Quarantacinque anni fa il 26 giugno del 1967 moriva don Lorenzo Milani. Aveva 44 anni Oggi che gli anni della morte hanno superato gli anni della vita, si può affermare che è stato uno di quei personaggi che si è imposto più da morto che da vivo. Fu esiliato a Barbiana perché doveva tacere. Infatti ha taciuto per nove lunghi anni consacrando il suo sacerdozio a sei ragazzi di montagna. Parlò solo due anni prima di morire con la famosa Lettera ai cappellani militari e poi con la Lettera ai giudici. La stessa Lettera a una professoressa fu data alle stampe un mese prima della morte, lui l’ha vista solo stampata; non ha goduto tutto il chiasso che ha mosso. Da morto il suo insegnamento è andato ben oltre Barbiana ed ha parlato lontano, molto lontano sia come tempo che come luogo. E’ quello che accade ai personaggi che hanno un pensiero che cammina con qualche anno in anticipo rispetto ai loro contemporanei: non capiti e isolati da vivi, scoperti e valorizzati da morti. La Fondazione a lui dedicata presieduta da Michele Gesualdi lo ricorderà in questo anniversario, con una serie di iniziative che tendono a mettere in luce aspetti meno conosciuti e approfonditi del suo pensiero e la sua personalità.

“Educatore lungimirante, colto provocatore, ma soprattutto prete fedele al Vangelo. A distanza di 45 anni dalla scomparsa di don Lorenzo Milani, il messaggio del sacerdote fiorentino, che ha svolto il suo apostolato al servizio degli ultimi, è ancora forte e attuale.
Lorenzo nacque nel 1923 a Firenze in una famiglia benestante, dove di religione non si parlava quasi mai. Si accostò alla fede quasi adulto e, a 20 anni, entrò nel seminario fiorentino del Cestello, dove emerse una delle sue caratteristiche più note: la dialettica… Col suo fare magnetico e gli insegnamenti di grande attualità don Milani non ispirò solo gli allievi di Barbiana, molti dei quali, da grandi, finirono per occuparsi di politica e di cooperazione internazionale. La parola di don Lorenzo, infatti, attecchì anche in chi lo conosceva appena. …”

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“Fu esiliato a Barbiana perchè doveva tacere. Infatti ha taciuto per nove lunghi anni consacrando il suo sacerdozio a sei ragazzi di montagna. Parlò solo due anni prima di morire con la famosa Lettera ai cappellani militari e poi con la Lettera ai giudici. La stessa Lettera a una professoressa fu data alle stampe un mese prima della morte, lui l’ha vista solo stampata; non ha goduto tutto il chiasso che ha mosso.

Da morto il suo insegnamento è andato ben oltre Barbiana ed ha parlato lontano, molto lontano sia come tempo che come luogo. …”

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Il 26 giugno del 1967 moriva don Lorenzo Milani. Se ne andava un profeta che ancora oggi continua a dare un opportuno fastidio alla Chiesa e alla scuola. Sono stato più volte nella sperduta Barbiana, nella sua canonica, sulla sua tomba. Ci dovrebbero andare tutti gli insegnanti. È rimasto un luogo sacro, dove per arrivarci devi abbandonare la macchina. Restano il silenzio e l’immaginazione a far compagnia. Il silenzio che serve a rileggere le parole di don Lorenzo Milani appese ai muri della canonica; l’immaginazione per ripensare quel prete seduto al tavolo di legno, con la cartina di geografia appesa all’albero e i suoi ragazzi figli dei boscaioli e dei contadini del Mugello, attorno. Nelle nostre classi dovremmo ripartire dall’appendere la Costituzione italiana proprio come faceva il prete perché i nostri ragazzi ritornino a conoscere l’ “abc” del nostro Paese: andare a scuola è saper leggere, scrivere, far di conto ma anche conoscere la nostra Carta Costituente. …”

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 Don Milani. Un ribelle ubbidiente

Rampollo di una ricca famiglia fiorentina di scienziati e cattedratici, nipote di un grande filologo, il giovane Lorenzo conosce bene il valore della cultura ed ha una passione: la pittura. E’ mentre sta affrescando una cappella sconsacrata che Lorenzo scopre la sua vocazione. Si converte così al cattolicesimo. Uscito dal seminario viene nominato cappellano nella parrocchia di S. Donato Calenzano, alle porte di Firenze; si trova ad operare in una realtà rurale arretratissima; i suoi parrocchiani sono braccianti, pastori e operai, perlopiù analfabeti. Don Milani si convince che il dovere della Chiesa sia occuparsi dell’istruzione dei suoi fedeli, soprattutto dei più deboli.

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 Nel 1958 esce il primo libro di Don Milani, Esperienze pastorali.

Bisogna dare la terra a chi ha il coraggio di lavorarla, bisogna dare la case coloniche a chi ha il coraggio di abitarle, bisogna dare le bestiame a chi ha il coraggio di ripulirgli la stalla ogni giorno. I boschi appartengono a chi ha il coraggio di vivere in montagna. Bisogna recuperare tutte le ricchezze che per secoli sono partite dalla terra verso i salotti cittadini, bisogna buttarle ai piedi dei contadini e supplicarli di perdonarci. Ma anche per questo è già troppo tardi.

Sono parole aspre e provocatorie, che vengono lette non come un messaggio evangelico ma come un inaccettabile attacco all’ortodossia della Chiesa. Per il Vaticano il messaggio del cappellano va contrastato e il Sant’Uffizio ordina il ritiro dal commercio del libro dichiarato “inopportuno”.

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 La Chiesa manda Don Milani in una sorta di “confino” a Barbiana, una piccola località sui monti del Mugello. Nel paese non c’è la strada, la luce, l’acqua, eppure sarà proprio lì che Don Milani matura la sua esperienza più significativa: costruire dal nulla e nel nulla un nuovo modo di fare scuola.
Nel 1963 giunge a Barbiana una giovane professoressa, Adele Corradi, incuriosita dai metodi del parroco. Don Milani la invita a rimanere e ad insegnare nella sua scuola.

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Nel febbraio del 1965 La Nazione pubblica la lettera di un gruppo di cappellani militari in congedo che criticano aspramente la renitenza alla leva. La lettera di risposta di Don Milani viene pubblicata dalla rivista Rinascita; il priore afferma che l’obbedienza non è più una virtù e reclama il diritto all’obiezione di coscienza.
La IV sezione del Tribunale di Roma cita in giudizio per “apologia di reato” Lorenzo Milani insieme al vicedirettore responsabile di Rinascita, Luca Pavolini, con l’accusa di incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare.

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Nel 1967 esce l’ultimo libro di Don Milani: Lettera a una professoressa, scritto insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana: “Se mandate i poveri via dalla scuola non è più una scuola; è un ospedale che cura i sani e manda via i malati, diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile”. Il libro è un atto d’accusa verso l’intero sistema scolastico vigente, che sembra ispirarsi ad un principio classista e non di solidarietà.
A soli 44 anni, il 26 giugno del 1967, Lorenzo Milani muore. Secondo le sue volontà, viene seppellito nel piccolo cimitero di Barbiana con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna.

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(Fonte PIETRE VIVE)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”