(Di Giampiero Casoni) Serpeggia il sospetto, vago ma non troppo, che la spintarella finale ma determinante a ché la Polverini si tuffasse da sola giù dal cocuzzolo l’abbia data proprio la Cei. Fate attenzione: prima delle dichiarazioni cardinalizie sul caso Pisana l’ago della bilancia nella caduta del castello di carte (di credito) era l’Udc. Con i casiniani che non davano inizialmente corda alle smanie dimissionarie di Pd, Idv & co. la frangettuta presidentessa affermava chiaramente di “non avere la minima idea” dell’obbrobbrio utilizzativo dei danè e, sotto sotto, lasciava margini molto ampi di resistenza al suo posto, limitandosi a condannare, sia pur con forza inusitata, le mele marce e a porre condizioni tranchant ma non impossibili. Dopo la discesa in campo della Cei, che si suppone essere organismo non sgraditissimo all’Udc, la Polverini cambia registro; non solo si dimette con la velocità di una mangusta cocainomane, ma a fine conferenza stampa parla di voler raccontare “ciò che ho visto”. Allora Renà… hai visto o non hai visto? C’eri o no quando i soldi a pioggia concimavano le crapule di tutti? Non è vero che questo è un caso d’aula e non di governo…il traccheggiamento dell’Udc fa il paio non solo con l’endorsement con la presa di posizione del “parlamento” pontificio ma anche e soprattutto con i giochi nazionali in cui il partito di Pierferdi è, e questo fa venire il cagotto al Cavaliere, da tempo sotto corteggiamento da parte del Pd per le elezioni politiche. Ecco perché Berlùsca si è tenuto sul piloro una faccenda tanto spinosa ed ha invitato la Polverini a non dimettersi, per evitare che, sia pur su un fatto palese ed ineluttabile come il tutti a casa della Pisana, passasse un messaggio di convergenza di strategie fra il centro che lui vuole e che un certo Pd non disdegna. Convergenza e comparaggio, in questo caso, sono cugini di primo grado, okkio. Il cacchio di guaio è che, credendo che quello che è avvenuto possa essere sintomo chiarissimo di un punto messo a segno dall’antipolitica, dall’Italia “qualunque” e che soffre che mediaticamente cavalca uno dei suo rari moti di pancia di fronte ad un bubbone che non poteva non esplodere, in molti non ci si rende conto del vero sconcio: che questo sconcio è nato da giochi di palazzo e non dall’insostenibilità oggettiva di una situazione etica. Aleggia, mai dimessasi, puzza di roba calda e marrò… eh si… Ok, la Renata si “dismessa”. Sul fronte web sono due le scuole di pensiero che viaggiano in rete: da un lato quella che gorgheggia il mantra “Onore alla Polverini” per una coerenza che viene additata come non alloggiante in altre sedi partitiche con magagne simili o similari. Dall’altro quella che, tradotta liberamente, invoca il reset del sistema, simboleggiato allo stato dell’arte dal versante politico che la Polverini incarnava alla Pisana fino ad uno sputo fa. Ora, a sciancatissimo avviso dei non pochi soggetti pensanti dello stivale, il problema non è tanto capire se la Polverini abbia scavallato la polveriera per decoro o per evitare che il livello della fanghiglia arrivasse al cocuzzolo da cui lei, obiettivamente, quanto meno sguinciava col binocolo più grosso di tutti (a questo punto il problema avrebbe potuto, in potenza ma in realtà nei fatti, riguardare l’intera consiliatura e quindi tutto l’arco partitico che la componeva; coi danè a mazzi ci si sono fatti tutti, ma proprio tutti la bocca da sciampagna). Il problema, all’italiano mediamente non grullo pare, è capire che margine di riciclo ha questo sciagurato modello indipendentemente dalle persone che nel contingente lo hanno così meschinamente incarnato… e qui il problema zompa via dai faldoni di magistratura penale e contabile, dribbla perfino la politica centrale e diventa nostro, già, nostro nostro eh? Di noi richiamati abili arruolati al voto e pronti, in molti ma non tutti, chiaro, a rimettere in piazza il carosello di “Carissimo! Il mio voto, mio e dei miei è tuo… pssst…’scolta… posso rubarti solo un minuto?…”. Poi davanti alle tivvù tutti giacobini col l’olio pronto per la ghigliottina. Quanti di noi, obiettivamente e prima ancora di condannare moralmente Fiorito & co., non li hanno oggettivamente prima invidiati, poi triturati col piacere supremo di chi ha assistito alla “tana” fatta ad un riccone e non al momentaneo ristabilimento di una serie di garanzie etiche e democratiche? Ma noi, insomma, odiamo la politica impunita e scialacquona per percezione morale ed antica, radicata ed ecumenica educazione al civismo o per una sorta di “invidia del pene” portata sul piano della partecipazione agli eventi mediatici in un momento in cui la nostra cinghia mette due o tre fori in più? No perché, guardate, se fosse così, se la seconda ipotesi fosse quella più accreditata, allora poco da fare: se i ladri passano ma il ladrocinio come principio rimane, se gli indegni scompaiono ma l’indegnità non stira le calzette… allora non gioisca alcuno, ché forse, allo specchio, molti di noi, a destra, sinistra o centro, rischierebbero di vedersi rimandare, qualche mattina, l’immagine di una barba e di una panza odiate perché irraggiungibili e non perché impresentabili…(Articolo a cura del giornalista Giampieto Casoni)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”