arresto scajolaL’ex ministro accusato di essersi adoperato per l’ex deputato Pdl Matacena, attualmente a Dubai in attesa di estradizione. Su di lui anche l’ombra di un sodalizio con la ‘ndrangheta. Provvedimenti restrittivi per altre sette persone. Berlusconi: “Addolorato”. Il procuratore De Raho: “Arresto importante: la legge è uguale per tutti”.

REGGIO CALABRIA – La Dia di Reggio Calabria ha arrestato a Roma l’ex ministro Claudio Scajola, accusandolo di aver favorito la latitanza dell’ex parlamentare Pdl Amedeo Matacena, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa e figlio dell’armatore noto per avere dato inizio al servizio traghetti nello Stretto di Messina, morto nell’agosto 2003. Ma, secondo i magistrati, Scajola e gli altri destinatari dei provvedimenti restrittivi sarebbero anche parte di un sodalizio criminale politico-imprenditoriale collegato alla ‘ndrangheta. 

L’operazione si colloca nell’ambito dell’indagine denominata “Breakfast”, che da più di due anni vede impegnata la Dia di Reggio Calabria nella ricerca dei reinvestimenti di capitali illeciti, movimentati dalla ‘ndrangheta in Italia e all’estero. La Dia ha disposto perquisizioni in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia, oltre a sequestri di società commerciali italiane, collegate a società estere, per un valore di circa 50 milioni di euro. 

I provvedimenti di custodia firmati dalla procura di Reggio Calabria riguardano, oltre all’ex ministro, lo stesso Matacena, la madre Raffaella De Carolis (ai domiciliari) e la compagna Chiara Rizzo. Gli arresti domiciliari sono stati disposti anche per la segretaria dello stesso Scajola, Roberta Sacco, e la ex segretaria del latitante Matacena, Maria Grazia Fiordalisi, arrestate rispettivamente a Imperia e a Sanremo. 

Degli otto provvedimenti restrittivi, non sono stati eseguiti quelli destinati a Matacena, tecnicamente latitante sebbene in agosto sia stato fermato a Dubai (le autorità dell’emirato gli hanno ritirato il passaporto) ed è in attesa di estradizione, e Chiara Rizzo, che risulta ricercata. Gli ultimi due arrestati sono Martino Politi (custodia cautelare in carcere) e Antonio Chillemi (domiciliari), accusati a vario titolo di essere prestanome di Matacena. 

Anche Vincenzo Speziali, nipote e omonimo dell’ex senatore del Pdl, il cui nome figura in un decreto di perquisizione. Il procuratore capo di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, parlando con i giornalisti, lo ha messo in relazione con le indagini relative al soggiorno libanese di Marcello Dell’Utri. Speziali avrebbe goduto di notevoli entrature in Libano, dove avrebbe dovuto rifugiarsi anche Matacena. Dal decreto di perquisizione emerge che a Speziali si sarebbe rivolto in più occasioni Scajola.

La Dia ha perquisito la villa dell’ex ministro a Imperia e il suo ufficio, sequestrando computer fissi e portatili, tablet, alcuni smartphone e documentazione cartacea relativa a società riconducibili all’inchiesta su Matacena. Ad assistere alla perquisizione della villa c’erano la moglie dell’ex ministro, Maria Tersa Verda, in lacrime, e l’avvocato di Scajola, Mangia. 

Sottoposti a perquisizione anche Giorgio e Cecilia Fanfani, figli di Amintore Fanfani, Maria Teresa Scajola, Elisabetta Offmann, Pierluigi Bartolini, Giuseppe Speziali (padre di Vincenzo), Giovanni Morsenti, Daniele Santucci ed Emo Danesi.

ilvio Berlusconi, antico sodale del politico arrestato, ha espresso “dolore per Claudio”, escludendo qualsiasi nesso fra la mancata candidatura alle europee di Scajola e vicende di natura giudiziaria.

L’indagine. L’arresto di Scajola è scaturito dalle indagini sui fondi neri della Lega Nord, di cui è figura chiave il faccendiere Bruno Mafrici. Grazie a un’intercettazione gli inquirenti sono venuti a conoscenza di rapporti fra l’ex ministro e la moglie di Matacena, Chiara Rizzo. In particolare, la donna chiedeva a Scajola aiuto ai fini del trasferimento del marito in Libano. E l’ex ministro si attivava allo scopo di individuare uno stato estero (appunto il Libano) che evitasse, per quanto possibile, l’estradizione di Matacena o la rendesse quantomeno molto difficoltosa.

“Amedeo Matacena godeva e gode tuttora di una rete di complicità ad alti livelli grazie alla quale è riuscito a sottrarsi all’arresto”, ha detto il procuratore della Repubblica Federico Cafiero De Raho. “Dalle indagini – ha spiegato il magistrato – si evidenzia ripetutamente come Scajola sia in rapporti strettissimi con Matacena e la moglie ai fini di favorire la sua latitanza”, nelle intercettazioni “parlano di dove si può rifugiare”.

Dalle attività di intercettazioni, si legge in una nota della Dia, sono emersi subito“svariati dialoghi” tra Chiara Rizzo e Claudio Scajola, che “consentivano di accertare come il politico, ex ministro ed ex parlamentare, appariva in possesso di informazioni relative allo stato di latitanza di Matacena, delle cui condizioni e spostamenti in alcuni stati esteri, funzionali per sottrarsi alla cattura, veniva costantemente aggiornato”.

