Quando la Chiesa sapeva parlare di equità. RAR

Si è tanto parlato di misure di equità per superare l’ attuale crisi economica che attanaglia l’ Italia, l’ Europa e tutto il mondo occidentale; l’ appello fatto a Mario Monti di intervenire in tali misure in Italia ed Europa, suggerì un’ ondata di fiducia e di speranza, alimentate dalla defenestrazione del governo Berlusconi, che aveva furtivamente negato la crisi, aggravandone l’ esito che stava diventando finale.

Discutere di equità non servirebbe a nulla senza disporre di un punto solido di riferimento a cui ispirarsi.

Fu la Chiesa che, anticipando i tempi, inquadrò il problema sociale nell’ ambito della solidarietà e, conseguentemente dell’ equità. Purtroppo possiamo parlarne solo al passato, perché il vertice attuale della Chiesa sembra voler contrastare i principi della solidarietà universale, dedicandosi, piuttosto, alla separazione tra mondo occidentale, liberista, detentore delle radici cristiane e il resto del mondo, appartenente ad una razza diversa, destinata alla sottomissione.

Per parlare in positivo preferisco driblare l’ attualità del non-insegnamento dell’ attuale gerarchia varticana, per ricordare le pagine più significative che hanno anticipato tutto ciò che, ineluttabilmente, sta accadendo.

Il Concilio vaticano II inquadrò i problemi dell’ uomo, dilatandolo ai problemi di tutti gli uomini, affidando alla riflessione quella

COSTITUZIONE PASTORALE SULLA CHIESA

NEL MONDO CONTEMPORANEO

GAUDIUM ET SPES;

molto probabilmente la ragione principale per l’ aperta ostilità che l’ attuale vaticano manifesta verso l’ intero Concilio.

Se oggi riprendo quel tema è per la sua attualità mortificata.

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La “Gaudium et Spes”, specie nella 2° parte, cap. 3°, affronta il problema sociale sotto un profilo più ampio che non quello dato dalle precedenti Encicliche sociali, che volgevano lo sguardo ai problemi delle singole nazioni.
La Chiesa comprese bene come il concetto di “sviluppo” si sia dilatato oltre le frontiere dei singoli Stati, diventando un elemento fondamentale dell’ economia. Difficilmente la Chiesa è riuscita ad anticipare l’ evoluzione dei tempi, ha sempre analizzato tale evoluzione per dire la Sua parola: la Rerum Novarum fu la risposta della Chiesa al “Capitale ” di Carlo Marx dopo 50 anni !
Con la “Gaudium et Spes”, specie a rivederla alla luce degli accadimenti attuali dopo 60 anni dalla promulgazione, ci rendiamo conto come la Chiesa, in questo caso, abbia anticipato i tempi, prevedendo ciò che sarebbe accaduto.
Si tratta di un intervento prettamente “politico”, cioè del comportamento che l’ uomo assume di fronte a determinati eventi, in questo caso l’ etica ha la sua parola da dire, per questo la Chiesa intervenne.
Non si guardò più all’ aiuto che i paesi ricchi devono elargire a quelli poveri, ma essa trasformò quest’ intervento in problema politico e di politica planetaria.
Al centro del problema si pose lo sforzo che tutti devono compiere, a cominciare dai paesi progrediti, per regolare le leggi dell’ economia e orientare le singole politiche sociali dei singoli paesi nel quadro generale di una economia del benessere globale. Venne anche indicata la via da seguire, sottolineando come l’ oggetto di una sana politica economica non deve limitarsi alla sola moltiplicazione dei beni, né al profitto, né alla potenza, bensì deve porsi al servizio dell’ uomo, considerato nella gerarchia delle sue necessità materiali, spirituali e religiose:

“d’ ogni uomo, d’ ogni gruppo di uomini, senza distinzioni di razza, di continente, di cultura o di religione”. (Gaudium et Spes- parte II, cap. III).

