(Alessandro Notarnicola) Questo pomeriggio 3 Aprile 2015 nella suggestiva ambientazione della Basilica di San Pietro il Santo Padre ha presieduto la Celebrazione della Passione del Signore,

la cui omelia è stata pronunciata dal predicatore della Casa pontificia, il cappuccino Raniero Cantalamessa. Si è trattato del secondo appuntamento del Triduo pasquale, aperto ieri pomeriggio dalla Messa in coena domini presso il carcere di Rebibbia, durante la quale il Pontefice ha svolto il rituale della lavanda dei piedi a 12 detenuti, e che continuerà questa sera con la Via Crucis al Colosseo.

Nel passaggio iniziale dell’omelia dedicata nella sua interezza alla Passione del figlio di Dio e ai cristiani che sono oggi vittime della violenza omicida che c’è nel mondo, il predicatore pontificio, commentando l’Ecce homo (frase che – secondo Giovanni (19, 5) – Ponzio Pilato, al tempo governatore romano della Giudea, ha rivolto ai Giudei nel momento in cui ha mostrato loro Gesù flagellato), ha posto all’attenzione dei presenti un dipinto fiammingo del secolo XVI, di Jan Mostaert, nel quale il pittore non fa che trascrivere fedelmente a colori i dati del racconto evangelico di Marco (Mc 15,16-20), mostrando il patimento della passione del figlio di Dio, rappresentanto sofferente e silenzioso tra lo scherno dei suoi carnefici.
“Gesú”, ha osservato il padre cappuccino dopo aver descritto l’oggetto della tela fiamminga che riproduce il pathos della passione, “è in agonia fino alla fine del mondo in ogni uomo o donna sottoposti agli stessi suoi tormenti. “L’avete fatto a me!” (Mt, 25, 40): questa sua parola, egli non l’ha detta solo dei credenti in lui; l’ha detta di ogni uomo e di ogni donna affamati, nudi, maltrattati, carcerati”.
A questo punto, Padre Cantalamessa ha incentrato le sue riflessioni sulle sofferenze dei singoli, delle persone con un nome e un’identità precise, denunciando le torture decise a sangue freddo e inflitte volontariamente, in questo stesso momento, da uomini ad altri uomini, perfino a dei bambini.
“Quanti “Ecce homo” nel mondo! Mio Dio, quanti “Ecce homo”! Quanti prigionieri che si trovano nelle stesse condizioni di Gesú nel pretorio di Pilato: soli, ammanettati, torturati, in balia di militari rozzi e pieni di odio, che si abbandonano a ogni sorta di crudeltà fisica e psicologica, divertendosi a veder soffrire. “Non bisogna dormire, non bisogna lasciarli soli!”, ha ammonito il predicatore pontificio nella sua omelia ricca di rimandi e di citazioni bibliche e filosofiche
Padre Cantalamessa ha affermato che l’esclamazione “Ecce homo!” non si applica solo alle vittime, ma anche ai carnefici, poiché è in questo modo che ci si rende conto di cosa è in grado di fare l’uomo. E ha proseguito: “Con timore e tremore, diciamo pure: ecco di che cosa siamo capaci noi uomini! Altro che la marcia inarrestabile dell’homo sapiens sapiens, l’uomo che, secondo qualcuno, doveva nascere dalla morte di Dio e prenderne il posto”.
“I veri martiri di Cristo non muoiono con i pugni chiusi, ma con le mani giunte”, ha detto nel passaggio finale dell’omelia il padre cappuccino e ha ricordato tra i massacri e le persecuzioni recenti, il dramma dei 21 cristiani copti uccisi dall’ISIS in Libia il 22 Febbraio scorso, nel nome di Gesù.
“Signore Gesù Cristo, ti preghiamo per i nostri fratelli di fede perseguitati, e per tutti gli Ecce homo che ci sono, in questo momento, sulla faccia della terra, cristiani e non cristiani. Maria, sotto la croce tu ti sei unita al Figlio e hai mormorato dietro di lui: “Padre, perdona loro!”: aiutaci a vincere il male con il bene, non solo sullo scenario grande del mondo, ma anche nella vita quotidiana, dentro le stesse mura di casa nostra. Tu, che, “soffrendo col Figlio tuo morente sulla croce, hai cooperato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità”viii, ispira agli uomini e alle donne del nostro tempo pensieri di pace, di misericordia. E di perdono. Così sia”.
La intensa omelia del Predicatore pontificio sui cristiani perseguitati nel mondo perché fedeli alla parola di Dio, è stata pronunciata a poche ore dal massacro degli studenti cristiani all’Università di Garissa operato da un commando di Shabaab somali penetrato nel campus alle 5,30 del mattino. La sua denuncia richiama direttamente i tanti, tantissimi, appelli rivolti da Papa Francesco a coloro che si macchiano di qiesti crimini. «Anche oggi – aveva detto mercoledì scorso Papa Francesco aggiungendo alcune parole a braccio durante l’udienza generale – ci sono tanti uomini e donne, veri martiri che offrono la loro vita con Gesù per confessare la fede, soltanto per quel motivo», ma le parole del Papa restano inascoltate e lo dimostra, in questo venerdì Santo, la morte di 147 persone, tra studenti, poliziotti e guardiani della scuola.
In un telegramma inviato dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, al Presidente della Conferenza Episcopale del Kenya, Cardinale John Njue, il Santo Padre si è detto inoltre profondamente addolorato per la perdita immensa e tragica di vite umane causata dall’attacco al Garissa University College, comunicando che pregherà per tutti coloro che piangono le vittime. “Unendosi a tutti gli uomini di buona volontà di tutto il mondo” – si legge nel testo pubblicato dalla Sala stampa della Santa Sede – Sua Santità condanna questo atto di brutalità insensata e prega per una conversione del cuore di coloro che hanno commesso questo orribile massacro. Egli invita coloro che hanno autorità di raddoppiare gli sforzi per collaborare con tutti gli uomini e le donne in Kenya affinché si ponga fine a questa violenza e si acceleri così l’alba di una nuova era di fratellanza, giustizia e Pace”. (Fonte: Il Sismografo)
Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”
Annunci