S. Pietro Infine(Ce)– (Di Giampiero Casoni)Come al solito la forbice taglia il colletto della camicia invece dei capelli lunghi. Accade spesso, accade male, accade in questi giorni di messianica austerithy in cui il Governo in carica ha deciso di molare la ghigliottina per il Tribunale di Cassino, a rischio soppressione secondo quanto espresso da una linea che, da Palazzo Chigi vedrebbe in un futuro non tanto lontano un solo Tribunale, con annessa Procura, per Provincia. Bene bravibis, applaudono i fautori della linea antisprecona; colcacchio, fanno da contraltare maestranze, professionalità, amministratori ed ampie fette dela società civile. Ora, facciamo subito a capirci; non è che la società civile abbia domicilio, nel caso di specie, da una sola parte della barricata, sul caso del Foro Cassinate, ma è evidente che se la si vuole intendere come la più parte dei cittadini di un territorio che è un po’ come il Vallo di Adriano per le mire laziali di più di una coppola storta, è chiaro che la società civile, per sua parte maggioritaria, la sua trincea l’ha trovata, in questa vicenda di potatori col panciotto da burocrate che hanno noncurantemente sparato la loro ennesima fregnaccia. Il nodo, come in tutte le cose, sta nella sostanza, nel sugo della faccenda. Che il Tribunale di Cassino sia antico e prestigioso – fu istituito dai Borboni un mese prima dell’Unità d’Italia del marzo 1871 – può valere per merlettare la tesi dello sfascio che deriverebbe da una sua soppressione ma in buona sostanza e allo stato dell’arte, con la Turrita Signora che ha più pezze al culo di Pinocchio, sa più di vessillo stracciato ma ancora orgogliosamente inalberato sull’altana dell’orgoglio locale. Malattia affatto rara nello Stivale col pedalino bucato di questi tempi, infezione che sposta l’asse della discussione e fa il gioco di chi non vede, non percepisce (o se ne strafotte sapendolo) quanto il Tribunale di Cassino sia fondamentale per l’applicazione della Giustizia sull’esatta linea di demarcazione che sta fra la residenza della camorra e il suo domicilio. Da decenni ormai, specie dopo la riforma del Codice di Procedura Penale che ha reso obbligatorio l’esercizio dell’azione penale, Tribunale e Procura presso il medesimo della Città Martire se la sono dovuta vedere con la marea incalzante di affari che i clan Casalesi coi loro federati sessani e mondragonesi hanno inteso fare al di là del confine di provincia e di regione, più o meno fra San Vittore del Lazio e San Pietro Infine. Non è un caso che la Giustizia cassinate abbia licietà applicativa anche in alcuni comuni della Provincia di Caserta. Ma, nel concreto, cosa significa essere istituzione-argine alle mire delle camorre sparse, alle subgalassie che fin dall’ arresto di Schiavone-Sandokan si sono create fra Capua nord e Pontecorvo? A ben vedere, un Tribunale ordinario non può agire con il bisturi affilato del reato associativo grave (416-bis Cp), cioè, la Procura può fare indagini per voci “minori” e il Tribunale può promuovere e sostenere il dibattimento sulla scorta delle medesime. Sacrosanto e palese come la suscettibilità del ministro Giarda ad un monsone improvviso. E’ altrettanto vero però che è in questi luoghi che, proprio la inadeguatezza dei mezzi funge da pungolo a ché la società civile sia più vigile; è Cassino che ha nell’Associazione Caponnetto e nellla Peppino Impastato, per citare solo due degli esempi di lotta aspra e sudata, uno dei settori più presidiati di questo sforacchiato muro. Dal 1999 ad oggi sono stati all’incirca 40 gli episodi, acclarati per tabulas dalla Magistratura e dalle FOO, che hanno certificato le ingerenze della camorra aversana (leggi Casalesi) negli affari, immobiliari, finanziari e commerciali nella vita del Cassinate. Non c’è bisogno di scomodare l’arresto o le dichiarazioni in tal senso di personaggi del calibro di Giorgetto Marano, Gaetano Guida e Peppe Setola; non c’è bisogno di rammentare che l’indagine che fece da canto del cigno all’arresto di “Capastorta” Zagaria nacque dopo che lo stesso, prima di andare a trattare con i funzionari del Commissariato per l’emergenza rifiuti a Napoli, usava la Valcomino come base logistica. Non c’è bisogno di ricordare il cadavere carbonizzato del grande Enzo Avino, le bisarche di Piedimonte incendiate, le armi e il denaro trovati in auto fermate a Cassino che poco prima avevano sostato davanti ai baretti smunti e tetri di Casapesenna ; e poi il canale della droga del Litorale Domizio che per la Città Martire è come una televendita continua, uno stillicidio di tragedie familiari rinchiuse nelle stanze anguste di un Sert eroico oltre ogni limite; non ci sarebbe neanche bisogno di rammentare che Augusto la Torre, il “Chiuvo” boss dei mondragonesi all’epoca del loro pactum sceleris con i Casalesi ramo De Falco, è stato indagato a Cassino per la gambizzazione di un sindacalista a Mignano Montelungo, sia pur sotto lo stretto cappello di un reato associativo minore (il 110 Cpp – nda). Intanto, per compendiare, le occasioni in cui la presenza del Tribunale e della Procura di Cassino hanno fatto il culo come un secchio ad uomini e progetti della mala campana si possono enunciare. Badate bene, enunciare in questo caso fa rima con educare: il nostro è un territorio a cui non vogliamo attribuire alcuna connotazione da epopea del West, fortino a presidio dei coloni, ma è Terra a cui, in ogni sua più piccola fibra, appartiene la vis dell’antimafia civica, di quel sentimento mai espresso cioè ma che sa di vigilanza sottile e compita. Sbaraccare il Tribunale significherebbe abbattere una delle torri di avvistamento della “truppa regolare”, quella che davvero è in grado di tagliare la testa dell’Idra… prima che ricresca. E a noi cittadini, giudici, avvocati, impiegati, amministratori di Cassino, questo continuo sudare fra sguincio sospettoso e fendente menato a botta secca piace da morire, perché ci dice che, per una volta, la scietà civile non la usiamo come colluttorio… la facciamo noi. (Articolo a cura del giornalista Giampiero CASONI)

Pubblicato da red. pov. “Alto Casertano-Matesino & d”