avesse guardato.
Da me, da solo, solo e famelico,
per l’erta mossi rompendo ai triboli
i piedi e la mano,
piangendo, sì, forse, ma piano:
piangendo quando copriva il turbine
con il suo pianto grande il mio piccolo,
e quando il mio lutto
spariva nell’ombra del Tutto.
Ascesi senza mano che valida
mi sorreggesse, né orme ch’abili
io nuovo seguissi
su l’orlo d’esanimi abissi.
Ascesi il monte senza lo strepito
delle compagne grida. Silenzio.
Né cupi sconforti
non voce, che voci di morti.
Da me, da solo, solo con l’anima,
con la piccozza d’acciar ceruleo,
su lento, su anelo,
su sempre; spezzandoti, o gelo!
E salgo ancora, da me, facendomi
da me la scala, tacito, assiduo;
nel gelo che spezzo,
scavandomi il fine ed il mezzo.
Salgo; e non salgo, no, per discendere,
per udir crosci di mani, simili
a ghiaia che frangano,
io, io, che sentii la valanga;
ma per restare là dov’è ottimo restar,
sul puro limpido culmine,
o uomini; in alto,
pur umile: è il monte ch’è alto;
ma per restare solo con l’aquile,
ma per morire dove me placido
immerso nell’alga
vermiglia ritrovi chi salga:
e a me lo guidi, con baglior subito,
la mia piccozza d’acciar ceruleo,
che, al suolo a me scorsa,
riflette le stelle dell’Orsa.

Ha fatto seguito, poi, la voce delicata e molto dolce di Felicetta Montella che con molta maestria ha recitato la famosissima “LA CAVALLA STORNA”:

LA CAVALLA STORNA
Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome… Sonò alto un nitrito.

La morte misteriosa del padre ha segnato molto la vita del Pascoli ed è infatti uno dei temi che ricorre sempre nelle sue poesie. Tutta la sua famiglia è rimasta sconvolta dalla tragedia, soprattutto la madre, che non avendo nessuno con cui confidarsi, si rivolge alla cavalla perché sa che è l’unica di cui potersi fidare e che sa la verità. Il poeta paragona la fedeltà della cavalla alla vigliaccheria dell’uomo. Gli uomini che sanno, infatti, non parlano mentre la cavalla che vorrebbe parlare non può, non ha la parola. Un altro tema che ricorre spesso nelle sue opere è la descrizione e l’uso della natura come un simbolo per trasmettere qualcosa di profondo al lettore.

E per chiudere, in bellezza, io stessa ho recitato la poesia L’AQUILONE

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.
Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.
Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:
un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…
sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.
Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.
Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.
S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.
Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?
Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.
Sì: dissi sopra te l’orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!
Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.
Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!
Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda tua madre…
adagio, per non farti male.

Che dire di questa poesia? Oltre ad essere indubbiamente magnifica, rievoca nella mia mente immagini della mia infanzia e del periodo in cui l’ho studiata.
Ad essa collego infatti un enorme bagaglio di ricordi personali.
la metafora delle speranze della vita si leggono in questa perfetta commistione d’effervescenza dell’ambiente primaverile e di spensierato godimento delle cose semplici e della fisicità dell’adolescenza. La prospettiva disillusa ed invernale del poeta non toglie minimamente l’emozione espressiva del quadro dipinto. Sembra di sentire il vento sulla pelle, di percepire il calore del sole e l’eccitazione dello sforzo fisico misto al divertimento.
La forza descrittiva e la gioia di vivere trasmessa rende ancor più dolorose le considerazioni del poeta sulle disillusioni che la vita riserva, fino a toglierci il ricordo di quei sapori, di quelle percezioni così belle e cariche di senso esistenziale. Più che un senso di vigliaccheria nell’affrontare il futuro, vi leggo la paura di perdere il ricordo di cose che possono veramente dare un senso all’esistenza.

Concludo, dandovi appuntamento al 12 Ottobre 2011 nuovamente con “Letteratitudini” che affronterà la tematica di ERNEST HEMINGWAY. (A cura della giornalista Matilde Maisto)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

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