Così il Concilio insegnò che lo sviluppo non poteva essere abbandonato né alla discrezione dei “grandi interessi”, né all’ arbitrio degli Stati più sviluppati, né

“all’egemonia delle grandi Potenze né agli automatismi dell’economia”.

Sembra leggere la condanna anticipata della globalizzazione dei mercati, che oggi viene presentata come una naturale ed automatica evoluzione dell’ economia.
Per la prima volta, molto tempo prima della fine della guerra fredda con la divisione del mondo in Est e Ovest; molto tempo prima della nuova divisione del mondo in Nord e Sud, in paesi ricchi e in paesi poveri, in nazioni produttrici e nazioni consumatrici, in popoli creditori e popoli debitori, si entrò nel vivo della problematica della cooperazione internazionale.
Emerge anche una nuova visuale: nel secolo XIX, con l’ inizio del Magistero Sociale della Chiesa, si passò dal “paternalismo” alla “giustizia sociale”, con la Gaudium et Spes si impose la costruzione di una “comunità mondiale”, antitesi perfetta di quello che, invece, è accaduto con la promozione della globalizzazione dei mercati. La “comunità mondiale” non escluderebbe l’ aiuto che il più forte deve dare al più debole, ma tale aiuto, senza tornare a cadere nel “paternalismo” ormai superato, deve avvenire al di sopra delle disparità di fatto, nel riconoscimento di una eguaglianza fondamentale di diritto.

Altro che radici cristiane dell’ Europa, ridotte ad elemento di antropologia culturale, come il naso adunco degli Aztechi.
Ritengo che non si possa negare la lineare continuità del pensiero sociale della Chiesa, almeno fino a Gioovanni Paolo II e alla Centesimus Annus, pur nel costante adeguamento alle situazioni diverse dei tempi e della società.
Leone XIII fece il primo passo, in risposta al marxismo che stava già guadagnando proseliti; si rivolse ad una società statica e individualistica, fondamentalmente ostile al diritto di associazionismo, e rivendicò, per primo, il diritto dei corpi intermedi alla propria esistenza e alla loro autonomia in seno alla comunità.
Pio XI e Pio XII si ritrovarono in una società in movimento, minata dalla contrapposizione di gruppi già legalmente riconosciuti, ma ostili fra di loro; questa realtà li portò ad insistere sul concetto di un ordine corporativo in grado di unificare armonicamente in un solo corpo sociale gli interessi più diversi.
Giovanni XXIII aprì il Concilio su un mondo in pieno processo di socializzazione, esteso in ogni campo dell’ attività umana.
Questa evoluzione spiega il tramonto dell’ idea del corporativismo, sostituita con l’ idea del cooperativismo; l’ internazionalizzazione del cooperativismo non potrà che diventare “integrazione fra i popoli”, in alternativa e in contrasto con la globalizzazione dei mercati promossa e imposta, anche con la forza, dalla minoranza opulenta del mondo occidentale alla maggioranza bisognosa del resto del pianeta.
La globalizzazione guarda ai mercati e divide il mondo in nazioni produttrici e nazioni consumatrici; è un ritorno al materialismo, quello stesso materialismo che il sistema liberal-democratico ha sempre combattuto a parole, cadendo però nel materialismo edonistico; il cooperativismo torna ad appropriarsi della centralità dell’ uomo, ponendo l’ economia al servizio dell’ uomo e di tutti gli uomini, solo così potrà realizzarsi l’ etica economica.
Immutato rimane l’ invito, da parte della sociologia del Nuovo Umanesimo, alla partecipazione di tutti nella edificazione della società; sostanzialmente identico resterà il modello teorico a cui si ispira, quello di un insieme pluralistico di istituzioni a natura privatistica, tra loro in posizione di parità giuridica, ma regolate dal diritto pubblico in quegli aspetti che toccano direttamente il bene comune; ma offre una versione più aderente alla nuova realtà, sempre in evoluzione, più moderna e “socializzata”. (cfr.37° Settimana sociale del Canada, Syndacalisme et organisation professionelle, Atti Ufficiali, Trois-Rivières 1960, pag. 12)

Rosario Amico Roxas