Occultamento di capitali. Ma “lo stesso Scajola – prosegue la Dia – con l’apporto determinante della sua segretaria Roberta Sacco, si attivava alacremente” anche nel favorire le operazioni di occultamento del patrimonio di Matacena”. Assecondando le richieste della Rizzo anche per lo spostamento di denaro, in quella che l’inchiesta inquadra come una operazione effettuata attraverso prestanome, creazione di schermi societari di aziende controllate estere e conti offshore in paradisi fiscali. 

Il Gip di Reggio Calabria nell’ordinanza di custodia cautelare descrive Scajola come  completamente “asservito” alle necessità della moglie di Matacena. In particolare in una telefonata datata 12 dicembre del 2013: l’ex ministro chiamava la signora, “conversazione – sostiene il Gip – che riguarda lo spostamento di denaro da un conto corrente all’altro. Si denota l’asservimento totale dello Scajola alle necessità della Rizzo”.

Dalle intercettazioni sono emersi incontri anche tra Manfrici e Matacena nella casa di quest’ultimo nel principato di Monaco. Dagli accertamenti è così risultato il coinvolgimento della moglie di Matacena, della segretaria, della madre e del factotum Martino Politi, che facevano da prestanome nelle società Solemar srl, Amadeus spa, Amju international tanker Ltd e Athoschia international tanker Ltd, queste ultime costituite in Liberia. Società il cui capitale è stato messo sotto sequestro oltre a quello della Ulisse shipping srl, Lidico srl, Seafuture sa e Xilo sa (con sede in Lussemburgo), New life srl unipersonale.

L’indagine ha evitato “la completa schermatura” delle società facenti capo a Matacena. “Non capita tutti i giorni di imbattersi in fusioni inverse di società” ha spiegato Gianfranco Ardizzone, capocentro della Dia di Reggio Calabria, facendo riferimento al tentativo degli indagati di far confluire una società più grande in una più piccola per evitare che a Matacena, condannato per mafia, potesse essere sequestrata. “Adesso la magistratura si attiverà per avere conto dai Paesi esteri delle società che in quei territori operavano”.

L’ombra della ‘ndrangheta. Ma dietro questa rete di società si nasconderebbe ben altro. Secondo i magistrati reggini, Scajola e gli altri indagati appartengono a un’associazione per delinquere segreta, collegata alla ‘ndrangheta. Gli indagati erano in grado di canalizzare e mettere a disposizione della ‘ndrangheta un patrimonio di informazioni riservate e contatti ad alti livelli. E, attraverso operazioni politiche, istituzionali ed economiche, essere “il terminale di un complesso sistema criminale, in gran parte di natura occulta ed operante anche in territorio estero”. 

“Un’articolata struttura politico- imprenditoriale – precisano gli inquirenti -, riferibile alla predetta organizzazione mafiosa, interessata a mantenere inalterata la piena operatività di Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile utilizzata per schermare la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali ed imprenditoriali dello stesso garantite a livello regionale, nazionale ed internazionale”.

Uomo di Stato al servizio di un condannato per mafia. “Questi fatti, che rappresentano uno dei più sofisticati modi di elusione delle norme in materia di prevenzione patrimoniale – conclude la Dia – dimostrano la pericolosità e il ruolo anche di soggetti che, pur non essendo mafiosi, prestano le proprie capacità professionali o la propria rete di influenti amicizie all’affermazione e alla realizzazione di interessi criminali”.

“Aspettiamo sempre l’esito processuale per gioire del nostro risultato” ha premesso il procuratore, ma “ci muoviamo in un quadro indiziario grave” emerso a carico dell’ex ministro Claudio Scajola. “L’aspetto che colpisce tutti noi – ha proseguito De Raho – è come una persona che abbia ricoperto all’interno dello Stato posizioni di vertice e di responsabilità così significative, possa curarsi di un’altra persona condannata per associazione mafiosa a 5 anni di carcere e che si è resa latitante per sottrarsi alla pena”. 

“Di fronte a legami e frequentazioni intense di Scajola con un condannato in via definitiva per associazione mafiosa, credo ci sia bisogno di un approfondimento per capire se l’ex ministro abbia agito con superficialità – ha osservato De Raho -, sottovalutando l’importanza che potesse avere per lui, uomo dello Stato, un rapporto così stretto con Matacena oppure ci siano altre situazioni evidentemente da verificare”.

Arresti che fanno chiarezza. “Il fatto desta grande impressione proprio per le persone che sono coinvolte – ha aggiunto il magistrato -. Il loro modo di agire mostra che quel tipo di condanna (associazione a delinquere di stampo mafioso, ndr) quasi non significhi nulla per coloro che gli sono a fianco e che lo sostengono. Soprattutto in questo territorio, quello calabrese, parliamo di una confusione che esiste tra bene e male, bianco e nero, e questo è uno degli aspetti che più rendono difficile la collaborazione tra i cittadini e lo Stato. I cittadini non sono convinti di quale sia il loro interlocutore e non hanno fiducia nelle istituzioni”.

Per questo, ha concluso il procuratore capo di Reggio Calabria – si tratta di una ordinanza di custodia importante, per i soggetti coinvolti e i fatti contestati, ma che deve costituire ulteriore momento di chiarezza e di riflessione almeno in questo territorio: la legge è uguale per tutti e noi abbiamo il precetto dell’obbligatorietà dell’azione penale. Non esistono categorie di intoccabili. Tutti sono uguali davanti alla legge”.(Fonte. Repubblica)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”