Mondragone(CE)- (Di Giampiero Casoni) L’hanno chiamata “Bufalo” ma pare che bufala non sia: il Noe e la Direzione investigativa antimafia di Napoli hanno battezzato così l’operazione con cui è stato tratto in arresto assieme ad altre tre persone Giuseppe Mandara, sultano caseario del formaggio Dop italiano più famoso al mondo. L’uomo è considerato, secondo una delicatissima ordinanza controfirmata dal Gip del Tribunale di Napoli, un referente del clan dei Casalesi a tutto tondo che, grazie ai buoni uffici della cosca amica dei La Torre mondragonesi, spacciava roba convenzionale per roba sopraffina. Ragion (giuridica) per cui, gli uomini con la pettorina blu della Dia e i Militi del Nucleo Operativo Ecologico, contestualmente alle manette, hanno notificato all’ uomo un atto che gli contesta, in vincolo del’ articolo 416/bis del Codice penale, l’associazione a delinquere di stampo camorristico finalizzata alla perpetrazione di reati contro la salute pubblica. E qui il “bip” di allarme ci sta tutto, sia pur dall’alto di una indagine che nella sua fase preliminarissima è tutelata da ogni garanzia del caso spulciabile sui tomi di giurisprudenza. Il gruppo Mandara sta infatti alla mozzarella di bufala Dop come Bill Gates sta all’informatica, in una comparazione concettuale che però, nel caso del patròn delle burrate e dei bovini perennemente a mollo nella palta, pare sia sfociata nel comparaggio con l’ala aversana del potentissimo clan casertano. Il giro di affari dell’azienda si attesterebbe sugli oltre 100 milioni di euro annui e tanti ne sarebbero stati sequestrati preventivamente dagli inquirenti con il blitz di poche ore fa. Sulle dinamiche oggettive, sui legami individuati da questi ultimi fra l’attività imprenditoriale di un simile impero e “L’Impero” casalese (Gigi De Fiore. Cit – nda) si resta in attesa di una conferenza stampa congiunta che ad ore dovrebbe gettar luce sui meccanismi di un ingranaggio per ora solo enunciato ma non spiegato, su cui congetturare è professionalmente opportuno come tirare la coda ad un rottweiler incatenato ad un cactus, ma qualcosina pare sia trapelata comunque. Partendo dal presupposto, indispensabile per orientare il lettore nella scrematura della notizia, che proprio in questo momento si sta scalando dall’enunciazione di un fatto alla proposizione di indiscrezioni, sia pur di fonte primaria, pare che tutto avrebbe ruotato su un vastissimo giro di produzione, nazionale ed internazionale, di prodotti caseari che, pur fregiandosi del marchio Dop, contenevano una fetta consistentissima un tantinello fuori ordinanza. Una fetta la cui pubblicizzazione e commercializzazione era affidata, più che alla genuina e suadente garanzia di quella sigla ed alla proverbiale bontà del prodotto-madre, agli irresistibili spot di un’organizzazione criminale con ramificazioni commerciali degne di una supeholding che, quando dice che una cosa è buona e va comprata a container interi, invita con la cortesia di un grizly con le ragadi a non sottilizzare tanto se quella cosa è la mozzarella più squisita dell’universo o se si tratta magari di barrette dietetiche di cereali con la farcia di plutonio. Quel prodotto lo compri (e ci fai un pacco di danè) perché a venderlo – sostengono inquirenti e Gip – è un grossista che non ammette repliche, perché il suo non è il ruminare pacioso del bovino palustre che “partorisce” quella delizia, ma il muggito di un toro che, di solito, non ha neanche bisogno di caricare per far intendere le possibili conseguenze di un “no”; gli basta pestare gli zoccoli e ravanare la sabbia dell’arena, già intrisa del sangue di più di un torero troppo imprudente. La presunta truffa avrebbe comunque riguardato prodotti non Dop ma spacciati come golosamente tali. Fra di essi i provoloni, una consistente fetta dei quali, pare normalissima, veniva invece venduta con l’accattivante patronimico di “Provoloni di Monaco”; si tratta di una specialità figlia di un disciplinare del latte più rigido dell’ora d’aria ad Alcatrazz, un protocollo che prevede, tra l’altro, che la sua realizzazione avvenga solo in primavera e inizio estate, stante la necessità di utilizzare latte di qualità eccelsa. Il blitz ha vuto il suo epicentro a Mondragone, sultanato del Clan dei la Torre, il cui boss, Augusto, è ora un pentito di grana finissima, indagato anche da procure contigue a quelle campane come quella di Cassino per la gambizzazione di un sindacalista scomodo. Augusto La Torre, boss filosofo ed amante delle buone letture, aveva lasciato in eredità un impero, federato dei Casalesi sul Litorale Domitio, che poteva contare su basi logistiche all’estero in numero spropositato, stante la lunga permanenza di capintesta ed attività (soprattutto nel ramo della ristorazione) fra le brughiere scozzesi. Non a caso, ma non è un fatto e trattasi per ora solo di congettura, il gruppo Mandara, che non ha ricevuto provvedimenti per i suoi punti in franchising, esportava non meno di duecento quintali di mozzarella al giorno fino in Giappone, passando per gli Usa, la Nuova Zelanda e la stessa Russia. Sconcertante pensare, poste tutte le pregiudiziali del caso su fascicolo ancora non sfociato in condanna cassata, che, all’ombra della cattedrale di San Basilio, ci sarà proprio ora qualche ex tovarisc impegnato a mugolare di piacere mentre inghiotte non il sudato prodotto di una bufala, ma “la” bufala per eccellenza.(Articolo a cura del giornalista Giampiero CASONI )

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”