Boom di adesioni dopo i 5 milioni dell’ anno scorso per la spesa di solidarietà verso i nuovi poveri

Italia- (di Laura Anello)  Negli elenchi ci sono insieme italiani e stranieri, cassintegrati e clochard, impiegati licenziati e anziani che non ce la fanno a tirare avanti con la pensione, sfrattati e divorziati prosciugati dal mantenimento dei figli, laureati con la pergamena in tasca, bambini che di giorno mangiano alla mensa della scuola e nei fine settimana hanno la pancia vuota. C’è un popolo di un milione e 700 mila famiglie che ha fame nell’ex Belpaese: 260 mila in più in un solo anno, lo specchio diretto della crisi e dell’ impoverimento. Nel 2010 erano 1.443.584, oggi sono 1.704.633. Più di 37 mila nuovi affamati in Lombardia, quasi diecimila in Piemonte, 15 mila nel Veneto, 24 mila nel Lazio, 28 mila in Calabria, 37 mila in Sicilia. Un boom in Campania, dove in un solo anno i nomi in lista sono quasi raddoppiati, da 55 a 103 mila. Una mappa della povertà che arriva dalla Fondazione Banco Alimentare, che oggi organizza la quindicesima edizione della Giornata nazionale della Colletta: in 8.600 supermercati sarà possibile fare la spesa per chi non ha niente in credenza e niente in frigorifero, anzi per chi spesso non ha né l’una né l’altro. Una raccolta che serve a rinforzare le scorte in quei magazzini da cui partono i rifornimenti per le 8.673 strutture di carità convenzionate in tutta Italia, assediate da vecchi e nuovi assistiti: mense per i poveri, case d’accoglienza, centri di recupero. Istituzioni religiose e laiche che nel 15% dei casi svolgono attività residenziali, nel 10% hanno mense, ma che nella stragrande maggioranza fanno l’«attività pacchi»: cioè riforniscono le famiglie di pasta, scatolette, cibo per i bambini.

Tante facce, tante povertà diverse che sono la declinazione in carne e ossa dell’economia in crisi, della disoccupazione giovanile al 28 per cento, dei crolli finanziari. «Il momento che stiamo vivendo — dice Marco Lucchini, direttore generale della Fondazione Banco Alimentare onlus — è drammatico. I poveri sono in costante crescita e sempre più vicini a ciascuno di noi. Non manca solo il cibo: mancano il lavoro, la casa e soprattutto sembrano venir meno le ragioni per sperare, per questo si è sempre più soli». C’è un pezzo d’Italia che ha fame, molto di più di quanto ne avesse nel 1989, quando monsignor Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, e il cavaliere Danilo Fossati, pioniere della Star, vararono la Fondazione sul modello delle Food Banks. Oggi ci saranno 120 mila volontari in azione (Alpini, San Vincenzo de’ Paoli, CL) che contano almeno di replicare i dati dell’anno scorso, quando cinque milioni di italiani donarono 9.400 tonnellate di cibo. Prodotti a lunga conservazione che vanno a integrare quanto la rete del Banco alimentare raccoglie con la sua attività quotidiana: circa 65 mila tonnellate di alimenti, il contenuto di 2000 tir. Il cibo arriva dall’Unione europea attraverso l’Agea (l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura), dalle industrie agro-alimentari, dai supermercati e dalla ristorazione collettiva: prodotti fuori commercio, che altrimenti sarebbero destinati alla discarica perché in via di scadenza o con confezione difettosa. Da qualche anno c’è anche Siticibo, un servizio quotidiano di recupero dei prodotti freschi e del cibo non distribuito da mense aziendali, refettori scolastici, hotel, ristoranti. Un tesoro che finisce velocemente impacchettato e spedito dove c’è chi non vede l’ora di mangiarlo. Non nei villaggi del Terzo mondo, ma nel ventre affamato del nostro Paese.(La STAMPA)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

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