(di Giampiero Casoni) L’antimafia parolaia proprio non piace ad Elvio Di Cesare. Il pignolo presidente dell’associazione antimafia “Antonino Caponnetto” non rinuncia ad ammantare di una veste “integralista” la sua crociata contro tutte le mafie e, obiettivamente con toni condivisibili ma forse un po’ troppo ieratici, boccia senza appello chiunque non faccia dell’ impegno concreto con l’associazione la sua bandiera. Ora, il dr Di Cesare sa che nulla dà maggior soddisfazione che constatare che al mondo esistono persone dotate della sua energia e della sua fibra morale. Resta un fatto però, inoppugnabile anche da parte di un miliziano convinto come lui. Esiste un’ antimafia concettuale, fatta cioè di formazione culturale, di tessuto della propria coscienza, che inevitabilmente passa anche per la sola (e a volte denigrata o quanto meno sottovalutata) fase pubblicistica della lotta al fenomeno. In soldoni: non è che chi non sia iscritto alla “Caponnetto”, non sia un ex Pm o un generale dell’Arma in congedo o ancora non operi, con mezzi che non siano quelli della diffusione fiera di un messaggio di civiltà, concretamente con l’antimafia, sia un parolaio. Ci sono generazioni da educare, persone da informare, luoghi comuni da sfatare e questo non può passare solo per la casacca dell’antimafia militante, non prima di aver attraversato le “forche Caudine” dell’antimafia come atteggiamento di pensiero innato, un po’ come battere le ciglia che è gesto istintivo. E qui entra in gioco anche la “parola buona” che si può spendere per un fenomeno (a scuola, nei convegni, in famiglia nelle sale della politica amministrativa buona) che conserva tutto il suo vigore barricadero come l’antimafia militante. Insomma, a parere di molti (chi scrive in prima linea) le due faccende sono complementari e l’una non necessariamente preclude gli obiettivi dell’altra. Anche perché, ricordiamo, un cittadino che assista ad un fatto di camurrìa non ricorre ad un’associazione (che può garantirgli una protezione diciamo, limitata) ma alla magistratura ufficiale e in servizio, che persegue il reato e protegge il latore della notitia criminis. Non andrebbe insomma dimenticata le lezione del grande costituzionalista Bianchi che, nel rispondere alla domanda “Qual è lo scopo della magistratura?” rispose senza dubbio: “Sembrerà strano, ma non certo quello di ristabilire la giustizia, quello è compito del legislatore e della politica (sappiamo che è parola fuorimoda e invisa, ma non è ancora universalmente marcescente, La Torre e Mattarella erano politici – nda). Così – incalzò Bianchi – diamo un’immagine alla Robin Hood che svilisce il senso di un mandato bel più specifico, delicato e alto. Scopo della magistratura è perseguire il singolo reato secondo profili penali definiti, stop”. Ora, se le mafie le puoi mazzolare solo con lo strumento istituzionale e giuridico, delle due l’una (ma solo provocatoriamente eh? Non se ne abbia il dr Di Cesare): o la “Caponnetto”, in quanto associazione, sovente critica la sua stessa natura di organismo ausiliario ma non della magistratura, della società civile… e allora le impuntature del Presidente sui “parolai” sanno di autogoal, oppure egli stesso, il presidente di Cesare, ammette che una certa antimafia “parolaia”, se le sue sono parole a cui fanno seguito iniziative concrete ma comunque concettuali, è cosa poi non tanto da esecrare. La nota di Di Cesare giunge come al solito graditissima ché è testimonianza di un impegno indefesso e lodevole oltremodo, ma che debba esistere una corrispondenza di coraggiosi sensi fra chi combatte e chi approva la lotta nei limiti delle proprie possibilità contingenti ed esistenziali ci pare un fatto normale e fuor di discussione. Senza contare poi un dato “in nuce” ma granitico: l’adesione militante è figlia, in termini fasici, della diffusione. Certi “vangeli” vanno diffusi e se non c’è predicazione non c’è visibilità, né possibilità che il curioso decida di diventare accolito-adepto-soldato. Ecco comunque la nota del vulcanico presidente della “Caponnetto”, di cui restiamo, con infinita benevolenza che si concede agli uomini probi, a disposizione per qualsivoglia precisazione, integrazione e/o confronto. “Siamo stufi di un’antimafia parolaia. C’è troppa gente in giro che parla di mafie e non sa nemmeno queste quali sono. C’è un sistema di informazione nel Paese che deforma in gran parte la realtà. Ci fanno apparire il mafioso come il delinquente comune che minaccia, violenta. La vecchia figura della persona con la coppola proveniente dalle regioni del sud. Oggi il mafioso è altro: il professionista, l’amministratore pubblico, l’esponente politico, il parlamentare, il direttore generale, il direttore o il funzionario di banca, talvolta anche qualche magistrato o appartenente alle forze dell’ordine. Ormai la lotta deve essere fatta corpo a corpo, senza paura e senza continuare ad accollare, come lamentava Paolo Borsellino, tutto il peso sulle sole spalle delle forze dell’ordine e della magistratura. Da sole non ce la faranno mai. Ogni cittadino onesto deve cominciare a fare la sua parte, associandosi e cominciando a segnalare, tramite l’Associazione, ogni insediamento, ogni movimento sospetti. Con le commemorazioni, le adunate, le fiaccolate e le chiacchiere non si va da nessuna parte. Basta con la delega alla magistratura ed alle forze dell’ordine. Ognuno deve cominciare a fare la sua parte. Prima che sia troppo tardi! Ringraziamo per gli apprezzamenti, i “condivido”, gli incoraggiamenti ma a noi servono persone combattenti che vengano con noi, fra noi, ad aiutarci ad individuare e far arrestare i mafiosi, uno per uno, nome e cognome. Altrimenti è tutta aria fritta!”.  (articolo a cura del gironalista di Giampiero Casoni)

Pubblicato da red. pov. “Alto Casertano-Matesino & d”