shoahL’AVAMBRACCIO
Ho incontrato uno, roba di un quarto d’ora fa, un giovanotto sfatto con strani vestiti e le braccia tatuate. Bèh, il fatto stesso che, alla veneranda (sèh, veneranda un cazzo) età di 87 anni io abbia ancora la possibilità di incontrare qualcuno non dovrebbe rendermi così peloso no? A dire il vero è lui che ha voluto incontrare me. Ero sulla panchina al parco, a sbirciare il mugugno dei piccioni intorno al briciolame che ormai tracima dalla mia bocca sdentata ad ogni morso di pane in cassetta e questo strano e giovanissimo animale mi si è appollaiato di fianco… così, senza pudore, senza paura, senza… già, ora che ci penso senza un cazzo di motivo. Non credo sia la ragnatela di venuzze bluastre e rughe che marezza il mio volto ad attrarlo no? E’ biondo, lui, e già il fatto che ne abbia, di capelli, mi intristisce… io in testa ho solo croste che coprono ricordi, come tombini di sangue raggrumato sempre in procinto di cedere il passo a una pioggia autunnale. Si guarda i tatuaggi sugli avambracci e ridacchia, sperso in chissà quale pensiero gagliardo come i suoi polpacci giovani e scattanti: aquile, teschi, mi pare una croce maltese e poi donne, poppe e serpenti… sembra un poster con i polmoni e il codice fiscale. Ha un che di compiaciuto, mentre si guata il pitturame che gli ha scavato vene, muscoli e tendini indelebilmente, come un marchio… già, un marchio. Lui appartiene a qualcosa, ad un se stesso che vuole urlare in faccia al mondo con la lingua di chi la lingua non ce l’ha. Alza gli occhi al cielo con aria assente e sussiegosa, pare voglia che il cielo approvi… poi gira lento la testa verso di me e mi fa: “Domani ne faccio un altro nonnè… sai? Il mio numero di cellulare, così tutte le fighe che incontrerò in metrò dovranno solo sbirciarmi il braccio per ricordarsi di me… Mica male come idea no?”. Mi guarda dritto negli occhi, mentre in lontananza il fumo della ciminiera di una fabbrica rovina il celeste brinato del cielo di gennaio, un fumo nero che sale, sale, sa di gomma, cesso non lavato e progresso tagliente, un fumo che mi sale alle narici perché è un fumo talmente lontano da essere vicinissimo… sarà per questo che una grossa lacrima salata mi sta scivolando sulla punta ossuta dello zigomo? “Ma vedo che tu mi hai preceduto… sei un vero figo nonnetto mio!”. Non mi sono accorto che, nello strofinarmi le braccia.. i miei fantasmi hanno scoperto il mio, di avambraccio… e su di esso il mio, di tatuaggio, il solo che ho, il numero 157.623, stinto e del bluastro pallido di un cielo diverso da questo ma eguale… dove il fumo saliva e sapeva dello stesso progresso tagliente, con un leggero retrogusto di ossa in calcina e carne mutata in carbone, spersa in refoli di cenere grossa e grassa, la cenere segosa che solo i corpi degli uomini sanno produrre quando per casa gli dai un forno e per benedizione gli dai le fiamme. Era biondo anche l’uomo che me lo fece… un russo rinnegato che aveva combattuto contro i sissit finlandesi prima di essere costretto a scegliere fra diventare kapò al campo o concime del campo stesso, merda spersa fra i fiori di patata che spuntavano dalla terra dura, troppo dura da spaccare per non lasciare che le ossa di mia madre ne uscissero fuori a reclamare il sole negato a 31 anni. “Già – gli faccio in un sussurro che ho deciso sarà l’ultimo della mia vita – ti ho preceduto, anche io ho un tatuaggio e, pensa… non ho dovuto neanche pagare per averlo”. Mi alzo, puntellandomi sul bastone per un’infinità tremolante di secondi mentre il giovane mi guarda e non capisce… e muovo il primo passo verso il cassetto dove, dal 1978, tengo quella vecchia 38 Special di quando gli arabi, giù a casa nostra, iniziarono a dar fuori di matto nel limoneto di zio Misha… la patria novella dei Sabra contro il mondo intero che patria mai ci volle dare… E’ rimasto solo un colpo e lo userò per scoperchiare l’ultimo tombino, quello che mi darà il sollievo di far schizzar via i ricordi, assieme al sangue che li tiene incollati di giorno e li libera ogni notte come cani rabbiosi… Già… anchiociò un tatuaggio e neanche ho dovuto pagare…( A cura del giornalista Giampiero Casoni)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

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