PIETRASANTA. Il veleno di Agatha Christie ha inquinato i pozzi della Versilia. Da almeno tre anni. Nell’acqua di Pietrasanta, cuore turistico e culturale della riviera con i suoi 39 ristoranti sempre pieni di vacanzieri e le sue famose gallerie d’arte, c’è il tallio. Nome dal suono greco, metallo prezioso quanto tossico, numero atomico 81 nella tavola degli elementi. Il farmacista Zacharia Osbourne, nel romanzo “Un cavallo per la strega” della scrittrice inglese lo usava per far fuori le sue vittime, arma letale e inodore. Ora terrorizza i versiliesi. Da quanto tempo il tallio galleggia nel loro acquedotto? Quanto ne hanno bevuto?

Pietrasanta, tre giorni fa. Le auto del municipio che girano con gli altoparlanti a tutto volume: “Vietato bere, cucinare e lavarsi i denti con l’acqua del rubinetto…”. Il sindaco Domenico Lombardi ha firmato l’ordinanza, è allarme. Settecento famiglie dovranno rifornirsi chissà per quanto dalle cisterne, ma qualcuno ha già scoperto di avere concentrazioni di tallio nei capelli cinquanta volte superiori alla norma. Il perimetro contaminato racchiude il centro storico e le aree vicine, compresa Valdicastello, casa natale del poeta Giosuè Carducci. Gli assessori dei quattro comuni della Versilia storica si telefonano, le giunte si interrogano, lo scaricabarile è nell’aria. “Al momento non ci sono pericoli per noi”, spiega il primo cittadino di Forte dei Marmi Umberto Buratti, il cui territorio è servito da una sorgente non inquinata. Ma intanto la Asl di Viareggio ha disposto analisi urgenti ovunque, comprese le zone di villeggiatura balneare. Quelle, per capirci, della vacanza d’elite, dei bistrot di lusso, delle ville in stile “Scarface” comprate dai ricchi russi, che tanto hanno fatto la fortuna di chi le ha vendute.

Questa storia è iniziata piano, al rallentatore. E non è priva di ombre. Un paio di mesi fa alcuni ricercatori dell’università di Pisa scoprono in una falda altissime concentrazioni di tallio: fino a 10,1 microgrammi al litro quando il limite tollerabile dall’organismo umano, secondo l’Epa, l’agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti, è di 2 microgrammi. Oltre diventa tossico. La causa di tale presenza va cercata nelle vecchie miniere di pirite abbandonate di Valdicastello, carcasse industriali oggi di proprietà del comune e mai bonificate. L’11 settembre vengono avvertite le autorità, ma per quasi un mese non si muove una foglia: il divieto di usare l’acqua scatta solo il 3 ottobre e solo per l’area attorno alle miniere, dove abitano un migliaio di persone.

Però qualcosa non torna. Il 22 settembre c’era stata una riunione tra l’amministrazione di Pietrasanta e Gaia, il gestore idrico. È spuntato un documento, di cui Repubblica è venuta in possesso, nel quale sono indicati valori oltre la soglia di sicurezza nei campioni del 2011. Già tre anni fa l’acqua era avvelenata. Perché nessuno ha fatto niente? La giustificazione fornita dalla Asl 12 è una di quelle contorsioni burocratiche inaccettabili per qualunque cittadino che quell’acqua ha bevuto e soprattutto pagato. “Il tallio non rientra tra i parametri di qualità e conformità previsti dalla normativa e quindi non viene ricercato di routine. Lo abbiamo rilevato con nuove analisi soltanto adesso”. Tradotto: bastava avere lo scrupolo di allargare lo spettro di informazioni richieste ai laboratori e la popolazione si sarebbe risparmiata tre anni di probabile intossicazione.

Ma le istituzioni non hanno brillato per prontezza. Tant’è che la scoperta che il tallio ha infestato anche l’acquedotto di Pietrasanta non l’ha fatta né la Asl, né il gestore idrico. Il merito va a una signora che mercoledì scorso si è presentata nell’ufficio del sindaco con due fogli in mano: a spese proprie ha fatto controllare l’acqua di casa ed è saltato fuori che ne contiene 12 microgrammi al litro. “Abbiamo verificato  –  spiega Lombardi  –  i valori nel centro storico oscillano tra i 2,5 e i 5 mcg”. Colpa, pare, di 5 chilometri di tubature incrostate di tallio. Nel mondo soltanto un’altra città ha sperimentato un analogo avvelenamento delle falde, in Cina. “Temo conseguenze per l’indotto turistico  –  prosegue il sindaco  –  Gaia spa si assuma le sue responsabilità e ci dia risposte chiare nell’interesse della salute e dell’immagine della Versilia”. Che intanto ha paura.

“Siamo sicuri che sia una contaminazione temporanea e che nessuno sapesse?”, si domanda Michele Marcucci, titolare della celebre enoteca pietrasantina. Arrivano le prime disdette alle prenotazioni di tavoli, la procura di Lucca valuta l’apertura di un’inchiesta. Emilia Bramanti, ricercatrice del Cnr di Pisa, sta coordinando lo screening sulla popolazione di Valdicastello, dove anche lei vive. “I risultati delle analisi eseguite sui capelli delle mie due figlie di 12 e 16 anni  –  racconta  –  hanno dato valori di 50 volte superiori a quelle delle persone non esposte”. Non è una buona notizia e non ci vuole Poirot per capirlo. (Articolo a cura di MARIO NERI e FABIO TONACCI . Tratto da: Repubblica)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”