S. Pietro Infine( Ce)- (di Giampiero Casoni) Le Cronache di Sbornia 10. Gli avvenimenti intanto incalzavano. Nervoso come una mantide, sfiduciato dall’ennesima, legittima richiesta di conio sfociata in una estenuante “caccia all’uomo”, con Aloysius costretto, poròmo, a sopperire all’ammanco scucendo in tre diverse sedute spalmate su quattro giorni il dovutomi (250, poi 300 e poi ancora 150 conii, come se le notule di bolla potessero aspettare i comodi del mio ufficiale pagatore) siccome anziano affetto da stitichezza remunerativa, decisi che era giunta l’ora dei patti chiari, anzi, ancor più chiari. Accadeva infatti uno strano fenomeno: per legge di contrappasso che altri, Immenso, avea enunciato tre centurie fa, proprio io che maggior flemma, dati i miei trascorsi non indifferenti e di cui mia sola sarà sempre colpa, dovea appalesare per certificare il mio percorso di guarigione, diventavo sempre più spesso idrofobo e malmostoso. Costretto financo e negare la mia natura, che è per sua sponte benevola e disposta al riso ironico, arraffai coraggio ed esasperazione a due mani come mannaia bretone ed esplosi.. Una sera, nel castello del potente (dicea lui di sé) Ibarra minacciai di escludere Frinilda dalla guerra a pochi giorni dallo scontro finale. Truppe scarne, le sue, ma comunque truppe sufficienti, in un contesto ove la vittoria si conteggiava già nell’aere su poche decine di picche, ad aver patente ipotetica di truppe decisive. Al ricatto ci si arriva perché si nasce ricattatori o perché ci si scopre uomini capestro in barba alla propria natura, istigati da facta o uomini che coltivano in noi la malafede come una pianta venefica. Sta di fatto che, quella sera, la mia speranza più segreta era che in ogni caso quel Golgota novello avesse fine. Ma la fame incalzava, uomini e periti dell’amministrazione della Giustizia in Lega già bussavano all’uscio di Sbornia, affamati pignoratori, corvi pronti a becchettare sangue sparso e con essa pure incalzava la  speranza che una semplice raddrizzata ai duci e una buona dose di saliva nebulizzata in aria dalle mie urla ferine potessero aggiustare le cose. Tante e tali ne sparai ai cielo che la mia ricciuta chioma si raddrizzò; sembravo Branduardi dopo tre shampoo, un balsamo e due phonate a caldo. Coglione fino all’inverosimile, mi ubriacai delle cazzate che mi vennero propinate in sorniona replica, a fuoco incrociato, dalla coppia, che avea a temere non solo la defezione numerica della mia consorte e dei suoi Dragoni di famiglia, ma anco una mia decisione di impugnare spada e calamo contro la “mia” vecchia bandiera. Inquadrati entrammo ed inquadratissimi uscimmo, tutto questo con lo scontro finale ormai imminente. Frinilda avea in animo una cosa onesta: combattere come sua natura spingea, in nome di un popolo che da sempre la vedea in suo novero genuino cioé e non rifiutare, anzi, esasperare quella vicinanza ai patimenti umani dei più deboli che da sempre, grazie alle scàlmane di Sbornia, l’avevano resa edotta di tali faccende. Insomma: conciliare l’inconciliabile, la guerra del presente con la pacificazione di un futuro che vedea ancora nubi all’orizzonte. Così fu comunque: la sera della quarta battaglia di Magdeburg ogni generale, capo manipolo o graduato della Falange e dello Shloss diede prova di sé incalzando la truppa avversaria dalla prima linea, ove più cruento era lo scontro e lo stridore delle lame cozzanti, mosse da braccia nervose e scattanti. Parata di quarta, affondo di terza, alzata verticale di seconda, affondo con rientro, passo e ancora affondo, di punta con torsione. Frinilda era così nervosa che, ad infilarle una presa nel didietro, essa ne avrebbe prodotto luce dal naso, se Edison fosse stato di noi coevo. Mi aveva chiesto di coprire la retroguardia ma di non rendermi visibile nel momento del cimento finale e così io feci. Acquattato dietro un pino, alle spalle di mia moglie, assistetti al trionfo della lotta onesta, del fendente ben menato a ferire sanza uccidere e mi sentii una merda di bue per averla gettata in quella canaglia di contesto, ove gente onesta si mescea con banditi sopraffini e guitti incravattati, uno dei quali proprio ora stava celebrando ipocritamente il trionfo di mia moglie con un bacio untuoso. Von Kakkien che cingea a spira Frinilda sembrava un Giuda del XVII secolo… ma senza i rimorsi che il suo maestro lo condussero ad appiccarsi. Fu troppo tardi quando mi accorsi che il vero Giuda ero stato io e che neanche i miei tranta denari avevo incassato…(Articolo a cura del giornalista Giampiero Casoni)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano_Matesino & d”